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Il giorno che incontrai Antonio Tabucchi
Questo mio ricordo di Antonio Tabucchi, è uscito sul Corriere della Sera del 26 marzo 2012. Ci conoscemmo più o meno in questo periodo, inizio primavera del 1990. Non c’era modo migliore di salutarlo così, Antonio Tabucchi, raccontando quel pomeriggio, l’inizio di una lunga e profonda amicizia, basata su incontri spesso casuali, scandita da dinamiche che non posso che definire romanzesche e che un giorno, forse, varrà la pena raccontare.

Era un pomeriggio di inizio primavera, proprio come oggi. Un appuntamento con Daniele Del Giudice alle Zattere, a Venezia, per parlare della mia tesi, che stavo scrivendo su di lui e Antonio Tabucchi. Arrivai e vidi che non era solo. Seduto accanto c’era proprio Antonio Tabucchi. Lo avevo visto solo in foto, ma non potevo sbagliarmi. Gli occhiali tondi, i baffetti. Avrei balbettato, lo sapevo. Daniele agitò la mano, mi avvicinai. I saluti, la sedia, Tabucchi sorrise e ripresero a parlare. L’accento toscano confermava l’identità del suo ospite. Li guardavo, aspettavo, ma non accadeva nulla. Il disagio durò a lungo. Dopo secoli, Daniele si girò: “come va la tesi?” Continuava a non presentarmi a Tabucchi, che intanto mi guardava, perciò risposi e aggiunsi d’un fiato “e sono contento che ci sia qui anche il signor Tabucchi”. Fecero una faccia. Poi, con un sorriso Daniele disse “Ma quale Tabucchi, questo è Michele, lavora qui, alle Poste, viene da Grosseto”. E aggiunse, guardandolo, che avevo ragione, un po’ a Tabucchi ci assomiglia. “Me lo hanno già detto”, gli diede manforte il suo amico. Mormorai delle scuse. E i due, dopo avermi detto figurati – si figuri, mi disse il sosia di Tabucchi – ripresero a parlare fra loro. Non durò a lungo: scoppiarono a ridere, a scompisciarsi quasi, e Michele allungò la mano e disse “piacere Roberto, sono Antonio Tabucchi”.
Fu questo il mio primo incontro con Tabucchi. Lo resero letterario, tabucchiano, giocandoci, quei due. Ce ne sono stati altri, di incontri, e sempre pieni di coincidenze e casualità. Ha voluto scrivere la prefazione alla versione francese del mio romanzo, Cosa cambia. Da lui ho imparato tanto. Soprattutto, che uno scrittore deve avere il coraggio di essere libero.
Ebook gratuito, Libr@ #2
Ecco il Libr@ #2, gli ebook gratuiti che scrivo e pubblico su e con l’iPad. Questo Libr@ #2 è in gran parte inedito. Una quarantina di pagine in tutto, contiene anche delle foto, scattate come al solito, per quel che mi riguarda, con l’iPhone. Buona lettura a tutti.
Libr@ #2 (on line il 7 dicembre 2011)
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Libr@ #1 (on line il 20 ottobre 2011)
Vivere in un vaporetto
Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 16 aprile 2010.
