Ebook gratuito, Libr@ #2

Ecco il Libr@ #2, gli ebook gratuiti che scrivo e pubblico su e con l’iPad. Questo Libr@ #2 è in gran parte inedito. Una quarantina di pagine in tutto, contiene anche delle foto, scattate come al solito, per quel che mi riguarda, con l’iPhone. Buona lettura a tutti.

Libr@ #2 (on line il 7 dicembre 2011)

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Libr@ #1 (on line il 20 ottobre 2011)

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Baci e letture

La bella illustrazione di Guido Scarabottolo, che accompagnava, su La Lettura del Corriere della Sera di ieri, domenica 4 dicembre 2011, il mio testo sui baci in letteratura.

Da una stazione

Il giorno dopo


Abitare altrove, inteso come altrove periferico, in quella periferia strana, anomala, fantastica, che è Venezia. Il giorno dopo, qui, lo puoi vivere nel modo più intimo possibile. Nessun segno di festeggiamenti, il giorno dopo, da queste parti. Si sente soltanto ciò che sta avvenendo – lentamente – dentro di noi, capire che cosa sia successo e se davvero, il giorno dopo, possiamo dire di averla voltata davvero, questa pagina. Di avere cambiato addirittura libro, magari. Puoi stare ad ascoltarle dentro di te, queste domande, mentre Venezia è illuminata da un sole tiepido, brillante. Esco di casa, una giovane madre sfreccia sorridente, in tuta rossa e scarpette, davanti al portone. Tiene per mano sua figlia in tuta blu, scarpette da corsa, sorride anche lei. Nell’altra mano la giovane madre stringe una mappa di Venezia dove di Venezia c’è solo il profilo, nessun altro riferimento topografico. È la gara di orientamento. Già, bisogna orientarsi di nuovo, il giorno dopo, nel nostro Paese, bisogna riassestare la mappa della nostra quotidianità, da ieri sera ripulita, forse, o meno sporca, anche se poi ho gli anni sufficienti e la memoria viva che mi permettono di sussurrare, sommessamente, che un sentimento simile a questo – di altri giorni dopo, allora – li ho provati anche in un passato più o meno recente – dei giorni dopo non così complessivi come questo, forse, meno definitivi di questo, mi auguro. E fu nel 1994, nel 1996, nel 2006. Avevamo creduto fosse la fine dell’incubo anche quelle volte lì, perciò vale la pena, oggi, in questo giorno dopo, lasciare una piccola parte di noi all’erta, tenerla in allarme permanente. Poco più in là, il mio vicino di casa ha ancora esposto alla finestra il suo cartello “Io sono un’indignados (autentico)”, con nome e cognome in calce, a sigillare il suo sentimento. L’aria sembra più leggera e so che potete capirla, questa sensazione, perché l’avete provata anche voi, questa mattina. Raggiungo l’edicola, a due passi dalla laguna, e sarà un’impressione, ma pare si siano moltiplicate le pile dei quotidiani, rispetto al solito. Il primo che sfoglio, però, è un supplemento del Corriere della Sera. Perché il giorno dopo, oggi, è il giorno de La Lettura. Mi siedo su una panchina, io, consapevole che lo stato delle cose in cui ci troviamo immersi da anni, sia un risultato ottenuto soprattutto dall’avere raso al suolo la cultura, la scuola, l’università. E convinto che una grande colpa l’abbiano avuta anche i giornali, che a un certo punto si sono televisizzati. Hanno risposto per anni all’invadenza della televisione scimmiottandone il linguaggio, semplificando, cancellando. Articoli sempre più brevi, sempre meno spazio a pensieri, a idee. Sfoglio La Lettura, che esce oggi per la prima volta e trovo questa coincidenza fatale. Dopo lo squallore, che abbiamo vissuto lasciandoci risucchiare dentro, al punto da averlo addirittura istituzionalizzato, dopo l’epoca della volgarità e della semplificazione, a quest’epoca non si può, oggi, il giorno dopo, che rispondere con la scrittura, con i libri, con le idee. Il giorno dopo la fine – forse – dello squallore, è Ai Weiwei, dalla copertina di Lettura, a dirci come siano l’arte, l’invenzione, la cultura, da sempre, i veri nemici del potere, di tutti i poteri. E il giorno dopo – dopo il congedo di ministri col dito medio alzato rivolto ai cittadini che, democraticamente, li contestano – ci si risveglia ripartendo dalle parole.


Vado alla Serra dei Giardini di Castello, edificata nel 1894 con lo scopo di realizzare un “tepidarium in vetro e ferri” atto ad ospitare le palme e le altre piante decorative utilizzate per l’Esposizione Internazionale d’Arte di quell’anno. È stata chiusa per decenni, oggi è ritornata a essere una serra e un bar. Oggi sembra ancora di più un altrove unico, speciale. Sfoglio le pagine, mi dico che bisognerebbe allora rispolverare la parola collera, che nessuno pronuncia più, e la reazione di migliaia di cittadini ieri sera a Roma, criticata da politici che non sanno più leggere, più guardare, altro non è che lo sfogo di anni e anni di collera implosa, sopita, ricacciata giù a fatica. Una collera dolorosa che nel suo manifestarsi democratico, naturale – la contestazione – trova la sua giusta collocazione. La collera sociale, civile, vietata dalla politica demagogica di questo paese, e trasformata subito, a parole, in altro. “Uso criminale della piazza”, ha detto qualcuno. Uso criminale, il loro, delle parole, dico io. Il giorno dopo, in questa mattinata di sole, è bello che sia il giorno della Lettura, della scrittura, e leggere allora un grande scrittore dirci che “la creazione è una faccenda privata, quasi segreta a cui si arriva in modi misteriosi”. Una faccenda privata, come questo giorno dopo, perché per quanto ci si possa trovare insieme a discutere, a festeggiare, a contestare, alla fine di questo buio, che ha attraversato un pezzo decisivo delle nostre esistenze, è dentro di noi che il momento va vissuto, sentito, compreso. Ritorno a casa. Fuori, incontro l’ex presidente della municipalità di Venezia. “Buongiorno”, mi dice, ed è come se la pronunciasse, la B maiuscola, R raddoppiate e un sorriso largo. Da oggi il sole sarà più luminoso, aggiunge con un volontario tono retorico. Sì, lo sarà, replico io. Forse, il giorno dopo.

