La lega sarebbe fuorilegge

In molti altri paesi civili, un “partito” come quello della lega nord, sarebbe fuorilegge o, quanto meno, tenuto ai margini della politica. E per più motivi, il primo, quello più evidente e ovvio (ma non il peggiore), il fatto di porsi contro la Storia dell’Italia e contro la Costituzione, volendo dividere artificialmente il Paese con quell’idiozia assoluta che è la padania (minuscolo, ché la padania non esiste). Si paragonano a bretoni e baschi, gli ignoranti padani. Ma basta una breve ricerca su google, o parlare con un vero bretone o basco, per capire che usurpano storie vere, lingue vere, tradizioni autentiche. Il secondo aspetto, per cui sarebbe confinato – come tanti altri partiti europei di estrema destra – ai marigini della politica nazionale, è il suo razzismo di fondo, che se un tempo era solo linguaggio becero, oggi, con leghisti nei ruoli chiave dello Stato e di tante amministrazioni locali, è diventata azione vera.
Azione che si è vista ieri, qui, nella mia città, Venezia, da sempre città aperta, libera, solidale. Un corteo autorizzato anti lega che viene bloccato e manganellato fin dalla partenza da un cordone imponente di polizia come nel Cile di Pinochet. Il tutto su ordine diretto del ministro dell’interno, leghista. Quello che molti, anche a sinistra, definiscono come la faccia pulita della lega. Quello che molti vorrebbero a capo del governo al posto dell’utilizzatore finale. Quello che, grazie alla sua politica sull’immigrazione, ha sulla coscienza chissà quanti dei naufragi di migranti nel Mediteranneo. Dopo quel che è successo ieri a Venezia – che oggi sarà invasa dai sedicenti “popoli padani” – questo mio intervento uscito mercoledì scorso, 14 settembre 2011, diventa ancora più attuale, credo. La lega – ricordiamocelo – rappresenta un’infima parte di questo Paese. Ed è comunque minoranza anche qui in Veneto. Governa solo grazie allo sdoganamento aziendale deciso ad Arcore. Governa, decide, occupa spazi di potere come nemmeno il peggior Psi (serve ricordarlo, il Trota?). E distrugge luoghi, paesi e, soprattutto, coscienze. Infine, io credo che il fenomeno lega non dipenda dal territorio, dalla gente sedotta da un non-pensiero. Credo che il fenomeno lega sia conseguenza di chi, fin da subito, anziché metterla ai margini, l’ha scelta come interlocutore. Sinistra compresa.

Ecco il mio intervento del 14 settembre 2011 sul Corriere del Veneto.

Il tricolore è alla finestra già da mesi. Forse, la signora Lucia non l’ha più tolto dal raduno padano dell’anno scorso, in Riva dei Sette Martiri, a Venezia, già pronta, con quella bandiera, a celebrare il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. E sarà l’ultima volta, domenica prossima, perché la signora Lucia è stata sfrattata e quell’appartamento avrà nuovi inquilini. Per quasi quindici anni, la signora Lucia è stata la sola a tenere testa a un raduno che va contro la storia di Venezia, contro la sua apertura verso il mare, verso gli altri e l’altrove, un raduno che va contro l’Italia. Da sola, ogni anno, puntuale, ha sbattuto in faccia al popolo padano piazzato sotto alle sue finestre, un tricolore che non era provocazione, ma la rivendicazione di un’appartenenza. Con quel tricolore, va ricordato sempre, un attuale ministro della Repubblica, il leader di quel popolo padano (che non esiste) ha detto che ci si sarebbe pulito al cesso. Sembrava ci avessimo fatto l’abitudine. Che ci fossimo assuefatti a qualcosa di talmente anomalo, talmente violento nella drammaturgia finta e nel linguaggio mistificato, da farci sì vergognare, ma da lasciarci però rassegnati, all’angolo. Da un paio d’anni non è più così. All’improvviso, grazie all’ostinazione della signora Lucia, Venezia accoglie il popolo padano in camicia verde con centinaia di tricolori alla finestra. Un messaggio inequivocabile per dire a quella gente che Venezia e i veneziani si chiamano fuori. Per questo, anche se l’anno prossimo il tricolore della signora Lucia non ci sarà più, poco importa. Perché ormai quel suo tricolore è diventato il tricolore della città intera, e tutte insieme, quelle bandiere sottolineano un’anomalia tutta italiana, di un partito che vuole la secessione ma che siede ai banchi del governo del Paese. Verranno accolti come indesiderati, i padani (che non esistono), pochi giorni dopo quella competizione ridicola, possibile solo in quest’Italia anomala e disperata, quel giro della padania (che non esiste) contestato da sindaci, da cittadini, e verrebbe davvero la voglia di proporre che coloro che hanno partecipato a una gara organizzata da un partito politico separatista, Ivan Basso in primis, non vestissero la maglia azzurra fra qualche settimana, ai mondiali di ciclismo. Sarebbe solo coerenza, no? Ma la coerenza da queste parti è ormai una parola vuota, ripresa però in mano puntualmente da persone come la signora Lucia. Poche. Capaci di ridare significato a simboli e valori. Un’impresa ben più nobile che uno sgangherato raduno, dove sentiremo, come sempre, risuonare slogan che mettono i brividi. Resi definitivamente innocui, forse, un giorno, da un tricolore alla finestra.

Venezia 68

Fine del Festival.

Lo scempio del Lido

Questo mio articolo è uscito l’8 settembre 2011 sul Corriere del Veneto. Qualcuno dice che sia servito da spunto agli occupanti del Teatro Valle, per la loro giusta e sacrosanta performance di protesta, lo stesso giorno, quando hanno strappato i teloni che maldestramente tentano di nascondere allo sguardo della gente quello scandalo costato 37 milioni di euro. Non so se è vero. Ma se lo fosse ne sarei orgoglioso. Chissà se qualcuno indagherà mai, su questa grande opera – a cura della Protezione Civile – trasformatasi, a stretto giro, nell’ennesimo scandalo italiano.