I veneziani hanno un rapporto strano con l’acqua. Chiunque non viva a Venezia e non conosca bene la città, dà per scontato che vi sia qualcuno che ha fatto della propria barca anche la propria dimora. È un pensiero logico, ovvio. In qualunque città d’acqua, e per acqua intendo anche i fiumi, vi è qualcuno che ha deciso di vivere in barca. David Gilmour, per esempio, il chitarrista dei Pink Floyd, abita in un’imbarcazione a Londra, sul Tamigi. Ma non occorre essere una star, per fare quella che è una vera e propria scelta di vita. Quando Silvio Soldini venne a Venezia per i sopralluoghi del bellissimo Pane e tulipani, era convinto che da qualche parte, in uno dei mille canali, ci fosse qualcuno che avesse fatto della propria barca una locanda o un bed & breakfast. Rimase stupito quando gli venne detto che mai e poi mai avrebbe trovato qualcosa del genere, e così quella che si vede nel film, è pura invenzione. I veneziani la barca la usano per andare a pescare o per andare a prendere il sole. Stop. È un mezzo e non un luogo. Gli unici ad aver rotto questo cliché alla rovescia, sono stati i Kiersgaard, danesi. Hanno comprato all’asta un vaporetto destinato alla rottamazione, vi hanno lavorato per un po’ e lo hanno trasformato nella casa più bella di Venezia. Pensate che roba, abitare dentro la linea 1. Anni fa mi ci invitarono, un pomeriggio, a prendere un tè e assistetti a una lezione di vita. Alla capacità di adattamento, all’inventiva, alla genialità. Uscii da quella splendida casa con l’idea che i veneziani non hanno mai capito un bel niente del posto in cui vivono. Una famigliola danese era scesa dal nord e, innamorata di Venezia, le ha reso omaggio come si fa con la persona che ami: regalandole bellezza, sentimento. Loro, danesi, si sono dimostrati più veneziani dei veneziani. Quel vaporetto, ancorato da anni e anni alla Giudecca, tanto da avere un numero civico, il 399/a, è il segno d’amore più profondo che si possa dare a una città d’acqua. E una lezione di rapporto con l’ambiente, con la natura, assecondando il luogo in cui stai, anziché violentarlo, come noi italiani siamo specialisti nel fare. Ora, è arrivata l’ingiunzione alla demolizione. Poco mi importa il motivo. È una atto tale di inciviltà, di ottusità, di stoltezza che fa anche di Venezia un esempio dell’Italia di oggi. Un atto che va fermato senza discussioni. Uno dei primi impegni, e nemmeno dei più gravosi, ma tra i più simbolici ed educativi, da demandare alla nuova giunta comunale. Perché la casa della famiglia Kiersgaard è la più veneziana fra tutte le case di Venezia.
Venezia dall’alto. Molto alto.
Questo mio articolo è uscito il 9 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.
Chi nell’estate del ’69 aveva l’età per capire cosa stava succedendo sulla luna, se la ricorda bene, la notte in cui l’uomo fece il prima passo fra i crateri. Per quella generazione di bambini, guardare la luna non avrebbe più avuto lo stesso significato. Non si trattò più soltanto di una palla luminosa, elemento evocativo di poesie e canzoni, né soltanto l’alibi di crisi nervose (“oggi ha la luna”). Ora era un pianeta a tutti gli effetti. Un luogo dove, di lì a poco, saremmo andati ad abitare, lo avessimo voluto. Che poi le cose non siano andate esattamente così, è un altro discorso. Erano gli anni della conquista dello spazio, quelli. Iniziati con la cagnetta Laika e con Yuri Gagarin. Poco dopo arrivarono gli americani e, con loro, i decolli in diretta tv. E per noi bambini – ma non solo, anche i più grandi ne erano coinvolti e affascinati – ogni missile che partiva, ogni missione spaziale, era un evento. Erano l’unica concessione a veglie notturne davanti alla tv da parte dei nostri genitori, anche perché i lanci da Cape Kennedy sarebbero stati, nei giorni seguenti, l’argomento inevitabile del tema in classe. Così, ci lasciavamo coccolare dalla voce rugosa di Ruggero Orlando (ricordate? “qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”, anche se in quei casi diceva “qui Houston”), e da quella, in studio, più rotonda, di Tito Stagno. Erano i narratori di quelle avventure. Indimenticabili, avventure e voci. A un certo punto, non saprei dire con esattezza quando, la conquista dello spazio ha smesso di essere epica. Forse dopo i primi lanci dello Shuttle. Oggi si parla di loro solo se accadono degli incidenti, oppure se si tratta di qualcosa di veramente inedito, come i tredici astronauti in orbita in questi giorni. Così, oggi, puoi scoprire che è in atto una missione spaziale, con un cinguettio di Twitter. Giorni fa, un “tweet” (il nostro “cip cip”) ha fatto apparire sui computer e i cellulari di tutto il mondo o, meglio, di chi ogni tanto va a vedere cosa succede nel mondo di Twitter, la più bella foto che io abbia mai visto di Venezia. Nel senso che sì, di foto dai satelliti ne avevamo già viste. Questa però, è stata scattata dalla macchina fotografica di Soichi Noguchi, “Astro_Soichi”, il suo nick su Twitter. E così un social network mi ha fatto scoprire che esistono anche astronauti giapponesi, cosa che per l’immaginario di chi è cresciuto nel pieno della conquista spaziale – una sfida esclusiva fra Usa e Urss – è del tutto sorprendente, difficilmente collocabile. Anche se, non poteva che essere un giapponese a fare la foto più bella di Venezia. Una Venezia che è davvero un pesce, a confermare il bellissimo libro di Tiziano Scarpa, un pesce color rosso veneziano, circondato dal verde smeraldo della laguna, degradante al blu. Astro_Soichi mette in rete tutte le foto che scatta. Ci sta facendo scoprire il mondo da lassù, a 400 chilometri d’altezza, e lo condivide con noi in tempo reale. Chi l’avrebbe mai detto, quella notte del 1969, quando eravamo convinti che ci saremmo stati noi, lassù, in un fantascientifico ma realissimo 2010?