Diario di un viaggio particolare

Vediamo un po’. Sono in un treno che ritorna verso Venezia (ieri sera, una piacevolissima presentazione insieme a Piersandro Pallavicini di Sentimenti sovversivi, a Milano, al Bistrò del tempo ritrovato, un caffè-libreria da non perdere). Al solito la carrozza è surriscaldata e io sono un t-shirt (trincerato in uno di quei posti doppi, in fila, i più nascosti, ché in t-shirt mi imbarazza un po’, ma insomma), battaglio con dei colpi di sonno regolari, ma ricacciati indietro per seguire la cronaca, via twitter, di quanto sta accadendo a Roma. Tra Brescia e Verona, più verso Verona, ho fatto partire un twit (o tweet?) che fa:

Attende con ansia, ma sa che alla fine, estenuato da anni di disgusto, non riuscirà nemmeno a trovarla, la forza di festeggiare. #finecorsa

In pochi minuti si guadagna quattordici mi piace e quattro commenti (oggi, il mio amico Giuseppe, esperto di social network, mi ha spiegato quanto contino quei credevo inutili likes). Però è così. Chi ha letto Sentimenti sovversivi, e prima ancora Cosa cambia, e tanti degli articoli che ho scritto in questi anni, e anche il primo dei miei Libr@, sa quanto quest’epoca, quanto la decadenza civile, sociale, etica, morale, politica, economica, culturale del nostro Paese (toh, sto ricominciando a scriverlo con la maiuscola), abbia condizionato la mia scrittura, i miei libri, le storie, le conversazioni con molti di voi. Soprattutto dalla Francia in questi giorni mi arrivano messaggi e email di amici e di lettori che chiedono notizie del mio stato d’animo, io che per loro sono uno dei testimoni più attenti dell’Italia di oggi (esagerano, ma li ringrazio). Si immaginano, e io con loro, bevute a rotta di collo, saltelli a braccia alzate, urla sguaiate e liberatorie. E invece, oltre a una vaga, leggera, naturale sensazione di sollievo, nulla. Anzi no, la sensazione di intuire attorno a me, attorno a noi, tutte le macerie che ci lasciano in eredità, tutto lo sconquasso indicibile, tutte le lacrime, di fronte a un Paese distrutto. Certo, ho speranze, come tanti di noi. Ma non so se ho, se avremo le forze. È come se, nell’atto finale, nell’attimo liberatorio, insieme alla gioia, si liberassero anche tutte le tossine, tutto il disgusto provato ogni mattina, non appena i miei occhi si posavano sui giornali e venivano feriti dal racconto dello squallore. Nessuno me le risarcirà più quelle mattine. Nessuno mi ripagherà delle tonnellate di vergogna provata in questi anni. Vergogna intima e vergogna pubblica, quella che ho dovuto affrontare ogni volta che mi si chiedeva di raccontare l’Italia in un articolo, in una tavola rotonda, a un convegno. No, non riuscirò a fare salti di gioia, fra poco, quando quel tizio rifatto e strafatto se ne andrà. Anche perché, ora, fra Verona e Vicenza, arriva un twit di Giorgio Gori, ex direttore delle reti Mediaset, inoltrato da Matteo Renzi. Giorgio Gori che, come se niente fosse, come se non fosse stato per anni e anni il megafono del berlusconismo, come se non fosse stato il manipolatore di cervelli attraverso la peggior televisione possibile, sembra stia attendendo il momento fatale con la mia stessa ansia. E io gli rispondo che no, imbarazzante Gori, la mia ansia, la stessa di chi come milioni di noi ha subito quest’epoca sulla propria pelle e sul proprio destino, no, caro Gori, la tua ansia non ha nulla a che vedere con la nostra. Anche per questo, non mi verrà di fare festa. E chi mi conosce, sa quanto ho aspettato, come voi, questo momento.
Sentimenti sovversivi a tutti, amici miei.

i Libr@ (anche in pdf!)

I libr@ sono libri che esistono solo per gli amici e i lettori. Li riceveranno tramite email, o potranno scaricarli gratuitamente da questa pagina. I destinatari, a loro volta, sono liberi di inviarli a chi vorranno. Sono libri di poche pagine, a volte testi che ho scritto per i giornali, conferenze, appunti. A volte inediti. Sono libri che non potrebbero mai prendere la via della stampa, mai diventare volumi veri e propri. Né potrebbero essere inseriti in eventuali raccolte. Almeno per ora. Per questo, pur stando, io, dalla parte del libro fatto di pagine, di inchiostro, di colla, ho scelto questa forma digitale. La periodicitá sarà variabile. Probabilmente all’inizio le pubblicazioni saranno frequenti, poi si diraderanno per via della mia innata pigrizia, o per mancanza di tempo. Sono io a farli, oltre che a scriverli (e si vede, no? La grafica un po’ sgangherata, confusa). Dovessero mancarvi, non esitate a sollecitarmi. Provvederò. Ma, alla fine, non vorrei essere troppo invadente. Quindi fatemi sapere. Infine, per una corretta lettura dei libr@, è indicato l’utilizzo dell’iPhone o dell’iPad, o anche dell’iPod (sembra una cantilena, lo so) dove sia installata l’applicazione gratuita iBooks, solo quella. Buona lettura a tutti, rf

P.s. Mi dicono che il libr@ si può leggere anche su computer con Adobe Digital Edition.

A grande e insistita richiesta da parte dei lettori sprovvisti di iPad, ho preparato il primo Libr@ anche in pdf (un lavoraccio!). Trovate il link qua sotto. Buona lettura.