È uno dei posti più osservati della Mostra, pur essendo il meno ufficiale, il più improvvisato. Una feritoia ritagliata sul telone che nasconde il cantiere abbandonato dell’ex nuovo palazzo del cinema. Bisogna piegarsi leggermente in avanti, come se stessimo per accostare l’occhio alla più improbabile delle cineprese. E là incomincia ogni volta il film. C’è questa distesa di plastica bianca, irregolare, che asseconda gli avvallamenti del terreno. Nasconde lo scempio e sembra il set di un film di fantascienza. Anzi, potrebbe sembrare proprio un momento di Lo stato delle cose, il film di Wim Wenders che vinse qui al Lido nel 1982. Quell’anno, nel boschetto ora raso al suolo, i ragazzi appassionati di cinema piantavano le canadesi e stendevano i loro sacchi a pelo. Il cinema come libertà allo stato puro (delle cose, e non solo). Prima di andare a dormire, terminate le proiezioni, quei ragazzi se ne stavano sulla scalinata del Casinò a commentare i film del giorno, a bere una birra, ogni tanto spuntava una chitarra. Su quella scalinata sono nati negli anni progetti di film, sbocciati amori, su quella scalinata hanno fatto gavetta i migliori critici di tutto il mondo, generazioni di cinefili si sono scambiate il testimone, e potevi chiacchierare con Stefania Sandrelli, o Sandrine Bonnaire o trovarti seduto accanto, sullo stesso scalino, a Valeria Golino. Ascoltare Marco Ferreri discutere con Bernardo Bertolucci. Poteva succederti di fare da sfondo ai collegamenti in diretta di Lello Bersani. Anche quella scalinata è sparita, oggi. Una inutile devastazione, una delle tante grandi opere abortite, il nuovo palazzo. Viene da domandarsi se quando si prendono decisioni evidentemente fallimentari, ci si interroghi anche sull’aspetto sentimentale (oltre che urbanistico, sociale, ambientale), del luogo che si va a cancellare con tanta disinvoltura. E bene ha fatto la Biennale, a decidere di ripartire dall’esistente, iniziando dalla Sala Grande, ristrutturata con tocco attento, delicato, sobrio. Magari, per l’anno prossimo si potrebbe pensare a lasciare finalmente libera, spoglia, la facciata del palazzo che, visto nei filmati d’epoca, non è poi così brutto. Anzi. Ripartire da lì, senza proclami pomposi e prime pietre inutili e che restano uniche. Quel cratere, che da due anni offende il Lido e lo sguardo di tutti, è uno dei tanti simboli della devastazione complessiva di questo paese. E la presenza dell’amianto c’entra fino a un certo punto. Quando a quella feritoia si accosta lo sguardo degli stranieri, sai già che quando si distaccherà sarà uno sguardo allibito, con una evidente inclinazione al compatimento nei nostri confronti. Ma si sentono feriti anche loro, perché la Mostra del Cinema appartiene a tutti e, di conseguenza, pure questi luoghi sono casa loro. Accanto alla finestrella che si apre sull’obbrobrio, un cartello: qui giacciono 37 milioni di euro. Un cantiere abbandonato che dovrebbe fare venir voglia di urlare, perché dentro a questo assurdo set involontariamente cinematografico, alla fine, un urlo di rabbia ci starebbe benissimo. Non l’avessimo esaurita da tempo, ormai, quella rabbia. E il titolo del film, alla fine, potrebbe essere solo uno. Rassegnazione.
www.robertoferrucci.com

Cantando L’Internazionale, altrove

Questo mio articolo è uscito il 31 agosto 2011 sul manifesto. Il 3 settembre, su Liberazione, Roberto Gramiccia, lo ha scelto come spunto per ulteriori riflessioni.


La sera, dal tendone ristorante, arriva un canto inconfondibile, ma ormai perduto. Perduto per noi italiani. Perduto in questo modo qui, con duemila militanti di un grande partito di sinistra, militanti di tutte le età, ma soprattutto giovani, tanti giovani – che cantano a squarciagola L’Internazionale. Lo cantano con passione, con determinazione, con gioia. E mentre cantano, mentre urlano, mentre sorridono, fanno un gesto che pure abbiamo perduto. Peggio, che abbiamo cancellato. Tengono il pugno alzato. Io, tengo alzato l’iPhone, che sta facendo il video. Riprendo qualcosa che la nostra sinistra ha gettato via. Ma non riuscirò a riportarlo “a casa”. Resterà un puro souvenir. Non solo. Nella giornata passata in mezzo ai militanti del PS, riuniti a La Rochelle per L’Université d’été, invitato a parlare dell’Italia di oggi, continuavo a sentir risuonare un altro dei delitti compiuti dalla nostra sinistra. Una parola che noi abbiamo cancellato. La parola compagni. Chissà cosa avrebbero provato, si fossero trovati da queste parti, Bersani e Vendola. Lo avrebbero sentito anche loro, quel mio vago senso di vergogna? Perché quello che da noi la sinistra è riuscita a fare, non è stato cambiare, come ci hanno detto, no, hanno cancellato la Storia, smantellato appartenenze, sradicato radici. I socialisti francesi, per quanto fra di loro ci siano figure assai moderate, non hanno mai messo in discussione quei tratti indiscutibili, quei valori ineluttabili, quei gesti e quelle parole e quei canti che racchiudono e raccontano epoche intere. I militanti cantano L’Internazionale, alzano il pugno, si chiamano compagni. La nostra sinistra (quasi tutta), queste cose le ha cancellate credendo di installarsi – lungimirante – per prima dentro al futuro. Si è trasformata, invece, in una patetica e inutile archeologia del presente. Assillata dai fantasmi agitati con vigore da chi è entrato in politica per sconquassarla, si è terrorizzata e si è lasciata sconquassare. Così, lì, a La Rochelle, in quel contesto, il partito meno di sinistra della sinistra francese, sembra il più a sinistra di tutti i nostri partiti di sinistra. E trovarsi lì, a parlare dell’Italia di oggi, lì, dentro a un partito che a La Rochelle ha iniziato ufficialmente la campagna per le primarie di ottobre e la conseguente battaglia che dovrebbe portare il candidato vincente all’Eliseo nel 2012, lì, un italiano non può che sentirsi inadeguato. Unico motivo di vago orgoglio: non avendole mai fatte prima d’ora, sono venuti da noi, in Italia, dal Pd, a studiare come si organizzano, le primarie. Capirai. I candidati sono cinque, ma la lotta pare sarà solo fra gli ultimi due segretari del partito, François Hollande e Martine Aubry. Outsider, la candidata del 2007, Ségolène Royale. Si batteranno fra loro alla “presenza” del fantasma di colui che sembrava il candidato sicuro, il più temuto da Nicolas Sarkozy. Dominique Strauss-Kahn. In Francia, non si parla d’altro, ma dentro al recinto dell’Espace Encan, tutti fanno un po’ finta di nulla, tranne lo stand delle cartoline, dove fra le figure più significative del socialismo francese, giusto sotto alla foto autografa di François Mitterand, c’è un sorridente Strauss-Kahn in bianco e nero. Verrebbe da chiedere se e quante ne hanno vendute. Alla tavola rotonda Mieux connaitre pour mieux combattre, l’estrème droite en France et en Europe, organizzata la Mouvement Jeunes Socialistes, ci sono un centinaio di ragazzi. Dai quindici anni in su, di tutte le etnie. Vengono da ogni angolo della Francia. Ascoltano e domandano per più di due ore. Sono loro che da domani saranno il cuore attivo della campagna elettorale per le primarie, strada per strada. E vogliono capire. Perché tutti, qui, temono il ripetersi del 21 aprile 2002, quando Jean-Marie Le Pen arrivò tra lo sconcerto generale al ballottaggio con Chirac. Nessuno vuole si ripetano gli stessi errori, e i sondaggi che danno a volte Marine Le Pen al secondo turno, preoccupano molto. E loro ascoltano, prendono appunti, domandano. Faticano, ovviamente, a capire la situazione italiana. Del resto, è ancora più faticoso tentare di spiegarla, a uno straniero. Finito l’incontro, un ragazzo si avvicina, ha ancora qualche curiosità, e poi, sorridendo, dice che no, qui da loro l’estrema destra non andrà mai al governo. Lo credo anch’io, gli dico. E gli auguro di darsi da fare, di vincerle, le prossime elezione. Fatelo anche per noi, aggiungo. Guardi e ascolti questi ragazzi e ti rendi conto di quanto si sentano dentro a un partito dalle radici solide. Come fa oggi, un giovane, a riconoscersi nel Pd, o anche nel Sel, con nomi che non significano nulla, che non arrivano da niente, perché sono i dirigenti stessi, a fingere, in una rimozione forzata, di venire dritti dal nulla? Questi ragazzi dimostrano di avere entusiasmo, voglia di fare, e il discorso di chiusura dell’Université fatto dalla loro segretaria nazionale, Laurianne Deniaud, è il riassunto di tutto ciò. Un discorso forte, radicale, fatto di indignazione e di volontà di contribuire al cambiamento, pronti a lottare su tutti i fronti, contro il nucleare, contro il razzismo, che rivendica la multietnicità della Francia come un valore assoluto, e contro le generazioni che continuano a tenere i giovani a margine, sia nel mondo del lavoro, sia in politica, anche dentro allo stesso Ps. Un discorso di sinistra. Forte, appassionato, radicale. Bisognerebbe farlo ascoltare a Matteo Renzi. Mi chiedo cosa succederebbe da queste parti, se un giorno dicessero a tutta questa gente che bisogna smettere di celebrare il 1. maggio e il 14 luglio. Ma non succederà mai, mi risponderebbe quel ragazzo. E avrebbe ragione. La sera, c’era anche lui, sotto al tendone, il pugno alzato, a cantare a squarciagola L’Internazionale e a prepararsi a lavorare per un Changement che, visto da qui, sembra inesorabile, indiscutibile e, soprattutto, vincente.