Ossessione in vaporetto
Questo mio articolo è uscito il 2 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.
Da qualche tempo, in rete nascono siti di foto Lofi. Lofi sta per low fidelity, bassa qualità, dove bassa non significa affatto scarsa. Sono fotografie scattate soprattutto coi telefonini, in particolare con l’iPhone. Anche grandi fotografi si stanno convertendo alle foto Lofi. Nell’epoca del patinato, del riproducibile, del perfetto perfezionabile, le foto Lofi recuperano una fragranza perduta. Una fragranza legata all’atto, al gesto, all’istante. È il momento, oggi, che va recuperato, il gesto apparentemente minimale. La campagna elettorale di Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia, è stata come le foto scattate con l’iPhone. Piccoli gesti da mandare in rete subito, per sottolineare l’attimo, per evidenziare attraverso il gesto l’importanza del momento. Alla sovrabbondanza mediatica, patinata, opulenta, invadente dell’avversario, Orsoni ha replicato con la purezza della semplicità, elemento fondante, oggi, per ritornare a essere un paese degno di chiamarsi Italia. Uno dei punti centrali nella campagna elettorale di Giorgio Orsoni è stata la discontinuità con la giunta precedente (va ricordato infatti che, tutti sembrano averlo dimenticato, nel 2005, a Venezia, non vinse il centrosinistra, ma la Margherita di Massimo Cacciari, sostenuto al ballottaggio dai voti determinanti del centrodestra). Così, l’altro giorno, nel pieno dell’euforia di una vittoria insperata, ci si domandava quali potevano essere i primi segnali di discontinuità della nuova giunta Orsoni. E nella linea Lofi, basso profilo, la prima e unanime proposta è stata quella di porre immediatamente fine alla tortura acustica che ti aggredisce da anni appena ti imbarchi in un vaporetto. Per carità, grazie a quella piccola tortura, oggi, siamo tutti diventati dei vaghi e improbabili poliglotta dell’educazione. Mantener linda la ciudad es un deber de todos (si scriverà così?): è un dovere di tutti tenere pulita la città, tout le monde a le devoir de veiller que la ville reste propre. Una cantilena insopportabile. Prendi il vaporetto il mattino presto, per andare al lavoro o a scuola, e quella voce metallica ti assale. Pensateci: non è affatto piacevole iniziare le giornate in questo modo. Una scelta sventata dell’ex assessore Salvadori che ci ha sempre tenuto a fare il maestrino. Ma ora basta. Ci pensi subito, in nome della discontinuità, il nuovo sindaco Orsoni, perché “è un diritto di tutti mantenere integro il proprio udito”, quando viaggia in quell’irripetibile imbarcazione che è il nostro vaporetto. E che la città va tenuta pulita, così come la nostra cameretta, ce lo aveva già insegnato la mamma, da piccoli.
Aria fresca a Venezia
Questo mio articolo è uscito il 30 marzo 2010 su il Manifesto.