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Steve Jobs

A Steve Jobs


Sto isolato in un altrove, a scrivere. I miei attrezzi sono una penna, un quaderno e l’iPad. Spesso, la notte, a letto, rileggo quel che ho scritto sull’iPhone. E cancello, e correggo. E poi salvo quelle parole su iCloud. Su una nuvola. Queste righe, le sto scrivendo, di getto, sull’iPad, pochi istanti dopo aver letto della morte di Steve Jobs. Ho letto delle dichiarazioni, in rete, fra cui quella del Presidente Obama. Suonerebbero altisonanti, riferite forse a chiunque altro. Non a Steve Jobs. Perché lui ce l’ha davvero cambiata, la vita. Qua sotto al terrazzo dove sto scrivendo, sta passando adesso un ragazzo, fa jogging, e ha addosso le cuffiette bianche. L’ultima immagine che ho di ieri sera, è quella di una ragazza seduta la tavolino di un bar, che digitava su un macbook bianco. Esagero anch’io, forse, ma io lo so, so bene che i miei libri, la mia scrittura sarebbero stati diversi, se non ci fosse stato Steve Jobs. La musica che produce mio fratello non sarebbe stata la stessa, se non ci fosse stato Steve Jobs. Mia madre e mio padre hanno incominciato a mandare sms e a navigare in rete soltanto dopo aver ricevuto in regalo l’iPhone. E questo vale per milioni di persone al mondo. Lui, l’uomo che ci ha resi più liberi, è morto il giorno in cui in Italia viene votata una legge che prevede il carcere per i giornalisti se, liberamente, dovessero pubblicare certe notizie. Un segno, verrebbe da dire. Ma viene da dire anche che proprio grazie alla rete, agli iPad, agli iPhone, grazie alla nuvola di Steve Jobs, i reazionari fuori tempo usciranno comunque sconfitti.
Sono milioni, ora, le persone al mondo che lo stanno ricordando. Io lo faccio nell’unico modo che conosco. Attraverso alcune righe di Sentimenti sovversivi.

Quando ci sono arrivato, la prima volta, mi sono reso conto che se nella tua vita sono tante, di solito, le case che hai abitato, che abiti, e che abiterai, mi sono accorto che, fra queste, da una parte c’è la casa dello stare, dall’altra la casa dell’essere. Quest’ultima, è meglio non coincida con casa tua. È piuttosto un sentimento. Senti che questo è il luogo. Non necessariamente dove vivere ma, di sicuro, dove ritornare quanto più di frequente possibile. Perciò sono di nuovo qui, e non ricordo più che volta è questa. La quinta, la sesta, non so. La prima volta che ci sono arrivato non è stata solo una percezione visiva, dunque, ma un vero sentire. Questa è la casa, ho pensato subito, non per forza mia, la casa, né raggiungibile a piacimento, condivisa con decine di altri scrittori prima di me, altrettanti dopo di me, invitati a fare dentro a questo appartamento, o su questa terrazza, proprio quello che sto facendo io, adesso, vedete, l’iPad piazzato sopra al tavolino ripulito e ordinato, un taccuino pieno di appunti, una penna, una caraffa d’acqua e un bicchiere.

Sulla videotastiera dell’iPad, liscia, lucida, le dita non picchiettano sui tasti, ma li sfiorano, ci scivolano sopra, e lettera dopo lettera, tasto dopo tasto, sono delle carezze a far scaturire le parole. Scrivere accarezzando le parole, chi l’avrebbe mai detto. Un oggetto che, subito, appena lo vedi, sembra la lavagnetta di quando eravamo bambini (fatta di ardesia, come i tetti delle case da queste parti, la stessa dei tetti del Petit Maroc, lavagna diffusa di scrittura potenziale). Quella lavagnetta con i gessetti colorati su cui – regalata a Natale o al compleanno – hanno preso forma le invenzioni più effimere della nostra vita, disegni e testi della durata di un attimo, il tempo di crearne uno, guardarlo, ammirarlo (non era così spiccato, allora, lo spirito critico) e, subito, cancellarlo. Guai a metterti in testa di scriverci una storia, là sopra. Nessuna pagina da far scorrere, solo l’infinita variante di uno stesso incipit. E usata così, adesso, guardata mentre scrivo, inclinata dalla custodia, sembra trasformarsi in una Lettera 22 piatta e liscia, macchina per scrivere del domani. La tecnologia che ti porta avanti partendo dal passato, e che ti fa stare nel presente come hai sempre desiderato. E avrei voluto scrivere una storia d’amore, quando ho iniziato questo libro, la prima volta che sono arrivato qui. Ma oggi è impossibile, credo, per uno scrittore italiano, scrivere una storia d’amore, riuscire ad astrarsi da un insopportabile senso di repulsione per il proprio paese. La quotidianità ti incalza metro dopo metro, sta in agguato a ogni angolo, provi a scartarla ma lei ti insegue, ti penetra dentro, non ti lascia scampo. Com’è possibile, oggi, mi domando, inventarsi dei personaggi che vivano e che agiscano in un altrove asettico, immuni dal marciume che ci sta attorno, che ci sovrasta, che si è insinuato dentro ciascuno di noi?.

Poi, alla fine, l’ho scritta, la storia d’amore, sulla lavagnetta di Steve Jobs. Grazie di tutto, Steve.

Location:Mediterraneo

La Rochelle

Il ponte dell’Accademia

Questo mio articolo è uscito il 5 agosto 2011 sul Corriere del Veneto.