L’articolo di Roberto Gramiccia, su Liberazione, del 3 settembre 2011.


Leggendo sul manifesto di qualche giorno fa l’articolo intelligente e appassionato di Roberto Ferrucci che racconta della Festa dei Socialisti francesi a La Rochelle e, nell’ambito di essa, del canto a squarciagola dell’Internazionale, dei pugni chiusi agitati per aria da tanti giovani appassionati, della parola compagno che fiorisce sulle labbra di tutti, della linea politica espressa per le primarie di ottobre, confrontando tutto questo coi rituali grigi e anonimi della nostra cosiddetta sinistra e con la sua ambiguità inconcludente, per una strana associazione di idee, mi è venuto in mente il nostro governo e la figura da cialtroni che stanno facendo i membri della maggioranza, cambiando una manovra al giorno, una più forcaiola e sconsiderata dell’altra.
Sono stato preso allora da un dubbio lancinante, un dubbio doloroso come una causalgia (avete mai avuto una sciatica o l’herpes zooster?). Ma non sarà che la cialtroneria è diventato un tratto costitutivo nazionale della nostra classe dirigente, uno stigma per così dire traversale e bipartisan? Per la prima volta in vita mia non ho ragionato in termini di destra/sinistra, anche perché oggi purtroppo è difficile farlo, né ho utilizzato paradigmi di classe ma piuttosto un criterio epidemiologico orizzontale (la medicina, si sa, è una illuminante metafora della vita).
Mi sono chiesto: ma come mai la destra populista del nostro Paese al potere (che non è stata mai un gran che) si è ridotta ad una compagnia da comica finale (con due capicomici di prima fila: Berlusconi e Bossi e uno aggiunto: Giulio Tremonti) e quella che noi definiamo del tutto impropriamente sinistra si è ridotta a fare una opposizione da operetta. Il confronto con gli altri Paesi non fa che peggiorare la mia impressione. Non è che in Francia non esistano socialisti moderati, come ci ricorda Ferrucci, ma nessuno si è sognato di sostituire l’Internazionale con la canzone di un cantautore. Da noi sì. E la cosa fa un po’ pendant – mi piange il cuore a dirlo – con la liturgia da avanspettacolo delle adunate della Lega, per non parlare delle performances distribuite a gratis dal primo ministro decotto.
I cazzotti di Bossi e le corna di Berlusconi fanno il paio con le esternazioni di Matteo Renzi e le sue espressioni da cabarettista pacioccone velenoso opportunista fiorentino. Che poi Renzi sarebbe il rottamatore. Ma rottamatore di che, se tutto è ormai già rottamato? C’è un virus che si aggira dentro il parlamento ormai da tempo: quello della cialtroneria. Nella catena del contagio molto deve aver giocato il ruolo di un portatore molto poco sano come Walter Veltroni. Ma non basta. Non può bastare perché la pandemia si è sviluppata con esiti devastanti che ricordano quelli della Spagnola degli ani Cinquanta.
Evidentemente c’è una predisposizione. Sarà la vocazione al trasformismo? Sarà il terrore di dover passare la mano? Dalla Bolognina in poi non c’è stata più tregua. Se pensate che, dentro il Pd, Bersani ha dovuto gonfiare i muscoli e trattenere il respiro per sostenere lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Poveraccio, non gli bastavano i guai che gli sta dando Penati.
E allora, prima che sia troppo tardi bisogna trovare una cura. Non voglio credere che quella della cialtroneria sia una malattia cromosomica (congenita e incurabile). E’ la nostra stessa storia che falsifica questa tesi, lo fanno le radici della nostra costituzione. Ma allora se non è una malattia genetica – anche se sono propenso a ritenere che ci sia una propensione alla cialtroneria (pensate alla coglioneria farsesca del fascismo e alle esibizioni del duce mascellato sostenute da folle oceaniche e plaudenti) – cerchiamo finalmente una terapia efficace.
Noi siamo fuori dal parlamento e quindi meno esposti al contagio ma questo non ci rende più sereni. Se l’infezione si estenderà, sarà la fine. Se la Sinistra non rinascerà subito, non se ne potrà più parlare in Italia per decenni. E questo ci preoccupa, anzi ci terrorizza.
Non resta che sperare che la cura prenda le mosse dall’autodiagnosi (non esiste terapia senza diagnosi) di questa cosiddetta Sinistra, affetta da una forma di grave degenerazione progressiva della propria identità e della propria pratica politica. Diamo una mano al povero Bersani. Cominciamo col proporre che le assemblee del Pd si concludano con l’Internazionale, rendiamo obbligatorio l’uso della parola “compagno”, del pugno chiuso e delle bandiere rosse. Suggeriamo a bassa voce all’orecchio di Vendola le stesse cose. Chissà che, cominciando dal cuore, non succeda qualcosa. Facciamolo presto, però, anche perché prima o dopo, archiviato Berlusconi, la destra cambierà registro e, visto lo stato in cui si trova, non potrà che migliorare il proprio appeal (Montezemolo vuole persino pagare le tasse e Marchionne lo sostiene). Se non cambierà subito, se non guarirà, rischia di rimanere cialtrona solo la sinistra. Allora veramente non ci resterebbe che andare a nasconderci.

