Kurt Cobain, l’ultimo concerto

Quattordici anni fa moriva Kurt Cobain. Si sparò un colpo di fucile in faccia. Qualche settimana prima assistetti all’ultimo concerto dei Nirvana, a Lubiana, il 27 febbraio 1994. Scrissi un articolo che uscì sul manifesto. Di seguito, un video da quel concerto e il mio articolo.

“Nirvana, Hala Tivoli, Nedelja 27.2.1994 ob 20h”, sta scritto sul biglietto in cartoncino del concerto di Lubiana. Nedelja, in sloveno, vuol dire domenica, una domenica fredda resa ancora più rigida quando mi hanno detto che l’Hala Tivoli è un palaghiaccio. Dentro, infatti, la superficie gelata è coperta da un telone verde e bisogna essere dei fans veri per non sentire cosa sta succedendo ai tuoi piedi. Per fortuna qualcuno ha lasciato una panchina di legno, appoggiata alla parete, giusto di fronte al palco ma che più lontano non si può. Dall’alto di quella precaria panchina ho visto l’ultimo concerto dei Nirvana.
Alle prime note di Radio Friendly Unit Shifter il palazzetto esplode e quando Kurt Cobain attacca la prima strofa («Use just once and destroy») incomincia un unico coro al quale timidamente verso la fine del concerto, mi aggiungo anch’io. Il palco, là in fondo, ha una scenografia semplice, e se qualche settimana dopo non avessi visto le immagini del concerto, avrei giurato che spiccasse soltanto l’inquetante manichino alato della copertina di In Utero. Invece era soltanto la sua ombra a essere proiettata di tanto in tanto alle spalle del gruppo.
Sarà perché conosce perfettamente il serbo-croato, ma fra una canzone e l’altra è il bassista Krist Novoselic a parlare, a presentare un concerto dedicato alla pace: «Nema Mira», niente pace, ripete spesso. Anche quando presenta Rape me, stuprami, che in questo caso diventa una ballata da dedicare a tutte le donne della ex Jugoslavia violentate nel nome della pulizia etnica. «Nema Mira», dunque, per una pace che a pochi chilometri da Lubiana e per molti ragazzi croati, serbi e bosniaci qui dentro, non esiste da anni. Intanto Cobain se ne sta lì, un po’ ingobbito sopra il microfono, quasi immobile e da dove sto non vedo la sua faccia in questo momento: lui, che con la “sua” di pace ha sempre avuto dei problemi. Non parla, canta Cobain con quella voce così rotta, verrebbe da dire sofferente, se non fosse scontato dirlo oggi. Canta quelle strane canzoni durissime e improvvisamente melodiche che risuonano negli auricolari di milioni di walkman di adolescenti e non. Da qui in fondo non lo si vede, dicevo, ma è certo quella di sempre, la sua faccia: un viso d’angelo che non ride mai, solo qualche smorfia o sberleffo, ogni tanto. E nulla di tutta l’energia che avevo visto in altri loro concerti in tv.
Una meteora, i Nirvana, pochi anni, nemmeno un paio per il grande pubblico che li ha conosciuti nel 1992 con l’album Nevermind; ma una meteora che ha risollevato il rock. Una città, Seattle, e una quantità di gruppi e di dischi che una volta tanto è pari alla qualità: Pearl Jam, Soundgarden, Smashing Pumpkins, Hole, per non dimenticare i loro fratelli maggiori, i R.E.M.
E su tutti, il talento di Kurt Cobain, nato il 20 febbraio 1967, cresciuto male in una famiglia presto separata di Aberdeen, vicino Seattle. Un talento che, abbiamo saputo poi, si sarebbe unito a quello di Michael Stipe, il leader e cantatante dei R.E.M. per un disco straordinario che non ci sarà mai, un disco interamente acustico dove le loro due voci avrebbero duettato possiamo solo immaginare come.
Una conversione acustica, comunque, che i Nirvana avevano già incominciato a percorrere. Esiste un bootleg – si chiama All Acoustically – che è un piccolo capolavoro, e sappiamo anche – qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo – che il loro concerto “unplugged” per MTV è stata una sorpresa per tutti. Gli inventori del grunge acustici: impensabile no?
Ed è proprio a Lubiana, verso la fine del concerto che tracce acustiche vengono offerte al pubblico durante i bis: Jesus wants me for a sunbeam e la cover di The man who sold the world di Davide Bowie, che non hanno cantato a Roma e Milano.
Alla fine, nasce con gli amici sloveni di Radio e TV Capodistria che mi accompagnano, un piccolo mistero: l’hanno cantata Smells like teen spirits? Sì, no, sì, mi sembra… Chiediamo in giro: no, sì, no, mi sembra. Forse, trascinati dalle sonorità, l’abbiamo perduta, forse è talmente entrata dentro di noi da essersi trasformata in respiro, in pensiero: mica lo chiedi a qualcuno “respiri?” “pensi?”. Eppure, nelle immagini che avrei visto in seguito, ci sarebbe stata una ragazza dell’organizzazione con due fogli in mano, la scaletta del concerto, con Smells lì, come a Roma e a Milano, la settimana prima, dopo Come as you are.
Era freddo quella sera a Lubiana. Forse proprio dentro al palaghiaccio Kurt Cobain ha preso l’influenza che l’ha portato a Roma per riposarsi, che gli ha risvegliato quella dannata ulcera dolorosissima, e poi le pastiglie, e tutto il resto. Niente concerti in Germania e a Praga. Il rientro a Seattle e niente più musica, niente Nirvana e più niente di niente. Un colpo e via. Ha deciso così Kurt Cobain, privandoci del suo talento, della sua intelligenza, in un momento in cui l’imbecillità sembra non avere limiti.
«Da anni lo stomaco mi brucia, mi dà la nausea. Sono anni che non provo più niente. Ho perso l’entusiasmo. Anche la mia musica non è più sincera. Tutti ve ne siete accorti», ha scritto prima di uccidersi.
No, io non me n’ero accorto.
C’era un sentimento indefinito quella sera a Lubiana e adesso vorrei tornare là, stare ancora insieme a loro e chiedergli cos’era, anche se non saremo più gli stessi. Allora, non ci resta che ascoltare le canzoni scritte e cantate da Kurt Cobain per il resto della nostra vita.