Ci vediamo all’Accademia, dicono spesso i veneziani. E non si tratta di darsi appuntamento davanti alle Gallerie, bensì sul Ponte. Sopra, o ai suoi piedi. Se il Ponte di Rialto è il luogo turistico per eccellenza, e perciò luogo impensabile come rendez-vous per i residenti, se il Ponte degli Scalzi è il ponte di chi ha fretta di raggiungere la stazione (ed è una sorta di Tourmalet, tanto è irto, imponente, scomodo) e se quello di Calatrava è il ponte dei pendolari, il Ponte dell’Accademia è il più sentito e amato dai veneziani. Questo, forse, proprio per via della sua eterna provvisorietà, oltre che per quella fragilità evidente, sensibile. Veneziana. Ma non solo. Il modo in cui è fatto, la sua particolare pendenza ti consente uno sguardo prolungato verso chi viene in senso contrario al tuo. Sia in salita che in discesa. Così, un giorno, ho capito perché il Ponte dell’Accademia mi piace così com’è e, come tanti altri veneziani, vorrei non fosse sostituito. Perché un giorno, su quella struttura di legno e ferro, sopra i centoquattro gradini, equamente suddivisi da una parte e dall’altra, un giorno in cui la luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti, io, che avevo vent’anni e volevo fare lo scrittore, mi sono accorto di quel signore quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Venti metri circa. L’uomo indossava un completo di lino azzurro, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia e come non se ne vedono più in giro, anche se verso la metà degli anni ottanta poteva ancora capitare, specie addosso a un signore di sessant’anni. Le braccia dietro la schiena, saliva lento, la figura eretta.
Trenta gradini, venti metri circa. Questione di secondi. Secondi di cui mi sono impossessato completamente, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio. Era Italo Calvino. Dal taschino della camicia si intravedeva un astuccio per occhiali. Nero. I miei da sole, invece, mi permisero di mantenere fino alla fine gli occhi su di lui senza che se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto in fotografia e qualche volta in televisione: le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, e lo sguardo di chi sembra sempre da un’altra parte, ma non solo o, forse, non proprio così. Si trattò di pochi secondi in tutto. Soltanto quando ho svoltato a destra per entrare all’imbarcadero, ho alzato gli occhi verso il ponte, ma lui era sparito. Certo, vale solo per me, questo aneddoto, ma chissà quanti sono i veneziani che hanno ricordi importanti legati al nostro ponte in legno. Precario, certo, provvisorio da sempre, eppure così connaturato al paesaggio veneziano, al suo territorio. E al nostro immaginario, anche, quello più intimo, quello che nessuno, mai, vorrebbe veder sparire.

Alicante

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Pordenonelegge 2011

Sentimenti sovversivi, ieri, 18 settembre 2011, all’Auditorium dell’Istituto Vendramini, con Tiziano Scarpa e 250 lettori.

La lega sarebbe fuorilegge

In molti altri paesi civili, un “partito” come quello della lega nord, sarebbe fuorilegge o, quanto meno, tenuto ai margini della politica. E per più motivi, il primo, quello più evidente e ovvio (ma non il peggiore), il fatto di porsi contro la Storia dell’Italia e contro la Costituzione, volendo dividere artificialmente il Paese con quell’idiozia assoluta che è la padania (minuscolo, ché la padania non esiste). Si paragonano a bretoni e baschi, gli ignoranti padani. Ma basta una breve ricerca su google, o parlare con un vero bretone o basco, per capire che usurpano storie vere, lingue vere, tradizioni autentiche. Il secondo aspetto, per cui sarebbe confinato – come tanti altri partiti europei di estrema destra – ai marigini della politica nazionale, è il suo razzismo di fondo, che se un tempo era solo linguaggio becero, oggi, con leghisti nei ruoli chiave dello Stato e di tante amministrazioni locali, è diventata azione vera.
Azione che si è vista ieri, qui, nella mia città, Venezia, da sempre città aperta, libera, solidale. Un corteo autorizzato anti lega che viene bloccato e manganellato fin dalla partenza da un cordone imponente di polizia come nel Cile di Pinochet. Il tutto su ordine diretto del ministro dell’interno, leghista. Quello che molti, anche a sinistra, definiscono come la faccia pulita della lega. Quello che molti vorrebbero a capo del governo al posto dell’utilizzatore finale. Quello che, grazie alla sua politica sull’immigrazione, ha sulla coscienza chissà quanti dei naufragi di migranti nel Mediteranneo. Dopo quel che è successo ieri a Venezia – che oggi sarà invasa dai sedicenti “popoli padani” – questo mio intervento uscito mercoledì scorso, 14 settembre 2011, diventa ancora più attuale, credo. La lega – ricordiamocelo – rappresenta un’infima parte di questo Paese. Ed è comunque minoranza anche qui in Veneto. Governa solo grazie allo sdoganamento aziendale deciso ad Arcore. Governa, decide, occupa spazi di potere come nemmeno il peggior Psi (serve ricordarlo, il Trota?). E distrugge luoghi, paesi e, soprattutto, coscienze. Infine, io credo che il fenomeno lega non dipenda dal territorio, dalla gente sedotta da un non-pensiero. Credo che il fenomeno lega sia conseguenza di chi, fin da subito, anziché metterla ai margini, l’ha scelta come interlocutore. Sinistra compresa.

Ecco il mio intervento del 14 settembre 2011 sul Corriere del Veneto.