Giovedì 25 agosto, in Sicilia

Sentimenti sovversivi al Tg3 Veneto

Questa intervista è andata in onda il 7 agosto 2011 al Tgr del Veneto.

Venezia, peggio di Disneyland

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 30 luglio 2011.


Venezia è una città sotto assedio. Un assedio mantenuto da tempo proprio da quel mondo globale, da quell’economia globale che stanno mostrando all’altro mondo, quello diverso, quello possibile, il loro fallimento. Venezia è tenuta sotto assedio dal turismo di massa, da un’offerta che non guarda in faccia nessuno, quella disposta a tutto pur di riuscire a mettere in vendita ogni centimetro quadrato di prodotto. Poco importa che il prodotto sia proprietà di tutti e non dei pochi che lo commerciano. Importa ancor meno, che il prodotto sia del valore fragile e inestimabile di Venezia. Venezia sembra essere in mano a gente priva non soltanto di scrupoli, ma anche del minimo buon senso (per non parlare di senso storico oltre che civico, roba ormai sconosciuta all’Italia intera). E non parlo dell’amministrazione comunale. Parlo degli operatori. Sentire uno dei dirigenti del Porto sbandierare con orgoglio l’arrivo pressoché quotidiano di undici navi (11!) e di trentacinquemila croceristi (35.000!) mette i brividi. La stampa e le istituzioni mondiali guardano a questo assedio come a una catastrofe per nulla naturale, chiedono addirittura che se ne occupi l’Onu, e noi affidiamo la città più bella e inestimabile e fragile del mondo a gente che mette in atto meccanismi mentali e produttivi che sono la negazione stessa della città. Gente che a nome del profitto, non solo manda al massacro Venezia, ma passa sopra – letteralmente, questo fanno le grandi navi quando transitano nel cuore della città – a chi Venezia la vive e la abita. Va detto che gran parte dei residenti sono complici di questa messa in vendita. Ma c’è chi vi si oppone, anche se ancora troppo sottovoce. Prendete gli abitanti del Lido, di Castello, di Sant’Elena. Da un anno vivono sotto il rombo permanente di un elicottero che per l’intera giornata porta sopra le loro case (e dentro i loro timpani) modestissime quantità di turisti che fanno la stessa cosa dei croceristi. Fotografano Venezia dall’alto. I veneziani brontolano, si lamentano, ma poi lasciano fare. Complici – tutti noi – della svendita al taglio della nostra città. Chi autorizza quell’elicottero a sorvolarla? Chi gli consente, con quel rombo incessante, di violentare i silenzi di Venezia? Quali rischi comporta un elicottero che va su e giù per più di otto ore al giorno? Chi ci trae guadagno? E chi risarcirà anche soltanto gli sguardi (per non dire l’enorme disagio degli abitanti di Santa Marta, loro sì assediati quotidianamente da tonnellate di lamiera, da nuvole di fumi di scarico, da onde elettromagnetiche; per non dire dei fondali e delle rive devastati dallo spostamento del tonnellaggio equivalente a quelle tonnellate di lamiera), ma anche solo i nostri sguardi, dicevo, violentati da quel contrasto indecente delle grandi navi che passano in Bacino San Marco? Il sindaco Orsoni, al quale va riconosciuto l’immane compito che si trova ad affrontare, e la sua capacità, nei giorni scorsi, di ottenere quei finanziamenti vitali per Venezia, in campagna elettorale aveva usato un’immagine: è come se decine di Tir passassero ogni giorno per Piazza Duomo. Non se ne dimentichi. E noi, veneziani, non compromessi nella svendita, diamogli una mano: svegliamoci!

Gli indignados dello spritz

Questo mio articolo è uscito sabato 23 luglio 2011 sul Corriere del Veneto.

In Spagna le piazze di molte città sono da mesi occupate da centinaia di migliaia di giovani. Il luogo simbolo è la Puerta del Sol, a Madrid. Lì, il 15 maggio 2011 è nato il movimento dei Los Indignados. Da quel giorno, i ragazzi delle piazze – studenti, precari, disoccupati – sono diventati protagonisti della vita politica spagnola. Un ruolo che hanno semplicemente deciso di prendersi, senza forzature, se non quella, minima, di occupare del suolo pubblico. È vero che, se succedesse da noi, i ragazzi italiani sarebbero probabilmente subito dipinti come dei black bloc, sarebbero immediatamente bollati dai media – soprattutto televisivi – come dei delinquenti, perché è così che va, oggi, nel nostro paese. Ma non è soltanto per questo che da noi, di giovani Indignados che occupino le piazze non c’è nemmeno l’ombra. O meglio, sì, ci sono, e sono in effetti migliaia, pure loro, ma le occupano per motivi certamente meno nobili. Sono le piazze degli spritz, altro che indignados. La ricerca fatta dal Comune di Padova nelle settimane scorse, mette i brividi: più della metà degli “occupanti” è regolarmente ubriaca, quando si trova in piazza. Il consumo di alcol è enorme. E la ricerca è stata fatta in un mercoledì sera qualunque, non il sabato. I partecipanti allo sballo, sono l’equivalente dei coetanei spagnoli: studenti, precari, disoccupati. Ma il loro ruolo è del tutto rovesciato. Mentre lì la sfida di una generazione intera ha come obiettivo di mandare a casa una classe politica incapace e corrotta, qui, nelle piazze padovane e di molte altre città italiane, una generazione intera si appiattisce al potere (vecchio, incapace, corrotto) obnubilando nell’alcol i propri sensi. Le proprie capacità intellettuali. Niente di meglio, per la casta. Sia chiaro, nessuno accusa la generazione degli spritz. Le cause sono molteplici e in gran parte pesano sulle spalle dei più grandi, fratelli maggiori, genitori. Ma proprio per questo, proprio perché quasi abbandonati a loro stessi, sta solo e soltanto a loro invertire la rotta. Prendere in mano la propria vita e rivendicarla al mondo, riscattarla a quest’epoca e al loro futuro, e devono farlo al meglio, nel pieno delle facoltà critiche e intellettuali. Imparando proprio dai loro coetanei e omologhi spagnoli. Che come prima decisione – simbolica e pratica e vincente al contempo – il 15 maggio a Puerta del Sol hanno abolito gli alcolici, proprio per riscattarsi da quel luogo comune che li vedeva anche in Spagna indicati come la generazione alcolica. E – senza comunque essere diventati astemi – hanno scoperto quanto più interessante, divertente, importante e esaltante sia andare in piazza con il desiderio di cambiare il mondo, piuttosto che perderlo di vista, accettandolo supini così com’è, rimbambendosi di spritz.