Ora l’eco della risata sguaiata di quel candidato leghista, che replicava in quel modo alla mia constatazione ovvia: voi della Lega Nord siete razzisti, quella risata ha un sapore meno amaro, più vago. È un rumore flebile sovrastato dall’urlo di gioia quando la vittoria di Giorgio Orsoni è diventata finalmente certezza. Sì, lo so, lo sappiamo anche a Venezia che il resto del Veneto è in mano proprio a quelli delle risate sguaiate, a quelli che non fanno sconti, a quelli della tolleranza zero, a quelli che mettono i bambini i cui genitori non possono pagare la retta della mensa, a pane e acqua. Lo sappiamo. Ma ieri, a Venezia, sono stati sovvertiti i luoghi comuni dell’attuale politica italiana. Ieri, nel primo pomeriggio, l’animo della stragrande maggioranza dei veneziani si è alleggerito di un peso che grava ormai da anni. Un peso ritornato puntuale poco dopo, certo, ma ora più sopportabile, forse addirittura più decifrabile e perciò – forse – risolvibile, annullabile, un giorno, quel peso. Fin dal mattino ci siamo attaccati al computer. L’ottimo sito del comune di Venezia era pronto a squadernare percentuali, preferenze, dati. Speranze, insomma. Speranze che la sera precedente, la notte precedente, passata in bianco a studiare i risultati delle regionali per capire se, come e quanto avrebbero influito sul voto per il sindaco, speranze che, dicevo, sembravano svanite. Il trionfo di Luca Zaia in regione, pareva proprio non lasciare scampo. Così, fin dalle sette, nel silenzio di una Venezia nel pieno della sua primavera, nel pieno dei suoni tipici di questa stagione, sembrava stonata con quanto temevamo potesse accadere. Come poteva essere che quell’albero in fiore, là fuori, coincidesse con l’affermarsi di gente priva di scrupoli, pronta a tutto, al potere per il puro gusto del potere, cosa c’entrava, insomma, quel canto primaverile con la rabbia di Brunetta? Una rabbia che lui poi mistifica definendola amore. Già. E l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, no? Io però lo so. Lo so perché faccio lo scrittore, lo so perché amo davvero e lo so perché il buon senso e la capacità di guardare non mi hanno ancora abbandonato: io so che l’amore è quello là fuori, quel canto di primavera. Non è né Brunetta, né il suo capo dal volto tumefatto dai lifting. Io lo so, e me lo ripetevo mentre, poco dopo le sette del mattino, guardavo la schermata dei dati ancora tutti sullo 0,00%. Nulla riusciva a far coincidere, per quanto mi sforzassi, la bellezza della mia città con una eventuale vittoria di Renato Brunetta. Cercavo, in quel canto di bellezza, una possibile forma di sopravvivenza nei prossimi cinque anni di un’amministrazione in mano comunque alle derive totalitarie di costoro e non c’era verso, non c’era scampo. Nulla di più stonato e fuori luogo. Ci sono volute delle ore, passate a scambiare sms, telefonate, email, a chiedere ad altri se sapessero qualcosa. E quando scoprivi che anche qualche dirigente del PD se ne stava nel suo ufficio, davanti alla stessa schermata con lo 0,00% accanto al nome di ogni candidato, accanto al simbolo di ogni lista, hai capito che non c’era altro da fare. Aspettare. Con quel groppo in gola. Con quel morso allo stomaco. Con quel canto primaverile di bellezza che diventava via via più insostenibile, alla luce dei tuoi timori. Fino all’arrivo della prima schermata, tre sezioni scrutinate su trecento tre. Una goccia nel mare. Giorgio Orsoni al 56,88%, Renato Brunetta al 38,27%. L’ho salvata quell’immagine, e inviata alla mia compagna, al lavoro. “Intanto sogna”, le ho scritto. Perché quello, sembrava essere. Un sogno. Che altro potevano essere tre sezioni su trecento tre? Intanto in rete i primi commenti. Non sui numeri, ma sul fatto che finalmente il momento decisivo era arrivato. Era iniziato davvero il conto alla rovescia del destino di Venezia. Le schermate si succedono, e di refresh in refresh, Giorgio Orsoni non va mai sotto il 50%. Anzi, si attesta subito al 51% e rotti, ripetuto, preciso, puntuale. Così come è preciso e puntuale il 42% e decimali di Brunetta. E di refresh in refresh vai a sfrugugliare fra le varie zone della città. Che il centro storico di Venezia sia da sempre di sinistra, si sa. Che la terraferma lo sia ogni volta sempre un po’ meno, si sa anche questo. Ma questa volta sembra tenere, eccome. È l’estuario, il problema. Il Lido, Pellestrina, Burano, zone che sembrano far parte di un altro pianeta. È lì che la Zaccariotto, la presidente leghista della provincia, ha vinto lo scorso anno. Percentuali bulgare, tutte sopra il sessanta per cento. E infatti lì Brunetta è in vantaggio, ma molto al di sotto del sessanta, e anche del cinquantacinque. Ma le sezioni scrutinate sono poche. Ansia. Un’ansia che si condivide in rete con chi sta