Il tricolore è alla finestra già da mesi. Forse, la signora Lucia non l’ha più tolto dal raduno padano dell’anno scorso, in Riva dei Sette Martiri, a Venezia, già pronta, con quella bandiera, a celebrare il centocinquantenario dell’Unità d’Italia. E sarà l’ultima volta, domenica prossima, perché la signora Lucia è stata sfrattata e quell’appartamento avrà nuovi inquilini. Per quasi quindici anni, la signora Lucia è stata la sola a tenere testa a un raduno che va contro la storia di Venezia, contro la sua apertura verso il mare, verso gli altri e l’altrove, un raduno che va contro l’Italia. Da sola, ogni anno, puntuale, ha sbattuto in faccia al popolo padano piazzato sotto alle sue finestre, un tricolore che non era provocazione, ma la rivendicazione di un’appartenenza. Con quel tricolore, va ricordato sempre, un attuale ministro della Repubblica, il leader di quel popolo padano (che non esiste) ha detto che ci si sarebbe pulito al cesso. Sembrava ci avessimo fatto l’abitudine. Che ci fossimo assuefatti a qualcosa di talmente anomalo, talmente violento nella drammaturgia finta e nel linguaggio mistificato, da farci sì vergognare, ma da lasciarci però rassegnati, all’angolo. Da un paio d’anni non è più così. All’improvviso, grazie all’ostinazione della signora Lucia, Venezia accoglie il popolo padano in camicia verde con centinaia di tricolori alla finestra. Un messaggio inequivocabile per dire a quella gente che Venezia e i veneziani si chiamano fuori. Per questo, anche se l’anno prossimo il tricolore della signora Lucia non ci sarà più, poco importa. Perché ormai quel suo tricolore è diventato il tricolore della città intera, e tutte insieme, quelle bandiere sottolineano un’anomalia tutta italiana, di un partito che vuole la secessione ma che siede ai banchi del governo del Paese. Verranno accolti come indesiderati, i padani (che non esistono), pochi giorni dopo quella competizione ridicola, possibile solo in quest’Italia anomala e disperata, quel giro della padania (che non esiste) contestato da sindaci, da cittadini, e verrebbe davvero la voglia di proporre che coloro che hanno partecipato a una gara organizzata da un partito politico separatista, Ivan Basso in primis, non vestissero la maglia azzurra fra qualche settimana, ai mondiali di ciclismo. Sarebbe solo coerenza, no? Ma la coerenza da queste parti è ormai una parola vuota, ripresa però in mano puntualmente da persone come la signora Lucia. Poche. Capaci di ridare significato a simboli e valori. Un’impresa ben più nobile che uno sgangherato raduno, dove sentiremo, come sempre, risuonare slogan che mettono i brividi. Resi definitivamente innocui, forse, un giorno, da un tricolore alla finestra.

Venezia 68

Fine del Festival.

Lo scempio del Lido

Questo mio articolo è uscito l’8 settembre 2011 sul Corriere del Veneto. Qualcuno dice che sia servito da spunto agli occupanti del Teatro Valle, per la loro giusta e sacrosanta performance di protesta, lo stesso giorno, quando hanno strappato i teloni che maldestramente tentano di nascondere allo sguardo della gente quello scandalo costato 37 milioni di euro. Non so se è vero. Ma se lo fosse ne sarei orgoglioso. Chissà se qualcuno indagherà mai, su questa grande opera – a cura della Protezione Civile – trasformatasi, a stretto giro, nell’ennesimo scandalo italiano.


È uno dei posti più osservati della Mostra, pur essendo il meno ufficiale, il più improvvisato. Una feritoia ritagliata sul telone che nasconde il cantiere abbandonato dell’ex nuovo palazzo del cinema. Bisogna piegarsi leggermente in avanti, come se stessimo per accostare l’occhio alla più improbabile delle cineprese. E là incomincia ogni volta il film. C’è questa distesa di plastica bianca, irregolare, che asseconda gli avvallamenti del terreno. Nasconde lo scempio e sembra il set di un film di fantascienza. Anzi, potrebbe sembrare proprio un momento di Lo stato delle cose, il film di Wim Wenders che vinse qui al Lido nel 1982. Quell’anno, nel boschetto ora raso al suolo, i ragazzi appassionati di cinema piantavano le canadesi e stendevano i loro sacchi a pelo. Il cinema come libertà allo stato puro (delle cose, e non solo). Prima di andare a dormire, terminate le proiezioni, quei ragazzi se ne stavano sulla scalinata del Casinò a commentare i film del giorno, a bere una birra, ogni tanto spuntava una chitarra. Su quella scalinata sono nati negli anni progetti di film, sbocciati amori, su quella scalinata hanno fatto gavetta i migliori critici di tutto il mondo, generazioni di cinefili si sono scambiate il testimone, e potevi chiacchierare con Stefania Sandrelli, o Sandrine Bonnaire o trovarti seduto accanto, sullo stesso scalino, a Valeria Golino. Ascoltare Marco Ferreri discutere con Bernardo Bertolucci. Poteva succederti di fare da sfondo ai collegamenti in diretta di Lello Bersani. Anche quella scalinata è sparita, oggi. Una inutile devastazione, una delle tante grandi opere abortite, il nuovo palazzo. Viene da domandarsi se quando si prendono decisioni evidentemente fallimentari, ci si interroghi anche sull’aspetto sentimentale (oltre che urbanistico, sociale, ambientale), del luogo che si va a cancellare con tanta disinvoltura. E bene ha fatto la Biennale, a decidere di ripartire dall’esistente, iniziando dalla Sala Grande, ristrutturata con tocco attento, delicato, sobrio. Magari, per l’anno prossimo si potrebbe pensare a lasciare finalmente libera, spoglia, la facciata del palazzo che, visto nei filmati d’epoca, non è poi così brutto. Anzi. Ripartire da lì, senza proclami pomposi e prime pietre inutili e che restano uniche. Quel cratere, che da due anni offende il Lido e lo sguardo di tutti, è uno dei tanti simboli della devastazione complessiva di questo paese. E la presenza dell’amianto c’entra fino a un certo punto. Quando a quella feritoia si accosta lo sguardo degli stranieri, sai già che quando si distaccherà sarà uno sguardo allibito, con una evidente inclinazione al compatimento nei nostri confronti. Ma si sentono feriti anche loro, perché la Mostra del Cinema appartiene a tutti e, di conseguenza, pure questi luoghi sono casa loro. Accanto alla finestrella che si apre sull’obbrobrio, un cartello: qui giacciono 37 milioni di euro. Un cantiere abbandonato che dovrebbe fare venir voglia di urlare, perché dentro a questo assurdo set involontariamente cinematografico, alla fine, un urlo di rabbia ci starebbe benissimo. Non l’avessimo esaurita da tempo, ormai, quella rabbia. E il titolo del film, alla fine, potrebbe essere solo uno. Rassegnazione.
www.robertoferrucci.com

Cantando L’Internazionale, altrove

Questo mio articolo è uscito il 31 agosto 2011 sul manifesto. Il 3 settembre, su Liberazione, Roberto Gramiccia, lo ha scelto come spunto per ulteriori riflessioni.