Italia come la Grecia

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di venerdì 15 luglio 2011.

All’edicola, ieri mattina, una signora veneziana, una pensionata, ha guardato la prima pagina del giornale che avevo appena comprato e mi ha chiesto: “Ma davvero adesso dobbiamo pagare il ticket a ogni visita? A ogni ricetta?”. Per fortuna, là di fronte stava attraccando il vaporetto e spero che la signora non abbia preso la mia fuga come un gesto scortese. Ma poi, che cosa avrei potuto risponderle? Forse, mi sarebbe venuto da dirle che ce lo meritiamo, che del resto, questa classe politica ce la siamo voluta noi. Cosa possiamo pretendere? E magari si trattasse solo del ticket, avrei voluto dirle. Avrei pronunciato parole tipo Milanese, o Romano, messe lì non certo a designare differenti cittadinanze, ma nomi da mettere come risposta alle sue lamentele, alle sue paure. Poi, in vaporetto, ho pensato ad altre parole. Ascoltate da me, questa volta, pochi giorni fa. Parole dalla Grecia. Le immagini e le notizie che da tempo arrivano da laggiù, fanno male. Ma il nostro immaginario, forse anche attraverso uno sforzo volontario, le tiene distanti. Per la gran parte di noi la Grecia è sinonimo di vacanza, di mare. La Grecia, nel nostro immaginario, oggi, è un’isoletta di pescatori sperduta nel punto più estremo del Mediterraneo. Lontana, lontanissima. Ci sforziamo a intenderla in questo modo per un unico motivo: la Grecia ci fa paura. Una decina di giorni fa mi sono deciso, e ho chiamato al telefono il mio editore greco. Uno degli intellettuali greci più brillanti. Anche chiedergli il più ovvio dei come va, è stato imbarazzante. Difficile, disarmante, ascoltare tutto il resto. E il resto non era nemmeno – lui stesso lo ha sottolineato – lo stipendio che non narriva più da mesi, ma il senso di disperazione e di violenza che si sente per strada. Una violenza diversa da quella che possiamo immaginare o conoscere. Una violenza disperata, collettiva. Ascoltavo questo signore di sessant’anni raccontarmi con la voce rotta lo sfacelo del suo paese. Una voce rassegnata, sconfitta, con un tono privo di alcun acuto, nessuna nota che lasciasse trasparire un minimo di speranza, alcun accenno di futuro. Una voce buia, spenta. Lo ascoltavo, soffrivo e, al contempo, mi dicevo che no, che da noi non potrà mai essere così. Lo ascoltavo, e temo poi di aver replicato con una voce piena di pena, ma di quella pena che arriva da un po’ più in su. Da chi crede – o vuole credere – di essere al di sopra di ciò che stava ascoltando. Immune, addirittura. Una sfumatura di quella voce dalla Grecia, l’ho percepita nella signora all’edicola, ieri mattina e dentro di me, subito dopo. E so bene, ancor più del giorno di quella telefonata, che neanche noi, ormai, possiamo ritenerci immuni dallo sgomento che percepivo nella voce del mio amico da Atene. Che il terrore che egli prova per il suo paese, è anche il nostro. Perché la Grecia sta qui, accanto a noi, sperduti insieme, e nemmeno da soli, in un angolo profondo del Mediterraneo, Europa 2011. No, non è il titolo di un film.

Sentimenti sovversivi a Genova

Martedì 19 luglio, alle ore 18.00 a dieci anni dal G8 di Genova, Roberto Ferrucci (già autore di Cosa cambia – ed. Marsilio) presenta il suo nuovo romanzo, Sentimenti sovversivi. Con l’autore interviene il giornalista di Liberazione Checchino Antonini. La presentazione, in collaborazione con la Libreria BOOKS IN si terrà sulla terrazza del Ristorante Ombre Rosse, Vico Indoratori – Genova

In caso di pioggia la presentazione sarà spostata presso la Libreria BooksIN (vico del fieno 40r). Per info: info@booksin.it – 010/4037636

I “terroristi” della Val di Susa

Questo mio articolo è uscito il 6 luglio 2011 sul Corriere del Veneto. Ricordo che proprio oggi, Magdi Allam ha definito i No-Tav i “neo-terroristi” e ha chiesto che siano messi fuorilegge.

Erano tanti i veneti, domenica scorsa, in Val di Susa. Alcuni di loro sono stati feriti, altri fermati. Loro e tanti altri sono stati definiti nei modi peggiori. A torto? A ragione? Intanto, nell’attesa di sapere come sono andate le cose (ricordate Genova? Ricordate, vero, che subito dopo gli scontri si dicevano le stesse identiche dichiarazioni di questi giorni, vero? Ricordate i cori unanimi?), in quest’attesa, oltre alla condanna delle violenze – doverosa – bisognerebbe domandarsi il perché di tanta rabbia. I black bloc sono una semplificazione, una delle tante con le quali liquidiamo le complessità. Li si è evocati prima di Genova, e sono puntualmente comparsi, li si è evocati prima delle manifestazioni in Val di Susa, e sono di nuovo ricomparsi. Precisato questo, bisogna ritornare alla rabbia. Una rabbia che nulla ha a che fare con le stravaganti dichiarazioni ufficiali che si sentono in questi giorni (il “tentato omicidio”, caldeggiato dal ministro dell’interno). Io non so come sono andate le cose in Val di Susa, ma so che non sono andate come ci stanno dicendo oggi. Lo so perché non è con la semplificazione che racconti le vicende di quest’Italia. Con la violenza non si va da nessuna parte, lo sanno tutti. Ma, ammesso e non concesso (e sottolineo il non concesso) che gli scontri in Val di Susa siano scaturiti da centinaia, forse più, di giovani arrabbiati, dovere di tutti sarebbe quello, un secondo dopo le condanne – ripeto, doverose, se le cose fossero andate come dicono le istituzioni – di domandarsi il perché di tanta rabbia. Per quale motivo un ragazzo di diciotto, vent’anni, che frequenta un’università carissima e sgangherata, senza alcuna prospettiva per il suo futuro, o un ragazzo precario o, peggio, disoccupato, perché mai, costoro, oggi, in Italia, non dovrebbero essere incazzati? Perché mai davanti a una grande e grandemente inutile opera come la Tav, che costerà dai 17 ai 22 miliardi di euro (e dall’Europa arriveranno soltanto 900 milioni e rotti), perché mai questi ragazzi non dovrebbero essere incazzati? Queste sono le domande, doverose, che tutta la classe politica, ma quanto meno quella che si propone di sostituirsi all’attuale maggioranza, dovrebbe porsi. Perché se da una parte crediamo che il vento del cambiamento e dell’indignazione spazzerà via l’attuale classe politica, dall’altra sembra per ora ben più concreto il rischio che sarà, di nuovo, il vento fetido e velenoso dei gas di Genova e della Val di Susa, ad annientare l’indignazione. Allo stato attuale delle cose in questo paese, la deriva greca sembra talmente ineluttabile che far finta di niente, liquidare la rabbia con le solite formulette semplificatorie e consolatorie è pura stoltezza. L’Italia è in mano a una classe dirigente che non solo non è in grado di governare il paese, ma è del tutto incapace di leggere la contemporaneità. Questo, i ragazzi della Val di Susa, lo sanno. E tutti quelli che, pateticamente, puntualizzano dicendo che non erano della Val di Susa, i “provocatori”, non capiscono che la Val di Susa, oggi, così come le immondizie a Napoli, è e sono il ritratto di quest’Italia. Ma come si fa a non capire che un ragazzo, di fronte ai bunga bunga, ai Bisignani con ufficio a Palazzo Chigi, a tutto lo schifo che quotidianamente si sdipana -impunito – davanti ai suoi occhi, come si fa a non capire che un ragazzo ha pochi, pochissimi strumenti a sua disposizione per farsi sentire? Proprio perché gli strumenti democratici – esprimersi attraverso lo studio, il lavoro, la creatività, la politica – gli sono stati via via sottratti? Semplificare il tutto con visioni da cinquantenni imbolsiti e in panciolle è gravissimo. Liquidare le scintille della Val di Susa come si sta facendo ci renderà tutti colpevoli – ammesso non sia già troppo tardi – di una deriva greca, se non peggio, per il nostro paese. Del resto, provate a porvi questa domanda: a parte il Presidente della Repubblica Napolitano, quale istituzione, oggi, in Italia, ha l’autorevolezza, l’autorità, ma, soprattutto, la credibilità per dire a questi ragazzi che stanno sbagliando? Perché, ammesso e non concesso che stiano sbagliando, non è criminalizzandoli (o manganellandoli) che il disagio davanti al quale ci pongono, si risolverà.