lì, come te, ad aspettare e a cercare conforto, conferme. E quando le sezioni arrivano più o meno alla metà, lì ormai è chiaro. Giorgio Orsoni vince, e vince al primo turno contro la portaerei di Arcore. Chiudo tutto ed esco, direzione Ca’ Farsetti. Per strada, l’iPhone tiene d’occhio i dati, vedi mai che, come nel 2006, da Arcore arrivi il miracoloso recupero e, per strada, incrocio gli ambulanti africani, le loro borse infilate fra le braccia. Li guardo e penso che vorrei venissero a festeggiare anche loro, che hanno potuto votare alle primarie di gennaio. Arrivo al municipio subito dietro al piccolo corteo che sta accompagnando il nuovo sindaco di Venezia nella sala consiliare. Ci sono sua moglie, i suoi figli. Sopra, persone dallo sguardo lucido, dall’aria incredula e soddisfatta, consapevoli di aver fatto un ottimo lavoro. Orsoni stringe mani, abbraccia, sorride. Flash, interviste. Arriva finalmente allo scranno che sarà suo per i prossimi cinque anni e le sue prime parole da sindaco sono: “Non so cosa dirvi”, e tutti sorridono. Poi dice, invece, ringrazia, parla. Poco: “Basta, potrei dire delle sciocchezze se continuo”. Noi ci guardiamo in faccia, gli occhi lucidi. Fa caldo, ma c’è un senso evidente di liberazione. Venezia città della resistenza. Qui, si respira. Almeno un po’.
Venezia invasa
Questo mio articolo è uscito martedì scorso sul manifesto.
Sono tornati, come ogni anno. Riva dei Sette Martiri e l’adiacente via Garibaldi (una toponomastica che la dice lunga sull’identità veneziana) invasi dal popolo xenofobo della Lega (loro dicono in ottantamila. la questura trentamila, ma se vi fidate di uno che questi luoghi li conosce bene, non arrivavano a diecimila, a meno che la stragrande maggioranza non fosse in gita in giro per la città e non nel luogo convenuto). Sono arrivati urlando “padania libera” (minuscola, la p, scrivo io, da sempre, dato che la padania non esiste), perché il federalismo non gli basta più. Razzisti più che mai, arroganti più che mai, volgari più che mai e adesso pure violenti, perché a qualche centinaio di metri da lì, in Calle degli Specchieri, in un locale gestito da una famiglia egiziana, un cameriere veniva bastonato a sangue perché “sporco albanese” da otto razzisti con la camicia verde della Lega che, non contenti, devastavano poi il locale. Ovviamente il capogruppo in comune, Mazzonetto, ci metteva un nanosecondo a dire che si trattava di infiltrati, mentre là, dal palco, i proclami contro chi “non è dei nostri” erano l’unico tema vero di cui si parlava, ripetuto da tutti e con toni inequivocabili. Non solo: farneticazioni terribili contro “l’islamizzazione delle nostre terre”, e allora ecco il ministro Zaia (che molti qui vorrebbero candidato a governare il Veneto, altri invece preferirebbero il sindaco di Verona Tosi), eccolo proclamare che il crocifisso deve stare in ogni classe, nei municipi, perché la Lega porta avanti i valori cristiani, sottolinea, certo, non fosse che la bestemmia ricorrente pare essere l’unica maniera di comunicazione del popolo padano, pronunciata però in perfetto dialetto veneto e lombardo, ché nelle scuole quello bisogna insegnare, dicono dal palco. Il dialetto, non la bestemmia. Vengono i brividi a sentirli parlare. E anche a leggere i giornali locali, dove c’è il ritratto del Veneto di oggi, che mette in prima pagina il raduno leghista e, di spalla, la sua diretta conseguenza: un operaio di Portogruaro vittima di un incidente sul lavoro, in cura al Centro Ustionati di Padova, aggredisce l’infermiera congolese che lo sta medicando perché è “negra”. Il solerte giornalista, dopo aver definito folle e indecente il gesto, sente poi il dovere di chiosare che l’infermiera è “tra l’altro molto valida”. Tra l’altro cosa? In altra pagina, il presidente della Provincia di Treviso, leghista, bolla come sanguisughe i lavoratori del sud residenti dalle nostre parti. Eccolo il Veneto di oggi. E qui, su questo palco, da questa “festa dei popoli padani”, partono gli slogan che poi faranno proseliti, che intaccheranno nel profondo gli animi dei veneti. Sono i presidenti delle province a essere i più agguerriti. Francesca Zaccariotto, presidente della provincia di Venezia, nonché sindaco di Sandonà, una che appena insediata ha visto bene di aumentare lo stipendio a se stessa e ai suoi assessori, dice che “per la prima volta ho fatto questo tratto di strada con sicurezza, perché c’eravate voi e non gli extracomunitari abusivi”, contro i quali proprio lei ha mandato la polizia provinciale e chiesto – e ottenuto – l’intervento dell’esercito. Chiude raccontando come ha fatto a conquistare Ca’ Corner. Narra in modo maldestro una sorta di fiaba di Calimero, dove la provincia era solo sporca del rosso dei comunisti e andava ripulita di verde.