La sera, dal tendone ristorante, arriva un canto inconfondibile, ma ormai perduto. Perduto per noi italiani. Perduto in questo modo qui, con duemila militanti di un grande partito di sinistra, militanti di tutte le età, ma soprattutto giovani, tanti giovani – che cantano a squarciagola L’Internazionale. Lo cantano con passione, con determinazione, con gioia. E mentre cantano, mentre urlano, mentre sorridono, fanno un gesto che pure abbiamo perduto. Peggio, che abbiamo cancellato. Tengono il pugno alzato. Io, tengo alzato l’iPhone, che sta facendo il video. Riprendo qualcosa che la nostra sinistra ha gettato via. Ma non riuscirò a riportarlo “a casa”. Resterà un puro souvenir. Non solo. Nella giornata passata in mezzo ai militanti del PS, riuniti a La Rochelle per L’Université d’été, invitato a parlare dell’Italia di oggi, continuavo a sentir risuonare un altro dei delitti compiuti dalla nostra sinistra. Una parola che noi abbiamo cancellato. La parola compagni. Chissà cosa avrebbero provato, si fossero trovati da queste parti, Bersani e Vendola. Lo avrebbero sentito anche loro, quel mio vago senso di vergogna? Perché quello che da noi la sinistra è riuscita a fare, non è stato cambiare, come ci hanno detto, no, hanno cancellato la Storia, smantellato appartenenze, sradicato radici. I socialisti francesi, per quanto fra di loro ci siano figure assai moderate, non hanno mai messo in discussione quei tratti indiscutibili, quei valori ineluttabili, quei gesti e quelle parole e quei canti che racchiudono e raccontano epoche intere. I militanti cantano L’Internazionale, alzano il pugno, si chiamano compagni. La nostra sinistra (quasi tutta), queste cose le ha cancellate credendo di installarsi – lungimirante – per prima dentro al futuro. Si è trasformata, invece, in una patetica e inutile archeologia del presente. Assillata dai fantasmi agitati con vigore da chi è entrato in politica per sconquassarla, si è terrorizzata e si è lasciata sconquassare. Così, lì, a La Rochelle, in quel contesto, il partito meno di sinistra della sinistra francese, sembra il più a sinistra di tutti i nostri partiti di sinistra. E trovarsi lì, a parlare dell’Italia di oggi, lì, dentro a un partito che a La Rochelle ha iniziato ufficialmente la campagna per le primarie di ottobre e la conseguente battaglia che dovrebbe portare il candidato vincente all’Eliseo nel 2012, lì, un italiano non può che sentirsi inadeguato. Unico motivo di vago orgoglio: non avendole mai fatte prima d’ora, sono venuti da noi, in Italia, dal Pd, a studiare come si organizzano, le primarie. Capirai. I candidati sono cinque, ma la lotta pare sarà solo fra gli ultimi due segretari del partito, François Hollande e Martine Aubry. Outsider, la candidata del 2007, Ségolène Royale. Si batteranno fra loro alla “presenza” del fantasma di colui che sembrava il candidato sicuro, il più temuto da Nicolas Sarkozy. Dominique Strauss-Kahn. In Francia, non si parla d’altro, ma dentro al recinto dell’Espace Encan, tutti fanno un po’ finta di nulla, tranne lo stand delle cartoline, dove fra le figure più significative del socialismo francese, giusto sotto alla foto autografa di François Mitterand, c’è un sorridente Strauss-Kahn in bianco e nero. Verrebbe da chiedere se e quante ne hanno vendute. Alla tavola rotonda Mieux connaitre pour mieux combattre, l’estrème droite en France et en Europe, organizzata la Mouvement Jeunes Socialistes, ci sono un centinaio di ragazzi. Dai quindici anni in su, di tutte le etnie. Vengono da ogni angolo della Francia. Ascoltano e domandano per più di due ore. Sono loro che da domani saranno il cuore attivo della campagna elettorale per le primarie, strada per strada. E vogliono capire. Perché tutti, qui, temono il ripetersi del 21 aprile 2002, quando Jean-Marie Le Pen arrivò tra lo sconcerto generale al ballottaggio con Chirac. Nessuno vuole si ripetano gli stessi errori, e i sondaggi che danno a volte Marine Le Pen al secondo turno, preoccupano molto. E loro ascoltano, prendono appunti, domandano. Faticano, ovviamente, a capire la situazione italiana. Del resto, è ancora più faticoso tentare di spiegarla, a uno straniero. Finito l’incontro, un ragazzo si avvicina, ha ancora qualche curiosità, e poi, sorridendo, dice che no, qui da loro l’estrema destra non andrà mai al governo. Lo credo anch’io, gli dico. E gli auguro di darsi da fare, di vincerle, le prossime elezione. Fatelo anche per noi, aggiungo. Guardi e ascolti questi ragazzi e ti rendi conto di quanto si sentano dentro a un partito dalle radici solide. Come fa oggi, un giovane, a riconoscersi nel Pd, o anche nel Sel, con nomi che non significano nulla, che non arrivano da niente, perché sono i dirigenti stessi, a fingere, in una rimozione forzata, di venire dritti dal nulla? Questi ragazzi dimostrano di avere entusiasmo, voglia di fare, e il discorso di chiusura dell’Université fatto dalla loro segretaria nazionale, Laurianne Deniaud, è il riassunto di tutto ciò. Un discorso forte, radicale, fatto di indignazione e di volontà di contribuire al cambiamento, pronti a lottare su tutti i fronti, contro il nucleare, contro il razzismo, che rivendica la multietnicità della Francia come un valore assoluto, e contro le generazioni che continuano a tenere i giovani a margine, sia nel mondo del lavoro, sia in politica, anche dentro allo stesso Ps. Un discorso di sinistra. Forte, appassionato, radicale. Bisognerebbe farlo ascoltare a Matteo Renzi. Mi chiedo cosa succederebbe da queste parti, se un giorno dicessero a tutta questa gente che bisogna smettere di celebrare il 1. maggio e il 14 luglio. Ma non succederà mai, mi risponderebbe quel ragazzo. E avrebbe ragione. La sera, c’era anche lui, sotto al tendone, il pugno alzato, a cantare a squarciagola L’Internazionale e a prepararsi a lavorare per un Changement che, visto da qui, sembra inesorabile, indiscutibile e, soprattutto, vincente.