Il Veneto xenofobo (non tutto però)

Questo mio articolo è uscito venerdì 1 luglio 2011 sul Corriere del Veneto.

Dovrebbe fare male, a tutti i veneti e non solo, leggere questa frase: “I napoletani affoghino pure nei loro rifiuti”. Dovrebbe fare male perché è una frase atroce, razzista, violenta, insensata. Dovrebbe fare male perché a pronunciarla è un parlamentare della Repubblica, oltre che il sindaco di una importante città veneta. Dovrebbe fare male perché noi veneti non siamo così. Né violenti, né razzisti, e il buon senso non ci è mai mancato. L’impressione è quella di aver compiuto, noi veneti, un errore imperdonabile: farci rappresentare da gente ben peggiore di noi. La speranza è che prima o poi ci si renda conto di questo sbaglio e si aggiusti il tiro. Perché la maggior parte del paese – è ormai evidente – non ne può più di amministratori non soltanto incapaci, ma che si esprimono con un linguaggio irricevibile. Nessuno fra i nostri genitori, fra i nostri parenti, fra i nostri insegnanti ci ha mai suggerito di esprimerci in tale modo. Al contrario. Siamo tutti stati educati al rispetto e alla solidarietà. O sbaglio? O è cambiato qualcosa nel sistema educativo famigliare e scolastico? Eppure abbiamo politici che non perdono occasione di mostrare la parte peggiore di se stessi. E quando dicono certe cose le dicono, malgrado tutto, a nome nostro. Un linguaggio frequente, ripetuto, che ci ha fatto abituare alle loro uscite, alle loro chiusure a prescindere. Il presidente della regione Veneto non fa che dire no. Davanti a ogni situazione o emergenza umanitaria, lui dice no, a nome di tutti. Chiude. Isola. Censura. È questo il Veneto che vogliamo? Non lo so. Non credo. Perché poi il Veneto è la faccia sincera e spontanea di quel dirigente dell’inceneritore di Fusina che, intervistato alla tv, mostra come si fa il suo mestiere e, alla domanda se l’inceneritore sia o no in grado di smaltire rifiuti provenienti da Napoli, lui risponde con decisione e naturalezza: “Sì, certo che potrebbe. Basterebbe solo un segnale dei politici”. Quella sua faccia e la sua risposta sincera sono la parte più bella di questo Veneto. Sono uno schiaffo alla strumentalizzazione demagogica e becera che ormai è l’unica cosa che la Lega riesce a dire. Aiutare Napoli oggi significa aiutare noi stessi. Significa non darla vinta alla criminalità organizzata, che non dev’essere sconfitta da un inceneritore di Fusina, certo, ma sarebbe un segno. Non foss’altro perché, è cosa nota ma non così diffusa, che i rifiuti industriali delle nostre aziende – milioni di tonnellate – finiscono nelle discariche abusive campane. Ma questo, i politici dal linguaggio violento e razzista, si guardano bene dal dirlo, ché questa cosa annienterebbe in un battibaleno i loro profondi concetti umani. C’è da scommetterci che adesso non perderanno occasione di dire: “Prenditela a casa tua, allora, la loro immondizia”. Ma sì, prendiamocela noi, un po’ a testa, tanto poi la smaltiranno, senza nemmeno accorgersene, negli inceneritori di Padova o di Venezia. E consentiremo ai napoletani, finalmente, di ripartire per il verso giusto, con la raccolta differenziata e incominciando, attraverso piccoli gesti di educazione civica, a invertire una rotta che sembra ineluttabile. Noi, intanto, potremmo incominciare a mandare al macero della grammatica il linguaggio becero di chi ci amministra. E vivremmo allora in un paese migliore.

Stile, lingua, scrittura

Questo mio articolo è uscito su Il Fatto Quotidiano di venerdì 25 giugno 2011.