Al bar arriva Miss Camicia Verde 2009 (così recita la fascia trasversale che indossa) e le camicie verdi si mettono in coda per farsi fotografare. È mulatta, guarda caso. Scelta per dimostrare che “noi non siamo razzisti”, ma svelando invece un doppio razzismo. Se l’extracomunitaria è giovane e bella , allora evviva. È il velinismo leghista, questo, se possibile ancora più becero di quello di Papi. Dal palco, nel frattempo, una voce si lamenta dei clandestini: “Dicono che noi siamo cattivi. Ma noi siamo riusciti a respingerli e pochi sono finiti in fondo al mare”. Dice proprio così, finiti in fondo al mare, come se si trattasse di scatole. No, non sono cattivi, loro. Di fronte al palco, come ogni anno, la signora Lucia Massarotto ha appeso alla sua finestra il tricolore. A metà mattina, cercano di oscurarlo con uno striscione della Lega di Gallarate, con su scritto un nient’affatto xenofobo “no alla moschea”. Ce ne sono altri, però, di tricolori, più indietro, ad accogliere il popolo padano, lungo Riva degli Schiavoni, militanti di un partito del governo italiano con addosso magliette con su scritto “padania is not Italy”. Che ne penserà Fini? È lui infatti un altro dei bersagli di oggi. Lui che “osa parlare di diritti agli immigrati”.
Arriva Bossi, il capo, il grande capo, come lo chiamano loro, a dimostrazione di come la Lega sia lontana dall’essere un partito dalla struttura democratica. Dicono ci sia stato un boato ad accoglierlo. Ma così come i trentamila, io il boato non lo sento. Ma sono di parte, potrebbero dire. Non di questa, di sicuro. Ma, da dove mi trovo, non sento nemmeno la flebile voce del capo. Mi avvicino al palco. Sta per dare la parola a quello che è e resterà per sempre il suo delfino o, se volete, il suo braccio armato (vedi ronde e tutto il resto). Nel farlo ci tiene a sottolineare che “Maroni l’ho allevato io”. E racconta di quando da giovani andavano a imbrattare i muri dei loro slogan, già allora colmi d’odio. Dopo l’amarcord, il ministro degli interni italiano esordisce urlando: “Padania libera!”. Sì, è proprio questo il vero messaggio politico di oggi. Alla Lega non basta più il federalismo. Ora vuole la secessione, e la vuole sul serio, “con le buone o con le cattive”, dirà Bossi, che tanto – parole testuali – “nemmeno la galera ci fa più paura”. Sono i loro slogan, a far paura. E Venezia dovrà respingerli con forza, nei prossimi mesi, per non ritrovarli padroni del municipio. Per non lasciare che Riva dei Sette Martiri si trasformi in una delirante Riva dei popoli padani.
Venezia, dopo lo Strega
Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis lo scorso 4 luglio.
