Calvino sul ponte

Oggi Italo Calvino avrebbe compiuto cento anni. In un libro che prima o poi uscirà, ho scritto questo.

(…) C’è un altro motivo per cui ho conservato con cura l’articolo di Epoca: la foto in bianco e nero che affianca il testo, in cui Calvino è insieme a sua moglie Esther e a sua figlia Giovanna. La fotocopiai e l’appesi davanti alla mia scrivania in via Vallon, forse anche perché il settembre dello stesso anno Daniele mi fece conoscere sua figlia, alla Mostra del cinema di Venezia. Io non ho mai incontrato Italo Calvino. Solo incrociato, un giorno del 1981, a Venezia. L’ho raccontato a Daniele il pomeriggio in cui, a Fondamenta, in una pausa, eravamo appoggiati a un muro color ocra di Campo Santo Stefano a guardare Agota Kristof mentre fumava e leggeva il Corriere della Sera. Gli ho raccontato di quel giorno in cui sul Ponte dell’Accademia la luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti, una di quelle luci che vedi solo a Venezia, io – che di anni ne avevo venti e volevo fare lo scrittore – mi sono accorto di quel signore solo quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Pochi metri. Indossava un completo di lino color sabbia, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia bianca. Le braccia dietro la schiena (chissà perché a una certa età, noi maschi incominciamo a camminare con le mani incrociate dietro la schiena, altezza bacino. Anche mio padre, a un certo punto, ha iniziato a camminare in quel modo. Mancanza di equilibrio? Giunture anchilosate? Boh, cercherò di fare attenzione se e quando mi capiterà), il signore saliva lento, la figura eretta. Trenta gradini circa, pochi metri. Questione di secondi e lo riconobbi e allora di quei secondi cercai di impossessarmi del tutto, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio perché quel signore era Italo Calvino. Dal taschino della camicia spuntava un astuccio nero per occhiali. I miei, da sole, mi permisero di mantenere fino alla fine gli occhi su di lui senza che se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto nelle foto e qualche volta in televisione, le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, e lo sguardo di chi sembra starsene sempre anche da un’altra parte. Ci siamo incrociati e io mi sono girato a guardarlo di spalle fino a quando ha girato verso Campo Santo Stefano. Non posso dire se fosse solo o accompagnato, mi sono concentrato esclusivamente su di lui. È stata l’unica volta che ho visto Italo Calvino.

Quando nel 1995 uscì l’Album Italo Calvino nei Meridiani Mondadori, sfogliandolo, l’ho vista subito a pagina 297, una foto che sembra la stessa di Epoca e invece l’inquadratura è più larga, le espressioni dei tre leggermente diverse, sorridenti, ma il momento dello scatto è lo stesso. La didascalia dice: “Calvino con la moglie Esther e la figlia Giovanna a Venezia, in occasione del Festival del cinema del 1981”, e allora mi sono convinto di averlo incrociato proprio quel giorno, perché era settembre, perché l’entrata alle spalle della famiglia Calvino, ora la riconoscevo, era quella dell’hotel Excelsior al Lido, con il simbolo di Ciga Hotels.