Ci sono temi che ruotano intorno al mondo del romanzo che ritornano periodicamente a risuonare. C’è chi sostiene che il romanzo in Italia non abbia più nulla da dire, che si tratti di una forma non più in grado di rappresentare alcunché, e c’è chi si chiede se in Italia esistano scrittori capaci ancora di “fare letteratura”. Se lo è chiesto Vincenzo Cerami, domenica scorsa sul supplemento culturale del Sole 24 Ore, sottolinenando l’assenza, a suo avviso, di scrittori capaci di fare dello stile, della lingua, il motore centrale di un romanzo. Lamenta, Cerami, il dominio di una narrazione tutta incentrata sulla trama, sulle vicende, sui personaggi, e l’incapacità, o l’indifferenza, di fare della lingua un personaggio stesso del romanzo. Insomma, sembrano esserci oggi, in Italia, scrittori capaci di concentrarsi solo sul “cosa” raccontare e non sul “come” raccontarla, quella cosa. Se ci si limita a guardare le classifiche delle vendite, sembra proprio non avere torto, Cerami. Tocca dargli ragione anche dopo avere sfrugugliato fra gli scaffali di tante librerie, o dopo avere vagliato attentamente le cinquine dei premi più importanti. Tutto un trionfo di trame, di vicende, di personaggi, di generi, spesso “tirati via” con una scrittura che si discosta poco o nulla dal parlato televisivo. Anche se giro lo sguardo, in questo momento, in treno, verso la mia vicina con un libro fra le mani (“la telefonata che avevo tanto temuto, arrivò”), sta leggendo un noir. Insomma, verrebbe spontaneo dare ragione a Cerami, non fosse che, sapendo bene di che cosa sto parlando, sono perfettamente in grado di dire che non è così. Che in Italia ce ne sono eccome di scrittori consapevoli, come diceva Calvino, che solo chi ha coscienza linguistica, può fare letteratura. Sono quegli scrittori che non affollano le classifiche, che sui banchi delle librerie ci stanno poco, o per nulla, e poi finiscono a scaffale, una copia, quando va bene (ma sono anche quegli autori che appaiono nella periodica classifica di Pordenonelegge, che scrivono su Nazione Indiana o sul Primo Amore). Sono i campioni delle rese o, peggio, i trionfatori degli ordini infimi che molti librai riservano ai loro libri (ma sono anche quegli autori recensiti da lettori attenti su Anobii, sono autori che girano l’Italia invitati dalle librerie indipendenti e dai piccoli festival letterari). È un problema di macchina della comunicazione, di difficoltà della diffusione, più che di un’assenza. Se anche a un addetto ai lavori come Vincenzo Cerami questi nostri libri non arrivano, allora c’è qualcosa che non va. A un certo punto del suo articolo, Cerami fa cenno agli editor. Dopo aver giustamente detto che “la lingua del romanzo è come il coro della tragedia greca, ha funzione di personaggio collettivo”, Cerami sottolinea un aspetto importante. ” Molto spesso, sfogliando questi libri, anche sbrigativamente, sento con imbarazzo la forte interferenza della figura esterna dell’editor”. Già, sapesse quanto spesso un autore che proponga in lettura un testo attento più al “come”, che al “cosa”, si sente dire “c’è poca trama”, oppure “dovresti lavorare di più sui personaggi”, o anche “al protagonista a un certo punto dovrebbe succedere qualcosa, il lettore ha bisogno dei colpi di scena”. Capita spesso, sì. Perché anche certi editor, mica solo i lettori, hanno perso la capacità di emozionarsi davanti alla pura forza di uno stile inconfondibile, di una lingua capace di connotare, di mostrare, di sedurre. E di questi rilievi restano vittime gli esordienti, soprattutto. Non gli autori che magari cambiano editore a ogni libro. Che continuano con coerenza il proprio percorso, più o meno invisibili, più o meno ignorati, dai canali cosiddetti ufficiali. Sono gli autori che fanno una fatica boia ad arrivare nelle mani dei lettori, i cosiddetti scrittori di nicchia. Letterati, che riempiono quel vuoto lamentato da Cerami. Letterati, sì. Parola che però risuona sempre più stonata. Quasi sinistra, ormai, in certi luoghi. Non dappertutto, però.

Artisti, Biennale, coerenza

Questo mio articolo è uscito il 23 giugno 2011 sul Corriere del Veneto.

C’è una parola che risuona da settimane. Una parola importante, che avevamo smesso di pronunciare perché avevamo smarrito il sentimento che la fa scaturire: la parola indignazione. All’improvviso, prima grazie al libro di Stephan Hessel, e più di recente al movimento de Los Indignados spagnoli, questa parola e il suo sentimento sono ritornati a essere quasi al centro della nostra quotidianità. A detta di molti, è stata l’indignazione ad accompagnare l’ondata contraria che, ai ballottaggi e ai referendum, ha mostrato a tutti che – forse – un giorno, un’Italia diversa sarà possibile. Forse. Il rischio, però, adesso, è che puntualmente l’indignazione diventi una sorta di marchio, un termine talmente abusato, tanto da trasformarsi in fretta in qualcosa d’altro. Dovremmo istituirla davvero un giorno, una Salvaguardia delle parole e dei loro significati. Perché poi accanto a indignazione ce n’è un’altra, di parola chiave. Ancora dispersa, a dire il vero, lontana, smarrita e, soprattutto, tremendamente temuta da tanti: coerenza. ” Costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni”, dice il dizionario. E diciamo che non esiste indignazione che non abbia come base la coerenza. O dovrebbe, almeno. Prendete il caso della Biennale Arte, Padiglione Italia e tutte le diramazioni regionali che si stanno inaugurando in questi giorni. Il progetto è noto, oltre che assurdo. Mettere insieme un numero spropositato di artisti per creare il più caotico bazar dell’arte (definizione data da una stessa partecipante al progetto). È noto che alcuni artisti hanno rifiutato, soprattutto visto il nome del curatore, Vittorio Sgarbi. Ma un’altra marea di artisti ha invece accettato. In questi giorni le pagine Facebook di migliaia di utenti sono invase dagli inviti alle inaugurazioni dei padiglioni regionali. Sono gli stessi artisti, giustamente, a fare promozione. Guardi i nomi, e trasecoli. Al di là di più o meno discutibili presenze, ci sono nomi di artisti che in privato e non solo, non esitano a dire di Sgarbi quel che pensano. O non esitavano, quanto meno. Poi, giunta la chiamata, signorsì, grazie, e tutti in coda. Ché quel che conta saranno le note biografiche, che da oggi in poi potranno arricchirsi di una formula fatale: “nel 2011 ha partecipato alla 54^ Biennale d’Arte di Venezia”. Che, si sa, non è cosa da poco. Quasi tutti, c’è da scommetterci, si guarderanno bene dal precisare chi fosse il curatore del padiglione che li ha ospitati. Per carità, non serve neanche dirlo, ma lo faccio: ciascuno è libero di compiere le scelte che ritiene più opportune. Ma alla fine, tutti questi “artisti” (con le virgolette, perché fra loro ce ne sono alcuni che poco hanno a che fare con l’arte), hanno sancito una certezza: l’assoluta impronunciabilità della parola coerenza, ben lontana, ancora o ormai, dall’appartenere a quest’epoca, a questo paese, e a tutti noi.

Sentimenti sovversivi, l’ebook

Sentimenti sovversivi a Saint-Nazaire

Sentimenti sovversivi, la prima recensione

Questa è la prima recensione all’edizione italiana di Sentimenti sovversivi. L’ha scritta Ernesto Milanesi, sul Mattino di Padova, Tribuna di Treviso e Nuova Venezia.

MARTEDÌ, 14 GIUGNO 2011

Pagina 41 – Cultura e Spettacoli

Sentimenti sovversivi in 40 mila parole. Un romanzo d’amore per l’altra Italia

ERNESTO MILANESI

Comincia il giorno della morte di Alain Robbe-Grillet. E finisce con un sussulto di paternità e doppia cittadinanza. Nel mezzo, una scrittura tecnologica e insieme amorevolmente “indignata”. Pagine con 40 mila parole: una sequenza di fatalità con in primo piano la tempesta delle emozioni. Un romanzo francese, che ora viene «tradotto» in italiano (in libreria da giovedì prossimo; viene presentato a Venezia domani alle ore 17.30 alla libreria Marco Polo; martedì 21 giugno alla Feltrinelli di Padova).