L’articolo di Roberto Gramiccia, su Liberazione, del 3 settembre 2011.


Leggendo sul manifesto di qualche giorno fa l’articolo intelligente e appassionato di Roberto Ferrucci che racconta della Festa dei Socialisti francesi a La Rochelle e, nell’ambito di essa, del canto a squarciagola dell’Internazionale, dei pugni chiusi agitati per aria da tanti giovani appassionati, della parola compagno che fiorisce sulle labbra di tutti, della linea politica espressa per le primarie di ottobre, confrontando tutto questo coi rituali grigi e anonimi della nostra cosiddetta sinistra e con la sua ambiguità inconcludente, per una strana associazione di idee, mi è venuto in mente il nostro governo e la figura da cialtroni che stanno facendo i membri della maggioranza, cambiando una manovra al giorno, una più forcaiola e sconsiderata dell’altra.
Sono stato preso allora da un dubbio lancinante, un dubbio doloroso come una causalgia (avete mai avuto una sciatica o l’herpes zooster?). Ma non sarà che la cialtroneria è diventato un tratto costitutivo nazionale della nostra classe dirigente, uno stigma per così dire traversale e bipartisan? Per la prima volta in vita mia non ho ragionato in termini di destra/sinistra, anche perché oggi purtroppo è difficile farlo, né ho utilizzato paradigmi di classe ma piuttosto un criterio epidemiologico orizzontale (la medicina, si sa, è una illuminante metafora della vita).
Mi sono chiesto: ma come mai la destra populista del nostro Paese al potere (che non è stata mai un gran che) si è ridotta ad una compagnia da comica finale (con due capicomici di prima fila: Berlusconi e Bossi e uno aggiunto: Giulio Tremonti) e quella che noi definiamo del tutto impropriamente sinistra si è ridotta a fare una opposizione da operetta. Il confronto con gli altri Paesi non fa che peggiorare la mia impressione. Non è che in Francia non esistano socialisti moderati, come ci ricorda Ferrucci, ma nessuno si è sognato di sostituire l’Internazionale con la canzone di un cantautore. Da noi sì. E la cosa fa un po’ pendant – mi piange il cuore a dirlo – con la liturgia da avanspettacolo delle adunate della Lega, per non parlare delle performances distribuite a gratis dal primo ministro decotto.
I cazzotti di Bossi e le corna di Berlusconi fanno il paio con le esternazioni di Matteo Renzi e le sue espressioni da cabarettista pacioccone velenoso opportunista fiorentino. Che poi Renzi sarebbe il rottamatore. Ma rottamatore di che, se tutto è ormai già rottamato? C’è un virus che si aggira dentro il parlamento ormai da tempo: quello della cialtroneria. Nella catena del contagio molto deve aver giocato il ruolo di un portatore molto poco sano come Walter Veltroni. Ma non basta. Non può bastare perché la pandemia si è sviluppata con esiti devastanti che ricordano quelli della Spagnola degli ani Cinquanta.
Evidentemente c’è una predisposizione. Sarà la vocazione al trasformismo? Sarà il terrore di dover passare la mano? Dalla Bolognina in poi non c’è stata più tregua. Se pensate che, dentro il Pd, Bersani ha dovuto gonfiare i muscoli e trattenere il respiro per sostenere lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Poveraccio, non gli bastavano i guai che gli sta dando Penati.
E allora, prima che sia troppo tardi bisogna trovare una cura. Non voglio credere che quella della cialtroneria sia una malattia cromosomica (congenita e incurabile). E’ la nostra stessa storia che falsifica questa tesi, lo fanno le radici della nostra costituzione. Ma allora se non è una malattia genetica – anche se sono propenso a ritenere che ci sia una propensione alla cialtroneria (pensate alla coglioneria farsesca del fascismo e alle esibizioni del duce mascellato sostenute da folle oceaniche e plaudenti) – cerchiamo finalmente una terapia efficace.
Noi siamo fuori dal parlamento e quindi meno esposti al contagio ma questo non ci rende più sereni. Se l’infezione si estenderà, sarà la fine. Se la Sinistra non rinascerà subito, non se ne potrà più parlare in Italia per decenni. E questo ci preoccupa, anzi ci terrorizza.
Non resta che sperare che la cura prenda le mosse dall’autodiagnosi (non esiste terapia senza diagnosi) di questa cosiddetta Sinistra, affetta da una forma di grave degenerazione progressiva della propria identità e della propria pratica politica. Diamo una mano al povero Bersani. Cominciamo col proporre che le assemblee del Pd si concludano con l’Internazionale, rendiamo obbligatorio l’uso della parola “compagno”, del pugno chiuso e delle bandiere rosse. Suggeriamo a bassa voce all’orecchio di Vendola le stesse cose. Chissà che, cominciando dal cuore, non succeda qualcosa. Facciamolo presto, però, anche perché prima o dopo, archiviato Berlusconi, la destra cambierà registro e, visto lo stato in cui si trova, non potrà che migliorare il proprio appeal (Montezemolo vuole persino pagare le tasse e Marchionne lo sostiene). Se non cambierà subito, se non guarirà, rischia di rimanere cialtrona solo la sinistra. Allora veramente non ci resterebbe che andare a nasconderci.

Giovedì 25 agosto, in Sicilia

Sentimenti sovversivi al Tg3 Veneto

Questa intervista è andata in onda il 7 agosto 2011 al Tgr del Veneto.

Venezia, peggio di Disneyland

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 30 luglio 2011.