Venezia, la Venezia letteraria, la meno conosciuta, la meno connessa al turismo sfrenato che caratterizza quasi del tutto la città, ha trionfato al Premio Strega di quest’anno. Qualcosa più che un trionfo. Sembrava, mesi fa, dovesse vincerlo Daniele Del Giudice, veneziano, che pubblica da Einaudi e che dopo alcune stupide polemiche, si è tirato indietro con una nobile lettera aperta, lo ha vinto Tiziano Scarpa, veneziano, nato alla Pietà – di cui racconta nel romanzo Stabat Mater – che pubblica da Einaudi. Una gioia per chi ama la lettura e la scrittura. Venezia cuore pulsante della narrativa contemporanea, se ci aggiungete anche Gianfranco Bettin, Renzo di Renzo, Marco Franzoso e qualche altro. Narratori di storie, osservatori del presente, indagatori della società. Ma i loro libri, i loro articoli – come questo – sono sempre roba per pochi, ignorati dai più, scavalcati come qualcosa di superfluo (ah, la cultura), se non di inutile. Quanti veneziani sapevano che Tiziano Scarpa aveva scritto Stabat Mater, o che Gianfranco Bettin ha scritto Gorgo? Per non parlare della loro nutritissima bibliografia precedente. “Venezia è un pesce”, l’originalissima guida che Scarpa a scritto su Venezia. è un must per quasi ogni turista francese o tedesco. Ma i veneziani? E non è un aspetto che riguarda solo i (pochissimi) lettori, ma anche e soprattutto le istituzioni. Per questo è davvero preziosa e importante la vittoria di Tiziano Scarpa al Premio Strega. Per dire a tutti che a Venezia c’è qualcuno che fa, che produce, che racconta. Qualcosa di quasi invisibile, com’è oggi la scrittura, ma un bene importantissimo, una risorsa per questa sgangherata città che rende indiscutibile quel detto: nessuno è profeta in patria. Adesso leggeteli, i libri di Tiziano Scarpa. Fatelo senza pensare allo Strega, perché poteva meritarlo già cinque anni fa, oppure mai, perché la scrittura è qualcosa di imprendibile, difficile da afferrare e – tanto più – da far gareggiare e premiare. Qualcosa che resta e basta. Magari scoprirete che ci sono sguardi che mai avreste immaginato, vi verrà svelata una città inattesa, sorprendente, alla quale non potrete più rinunciare. Vi renderete conto, semplicemente, di non poter più fare a meno della lettura. Un dono inestimabile, grazie anche a Tiziano Scarpa, scrittore veneziano.
Giro d’Italia a Venezia
Questo mio articolo è uscito venerdì 8 maggio sul Corriere del Veneto.
Il Giro d’Italia sarebbe passato per Mestre quel giorno. Erano gli anni sessanta, verso la fine del decennio, Eddy Merckx in maglia rosa, e mio padre venne a prendermi a scuola in anticipo. Disse al maestro che mi portava a vedere il Giro e non è difficile immaginare che uscii tronfio dall’aula, grembiule e cartella sulla spalle. Forse non fui l’unico a godere di quel privilegio, è probabile che molti altri padri abbiano fatto la stessa cosa, quel giorno. Passava il Giro d’Italia sotto casa, verso l’ora di pranzo, come non approfittarne? Per anni, però, mi è piaciuto credere di essere stato l’unico, quella volta, a bearmi di quella piccola – e autorizzata – trasgressione. Il Giro passava in Circonvallazione, mi pare, e quel che ricordo bene, era la carovana che precedeva i ciclisti. Cominciarono a passare molto tempo prima. Le staffette in moto, e poi quelle auto multicolori, da cui lanciavano dei gadget, e devo averli ancora da qualche parte, gli omini Michelin portachiave e multicolori pure quelli. Un bel passatempo ma a me interessavano i ciclisti. Anzi, un ciclista. Eddy Merckx. Il cannibale. Ero piccolo, ma già avevo imparato ad amare i campioni. Non oso immaginare, invece, quante volte avrò chiesto a mio padre “fra quanto passano”, con le probabili varianti “ma quando passano” e “quanto manca”. Immagino l’ansia, quella sì, perché a otto, nove anni, in quei casi l’ansia è un sentimento cruciale. Giunse il momento. E fu un istante. Il gruppo compatto sfrecciò davanti ai miei occhi in pochi, pochissimi secondi. Fu una specie di sibilo gracchiante accompagnato da uno “sguisch” d’aria calda. Fine. Non fu però una delusione. Mio padre mi aveva preparato. Mi ripetè più volte di concentrarmi, di guardare con attenzione, e io sì che lo vidi, Eddy Merckx. Era quella macchia rosa, in mezzo al gruppo, una scia dal colore unico e inconfondibile in mezzo a tutti gli altri. Non oso immaginare – anche questo – per quanto tempo mi sia vantato coi miei compagni, di averlo visto, Eddy Merckx. Devo averne anche scritto un tema, mi pare. E qualche anno dopo, doveva essere domenica, però, quella volta, in barca, sempre con mio padre, attraccata a due passi da Piazza San Marco, e se me li ricordo, eccome, gli occhi rossi di Francesco Moser, in pieno sforzi, prima della curva finale della cronometro che arrivava in Piazza San Marco. E anche tutti gli altri, compreso De Muynk, che se non sbagli poi lo vinse, quel Giro. Ecco, tutto questo per dire che, nonostante tutto, nonostante il Cera, e Rebellin e i dubbi su Armstrong, il fascino del ciclismo è sempre lo stesso (pure Merckx venne escluso per doping a un Giro, no?), e mi auguro allora che nei prossimi giorni siano tanti i padri a fare come fece il mio. Perché non avrei mai ricordato cosa avremmo fatto in classe quel giorno, ma mai dimenticherò, invece, quella macchia rosa sfrecciare davanti ai miei occhi.
