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robertoferrucci.com

Venezia dall’alto. Molto alto.

Questo mio articolo è uscito il 9 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Chi nell’estate del ’69 aveva l’età per capire cosa stava succedendo sulla luna, se la ricorda bene, la notte in cui l’uomo fece il prima passo fra i crateri. Per quella generazione di bambini, guardare la luna non avrebbe più avuto lo stesso significato. Non si trattò più soltanto di una palla luminosa, elemento evocativo di poesie e canzoni, né soltanto l’alibi di crisi nervose (“oggi ha la luna”). Ora era un pianeta a tutti gli effetti. Un luogo dove, di lì a poco, saremmo andati ad abitare, lo avessimo voluto. Che poi le cose non siano andate esattamente così, è un altro discorso. Erano gli anni della conquista dello spazio, quelli. Iniziati con la cagnetta Laika e con Yuri Gagarin. Poco dopo arrivarono gli americani e, con loro, i decolli in diretta tv. E per noi bambini – ma non solo, anche i più grandi ne erano coinvolti e affascinati – ogni missile che partiva, ogni missione spaziale, era un evento. Erano l’unica concessione a veglie notturne davanti alla tv da parte dei nostri genitori, anche perché i lanci da Cape Kennedy sarebbero stati, nei giorni seguenti, l’argomento inevitabile del tema in classe. Così, ci lasciavamo coccolare dalla voce rugosa di Ruggero Orlando (ricordate? “qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”, anche se in quei casi diceva “qui Houston”), e da quella, in studio, più rotonda, di Tito Stagno. Erano i narratori di quelle avventure. Indimenticabili, avventure e voci. A un certo punto, non saprei dire con esattezza quando, la conquista dello spazio ha smesso di essere epica. Forse dopo i primi lanci dello Shuttle. Oggi si parla di loro solo se accadono degli incidenti, oppure se si tratta di qualcosa di veramente inedito, come i tredici astronauti in orbita in questi giorni. Così, oggi, puoi scoprire che è in atto una missione spaziale, con un cinguettio di Twitter. Giorni fa, un “tweet” (il nostro “cip cip”) ha fatto apparire sui computer e i cellulari di tutto il mondo o, meglio, di chi ogni tanto va a vedere cosa succede nel mondo di Twitter, la più bella foto che io abbia mai visto di Venezia. Nel senso che sì, di foto dai satelliti ne avevamo già viste. Questa però, è stata scattata dalla macchina fotografica di Soichi Noguchi, “Astro_Soichi”, il suo nick su Twitter. E così un social network mi ha fatto scoprire che esistono anche astronauti giapponesi, cosa che per l’immaginario di chi è cresciuto nel pieno della conquista spaziale – una sfida esclusiva fra Usa e Urss – è del tutto sorprendente, difficilmente collocabile. Anche se, non poteva che essere un giapponese a fare la foto più bella di Venezia. Una Venezia che è davvero un pesce, a confermare il bellissimo libro di Tiziano Scarpa, un pesce color rosso veneziano, circondato dal verde smeraldo della laguna, degradante al blu. Astro_Soichi mette in rete tutte le foto che scatta. Ci sta facendo scoprire il mondo da lassù, a 400 chilometri d’altezza, e lo condivide con noi in tempo reale. Chi l’avrebbe mai detto, quella notte del 1969, quando eravamo convinti che ci saremmo stati noi, lassù, in un fantascientifico ma realissimo 2010?

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Venezia, qualche giorno dopo

Questo mio articolo è uscito mercoledì 7 aprile 2010 su Il Fatto Quotidiano.

Cammini per Venezia, disimpegnandoti fra trolley multicolori, dribblando turisti impalati a cercare di sbrogliare sulla mappa il labirinto urbanistico più riuscito del mondo, e respiri un’aria che nel resto del paese manca da troppi anni. Da qualche giorno la maggioranza dei veneziani si muove fra le calli con passo più disinvolto, leggero. Sorridono, addirittura. Per mesi, non solo avevamo temuto, ma eravamo convinti che anche quest’isola e la sua terraferma fossero destinate a uniformarsi al resto della regione, all’andazzo della penisola intera, soggiogata dal capo e dai suoi slogan. E Venezia, finora, si era sempre tenuta lontana da tutto ciò. La convinzione si manifestò una sera di fine gennaio quando, improvvisi come la nebbia, degli enormi ritratti su sfondo azzurro apparvero a ogni imbarcadero della città (e a ogni fermata d’autobus a Mestre, anche se più piccoli). Laddove oggi aspetti il vaporetto osservando un bimbo biondissimo che imbracato a zaino sulle spalle di un padre biondissimo indica la gondola pronunciando un inevitabile “oohh”, qui, da quella sera di fine gennaio, i veneziani furono costretti a condividere le loro abituali attese all’imbarcadero assieme al faccione enorme di Renato Brunetta. Un manifesto che pullulava amore: musana (come si dice da queste parti) color dell’argento dei Baci, e sfondo azzurro con autografo in bianco come la scatola dei Baci. Eravamo del resto prossimi a San Valentino e non lontani né dal “vile attentato” con statuina, né dalla manifestazione dell’amore che vince sull’odio e sull’invidia. E noi, invidiosi, li abbiamo odiati subito, quei manifesti. Furono sufficienti però un paio di giorni, a trasformare quell’invasione in una performance creativa. Mani anonime li camuffarono nei modi più svariati fino al punto che – più mani, tante mani – a Ca’ Rezzonico, capovolsero il ministro, lo misero sottosopra. E quando i manifesti ritoccati venivano sostituiti, le anonime mani tornavano a intervenire all’istante. Quell’inizio di rivolta alla più opulenta, ostentata e invadente campagna elettorale (di una sola parte) mai vista a Venezia, forse poteva essere indicativa. Ma è possibile, a vostro avviso, oggi, in Italia, essere convinti che ciò che è logico si affermi? No. Nonostante i manifesti trasformati in installazioni artistiche, la maggior parte di noi veneziani era terrorizzata da Brunetta. Poi però, il centro sinistra veneziano (che oggi tutti chiamano laboratorio e tutti si augurano lo diventi davvero) ha deciso, un po’ per forza, un po’ per scelta, di rispondere con l’atteggiamento opposto. Una campagna elettorale essenziale, niente proclami, niente promesse impossibili, pochi manifesti, rarissimi volantini, a volte autoprodotti in casa. Giorgio Orsoni, il nuovo sindaco, è l’esatto opposto del ministro più amato dagli italiani. Mentre l’altro riceveva gli elettori nelle sfarzose sale dei migliori hotel veneziani, Orsoni girava per la città, tornava cioè a fare ciò che la sinistra si è fatta scippare dalla Lega. E ha vinto.