Sentimenti sovversivi, Isbn Edizioni, pagine 160, euro 17, dipana il filo narrativo di Roberto Ferrucci che sbarca al decimo piano del Building di Sain-Nazaire, la California bretone. A 1757,7 chilometri da palazzo Grazioli – nel giorno di Obama e del bunga bunga – per misurarsi con la nostalgia (di Teresa e della laguna) e con la vergogna (dell’Italia: incomprensibile alla stessa Francia neogollista). Descrive, trascrive e videoscrive una storia d’amore, a modo suo. Troppo facile ridurla ad indignazione, perché Ferrucci la nutre di attenzioni poetiche e sguardi come carezze di vento.
Un libro che ipnotizza nel gorgo dell’eclettismo. Si naviga a vista con l’iPad che scandaglia la memoria virtuale. E ci si tuffa fra onde di suggestioni, elettromagnetismo, ricordi, virtualità. Ferrucci rimbalza dalla costa francese fino alla laguna; gioca con tennis, vela e calcio come metafore; approda ogni volta a connettere visioni.
Qui sotto anticipiamo brani del capitolo dedicato ai paquebot, post-moderni «love boat» sulla rotta del consumismo. Ma Ferrucci regala le foto in bianco e nero del corteo funebre di Enrico Berlinguer che attraversa Marghera. Era l’11 giugno 1984: «So, oggi, che quella era la fine. La fine di un’epoca, e di una speranza per il mio paese». Il replay dell’ultimo comizio in piazza della Frutta a Padova eccede la politica.
Sono, appunto, Sentimenti sovversivi che rianimano la «villeggiatura» a Jesolo, che si è ridotta ad una colata di cemento e alle sfide fra «tette siliconate e tette naturali». Ferrucci va fino al cantiere del Mose («mostro invisibile e tentacolare»), ma non dimentica Paolo Poggi che «all’inizio e alla fine della sua carriera ha giocato a pallone sull’acqua». Ha visto Paul Cayard al timone del Moro appena varato e riproduce la danza degli africani che vendono borse contraffatte. Passeggia con la sua Teresa fra calli e campielli, anche se è da solo, in Francia, che fa la spesa o si cimenta con i piccioni.
La “penna perpetua” della vita. Ferrucci convince che può bastare. Abbiamo storie migliori del premier che governa le escort. E non dobbiamo rimboccarci le maniche…

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Oggi a Venezia

Libri, librerie e gli italiani

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto, un paio di settimane fa.

Gli italiani che leggono sempre meno, librerie che chiudono a grappoli ovunque e città da decine di migliaia di abitanti prive ormai anche di una cartolibreria qualsiasi. Ministri della Repubblica che si vantano di non leggere libri, ché tanto non serve a niente, scuole che cadono a pezzi, insegnanti accusati di inculcare valori sbagliati agli studenti. È l’Italia di oggi. Le librerie che resistono sono quelle delle grandi catene. Supermercati del libro dove, come in ogni supermercato, trovi il prodotto-libro di grande consumo. Luoghi dove commessi anonimi, sempre indaffarati a sistemare scatoloni e scaffali, non ti invitano certo a chiedere consigli, e alla fine, se va bene, te ne vai con un dvd o un accessorio ics, nulla a che vedere con il libro. E quando scrivi, quando i libri li fai, tutto ciò è frustrante. E se poi hai la fortuna di essere tradotto in qualche altra lingua, ti accorgi che vivi in un paese dove il libro – ha ragione quel ministro – è un oggetto inutile, superfluo. Ovunque esistono istituzioni di sostegno al libro e agli autori. Qui l’abbandono è totale. A Venezia nel giro di pochi anni hanno chiuso quattro librerie, ognuna carica di storia e di prestigio. Hanno chiuso davanti all’indifferenza di tutti (salvo la Libreria Mondadori, che forse per via di un nome determinante nell’Italia di oggi, qualche attenzione dalle istituzioni l’ha avuta). Le piccole librerie che restano vivono alla giornata ma, pur nelle mille difficoltà, hanno il ruolo fondamentale di mantenere vivo il rapporto fisico, tattile, con il libro. Devono continuare a essere non soltanto dei punti vendita, ma dei luoghi di ritrovo, di scambio di idee e di pensieri attraverso incontri, letture, presentazioni. E privilegiare i piccoli editori. Perché anche gli editori, i grandi in particolare, hanno responsabilità enormi. In questi giorni sto leggendo un libro pubblicato dall’Einaudi, collana Supercoralli, la più prestigiosa. Ogni volta che giro pagina, gli angoli di quella precedente si arricciano verso l’interno, come se una fonte di calore fosse accesa nei pressi, o se la pagina successiva avesse delle calamite nascoste nella granatura. La carta, giallina e rugosa è troppo sottile. Se la annusi non sa di nulla. Mi alzo, vado a prendere da uno scaffale un romanzo di una trentina di anni fa, stessa collana, diverso l’autore. Lo apro, lo avvicino al naso, l’odore della carta si mescola ancora con quello della colla, come appena uscito dalla tipografia, le pagine molto meno sgranate, quasi lisce, color perla, sottili, ma di una consistenza che al tatto ti dà un senso di eternità e i trent’anni passati sono allora un battibaleno. Guardo il nuovo volume dell’Einaudi (ma potrebbe essere Mondadori, Feltrinelli, Bompiani) e mi è improvvisamente chiara la vittoria dell’ebook sul libro di carta: sono gli editori stessi ad abdicare al libro. Soprattutto gli editori più grandi e di maggior prestigio. Mandano in libreria volumi costosissimi la cui qualità intesa come oggetto è sempre più scadente. Solo i piccoli editori sono rimasti a tenere duro. Scelgono con coerenza le carte, le colle, continuano a fare di un libro un vero e proprio manufatto, impareggiabile anche dall’ebook più sofisticato e pieno di trovate multimediali. E non si tratta di un problema di carta, perché anche e soprattutto con la riciclata si possono fare degli oggetti-libro bellissimi. Ma nonostante tutto una certezza esiste: ci sarà sempre chi, anche se pochi, pochissimi, i libri continuerà a scriverli, chi li pubblicherà e, soprattutto, chi si ostinerà a leggerli.

Domani a Parigi

Dans le cadre de ses mercredis au Petit Palais, La Maison des écrivains et de la littérature propose le 8 juin 2011 de 13h à 14h 30 une rencontre pour évoquer la situation culturelle en Italie :
De Venise avec les auteurs vénitiens Roberto Ferrucci et Tiziano Scarpa. A l’auditorium du Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris, avenue Winston Churchill (m° Champs Elysée Clémenceau).
Entrée libre et gratuite.