Venezia è una città sotto assedio. Un assedio mantenuto da tempo proprio da quel mondo globale, da quell’economia globale che stanno mostrando all’altro mondo, quello diverso, quello possibile, il loro fallimento. Venezia è tenuta sotto assedio dal turismo di massa, da un’offerta che non guarda in faccia nessuno, quella disposta a tutto pur di riuscire a mettere in vendita ogni centimetro quadrato di prodotto. Poco importa che il prodotto sia proprietà di tutti e non dei pochi che lo commerciano. Importa ancor meno, che il prodotto sia del valore fragile e inestimabile di Venezia. Venezia sembra essere in mano a gente priva non soltanto di scrupoli, ma anche del minimo buon senso (per non parlare di senso storico oltre che civico, roba ormai sconosciuta all’Italia intera). E non parlo dell’amministrazione comunale. Parlo degli operatori. Sentire uno dei dirigenti del Porto sbandierare con orgoglio l’arrivo pressoché quotidiano di undici navi (11!) e di trentacinquemila croceristi (35.000!) mette i brividi. La stampa e le istituzioni mondiali guardano a questo assedio come a una catastrofe per nulla naturale, chiedono addirittura che se ne occupi l’Onu, e noi affidiamo la città più bella e inestimabile e fragile del mondo a gente che mette in atto meccanismi mentali e produttivi che sono la negazione stessa della città. Gente che a nome del profitto, non solo manda al massacro Venezia, ma passa sopra – letteralmente, questo fanno le grandi navi quando transitano nel cuore della città – a chi Venezia la vive e la abita. Va detto che gran parte dei residenti sono complici di questa messa in vendita. Ma c’è chi vi si oppone, anche se ancora troppo sottovoce. Prendete gli abitanti del Lido, di Castello, di Sant’Elena. Da un anno vivono sotto il rombo permanente di un elicottero che per l’intera giornata porta sopra le loro case (e dentro i loro timpani) modestissime quantità di turisti che fanno la stessa cosa dei croceristi. Fotografano Venezia dall’alto. I veneziani brontolano, si lamentano, ma poi lasciano fare. Complici – tutti noi – della svendita al taglio della nostra città. Chi autorizza quell’elicottero a sorvolarla? Chi gli consente, con quel rombo incessante, di violentare i silenzi di Venezia? Quali rischi comporta un elicottero che va su e giù per più di otto ore al giorno? Chi ci trae guadagno? E chi risarcirà anche soltanto gli sguardi (per non dire l’enorme disagio degli abitanti di Santa Marta, loro sì assediati quotidianamente da tonnellate di lamiera, da nuvole di fumi di scarico, da onde elettromagnetiche; per non dire dei fondali e delle rive devastati dallo spostamento del tonnellaggio equivalente a quelle tonnellate di lamiera), ma anche solo i nostri sguardi, dicevo, violentati da quel contrasto indecente delle grandi navi che passano in Bacino San Marco? Il sindaco Orsoni, al quale va riconosciuto l’immane compito che si trova ad affrontare, e la sua capacità, nei giorni scorsi, di ottenere quei finanziamenti vitali per Venezia, in campagna elettorale aveva usato un’immagine: è come se decine di Tir passassero ogni giorno per Piazza Duomo. Non se ne dimentichi. E noi, veneziani, non compromessi nella svendita, diamogli una mano: svegliamoci!

Gli indignados dello spritz

Questo mio articolo è uscito sabato 23 luglio 2011 sul Corriere del Veneto.

In Spagna le piazze di molte città sono da mesi occupate da centinaia di migliaia di giovani. Il luogo simbolo è la Puerta del Sol, a Madrid. Lì, il 15 maggio 2011 è nato il movimento dei Los Indignados. Da quel giorno, i ragazzi delle piazze – studenti, precari, disoccupati – sono diventati protagonisti della vita politica spagnola. Un ruolo che hanno semplicemente deciso di prendersi, senza forzature, se non quella, minima, di occupare del suolo pubblico. È vero che, se succedesse da noi, i ragazzi italiani sarebbero probabilmente subito dipinti come dei black bloc, sarebbero immediatamente bollati dai media – soprattutto televisivi – come dei delinquenti, perché è così che va, oggi, nel nostro paese. Ma non è soltanto per questo che da noi, di giovani Indignados che occupino le piazze non c’è nemmeno l’ombra. O meglio, sì, ci sono, e sono in effetti migliaia, pure loro, ma le occupano per motivi certamente meno nobili. Sono le piazze degli spritz, altro che indignados. La ricerca fatta dal Comune di Padova nelle settimane scorse, mette i brividi: più della metà degli “occupanti” è regolarmente ubriaca, quando si trova in piazza. Il consumo di alcol è enorme. E la ricerca è stata fatta in un mercoledì sera qualunque, non il sabato. I partecipanti allo sballo, sono l’equivalente dei coetanei spagnoli: studenti, precari, disoccupati. Ma il loro ruolo è del tutto rovesciato. Mentre lì la sfida di una generazione intera ha come obiettivo di mandare a casa una classe politica incapace e corrotta, qui, nelle piazze padovane e di molte altre città italiane, una generazione intera si appiattisce al potere (vecchio, incapace, corrotto) obnubilando nell’alcol i propri sensi. Le proprie capacità intellettuali. Niente di meglio, per la casta. Sia chiaro, nessuno accusa la generazione degli spritz. Le cause sono molteplici e in gran parte pesano sulle spalle dei più grandi, fratelli maggiori, genitori. Ma proprio per questo, proprio perché quasi abbandonati a loro stessi, sta solo e soltanto a loro invertire la rotta. Prendere in mano la propria vita e rivendicarla al mondo, riscattarla a quest’epoca e al loro futuro, e devono farlo al meglio, nel pieno delle facoltà critiche e intellettuali. Imparando proprio dai loro coetanei e omologhi spagnoli. Che come prima decisione – simbolica e pratica e vincente al contempo – il 15 maggio a Puerta del Sol hanno abolito gli alcolici, proprio per riscattarsi da quel luogo comune che li vedeva anche in Spagna indicati come la generazione alcolica. E – senza comunque essere diventati astemi – hanno scoperto quanto più interessante, divertente, importante e esaltante sia andare in piazza con il desiderio di cambiare il mondo, piuttosto che perderlo di vista, accettandolo supini così com’è, rimbambendosi di spritz.