Influenza suina a Venezia
1 gennaio 2009
Venezia 1 gennaio 2009, la neve
Venezia, come fosse Mediaset
Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis di sabato scorso.
Un anno dopo, si persevera. Quella che poteva essere giustificata come una trovata dettata dalla fretta, dal poco tempo avuto a disposizione per organizzare l’ultimo dell’anno del 2007 da parte dell’agenzia marketing ed eventi, si rivela essere in realtà l’unica idea esistente. Il bacio in Piazza San Marco. Con – di nuovo – il casting del volontario baciatore, e con tutto quel coté vagamente morboso che l’idea porta con sé. Nessun bacchettone, per carità, solo che questa è roba da trasmissione tv del pomeriggio. Con Cucuzza o la De Filippi, per intenderci. Che tristezza. È tutto qui quello che Venezia sa offrire? La riproposizione piatta del quasi nulla? Un’idea che sarebbe discutibile anche in un qualunque paesotto di provincia? Mah. È il ritratto della nostra epoca, questo. Eppure Venezia potrebbe davvero proporsi come luogo di inversione di tendenza, come cuore pulsante di un nuovo modo di offrire intelligenza e qualità. E invece niente di più di una di quelle inguardabili trasmissioni che invadono i palinsesti nazionali. Non solo. Il Love bis viene pure spacciata come idea di messaggio di pace, con il casting dei baciatori. Strana visione della pace. Sia chiaro, nessuno dice di non divertirsi la notte di capodanno. Ma c’è modo e modo. Invece, ormai, divertimento è quasi ovunque sinonimo di cazzeggio. E questo sembra dunque proprio il modo più inutile. Anche un po’ irritante. Non serve un’agenzia marketing ed eventi per inventarsi qualcosa che peraltro facciamo tutti da sempre, l’ultimo dell’anno: baciare. Del resto, fino a che non si capirà che non è di marketing che ha bisogno Venezia, la situazione sarà questa. E se tanto mi dà tanto, aspettiamoci le stesse “scintille” anche per il carnevale. In un periodo di crisi quale questo, resta davvero poco comprensibile pagare cifre per “creativi” che credono di lavorare per la tv anziché per Venezia. Se l’ultimo dell’anno fosse affidato a rotazione alle varie associazioni culturali che ci sono in città, sono sicuro che le proposte sarebbero ben più originali e la piazza sarebbe piena comunque. Ma si sa, siamo provinciali e allora affidarsi a termini tipo “marketing & eventi”, ci fa credere chissà che cosa. Ci riempie la bocca. Altro che baci.
Jogging in rosa
Acqua sempre più alta
Acqua alta, in aumento
Emilio Fede, “giornalista”
Venezia: vera (mala)fede
Una pura precisazione al “servizio” televisivo che il dott. Emilio Fede ha dedicato a Venezia. A un certo punto del video, un signore sta tornando a casa, ma per il valente direttore Mediaset, cristallino cronista, il losco figuro chissà dove sta infilando la chiave, dato che per l’informatissimo giornalista, lì, è noto, non ci sia nessuna entrata di abitazione. Infatti, per la cronaca, guardate qua sotto: ce ne sono addirittura due. Ecco a chi è in mano l’informazione in questo paese, nell’indifferenza di tutti.