C’è una foto di Venezia che gira in rete. Venezia tutta intera, vista da quattrocento chilometri d’altezza, posta al centro della sua laguna, tutto un degradare di verdi e di azzurri e, in mezzo, Venezia che è un pesce color rosso veneziano. L’ha scattata l’astronauta Soichi Noguchi, il giorno dopo il risultato delle elezioni amministrative. Chissà se è per quello, allora – per lo scampato pericolo di una Venezia uniformata al resto del Veneto, la regione più a destra d’Italia – che il cielo sopra Venezia, quel 31 marzo, era così limpido, con dei colori così netti, inequivocabili. Un’immagine bellissima, ma che è anche un simbolo: Venezia la rossa (rosso veneziano, però, che non è proprio rosso rosso) circondata di verde e di azzurro. Più verde che azzurro. Quel verde color leghista, che vedi spuntare dal taschino di Luca Zaia o pendere giù dal collo di Flavio Tosi o schiumare dagli occhi e dalla bava di Giancarlo Gentilini. Un verde che ogni seconda domenica di settembre invade la città e chi abita dalle parti di Castello – il quartiere più popolare di Venezia – si è abituato a vedere e, soprattutto, ad ascoltare. Proclami da galera lanciati dal palco padano, slogan satolli di puro razzismo, urlati in Riva dei Sette Martiri. Ciò accade, paradosso, nella città forse meno leghista di tutto il nord Italia. Una città che il giorno prima della foto scattata dallo spazio, aveva respinto l’assalto del sedicente più amato ministro della Repubblica (e pure sedicente candidato al Nobel per l’economia) Renato Brunetta. Camminarci oggi, in Riva dei Sette Martiri, fermarsi davanti alla targa che ricorda l’eccidio nazista del 3 agosto 1944, e poi sedersi al bar a leggere o a scrivere (come fanno solo i turisti stranieri, ormai), è un sollievo. Di fronte, il panorama più bello del mondo e c’era già chi dava per certo il cambio di toponomastica di questo posto: Riva dei popoli padani. E chissà cosa avrebbero scelto per l’attigua via Garibaldi, cuore di Castello.

Passeggiamo leggeri, noi veneziani, sì. E passando accanto al “Bambino con la rana”, la statua di Charles Ray in Punta della Dogana, attorniata di visitatori che la fotografano prima di cambiare inquadratura e fare clic sul colpo d’occhio mozzafiato che hanno di fronte, al confine fra Bacino San Marco e Canale della Giudecca, guardi la statua con sollievo. Il bambino di marmo si è salvato dal proclama dell’aspirante imperatore-ministro, che in campagna elettorale aveva giurato l’avrebbe rimossa. Mentre non avrebbe affatto rimosso le grandi navi che solcano queste acque quotidianamente da marzo a novembre. “I passeggeri vogliono fotografare il Campanile e Palazzo Ducale? Portano denaro, lasciamoglielo fare”, ha detto cinico in campagna elettorale, esaltando le navi da crociera. Tipo quella che sta passando adesso, una MSC, che oscura il cielo, cancella l’isola della Giudecca, sovrasta Piazza San Marco, smuove là sotto, tonnellate d’acqua, devasta i fondali e le fondamenta della città. Il livello di inquinamento dei suoi fumi e la quantità di polveri sottili che sparge nell’aria sono paragonabili a quelle registrate vicino alla tangenziale di Mestre. Spesso ne passano anche sette al giorno. Orsoni ha promesso che non passeranno più di là.

La passeggiata sta finendo e te la godi fino in fondo perché, lo sai bene, questo sollievo non durerà a lungo. Svanito l’entusiasmo di questi giorni, sfumato il senso di leggerezza dopo il durissimo lavoro di questi mesi per far fronte al pericolo, sarà un senso di accerchiamento a prendere il sopravvento. Guarderai al di là dei confini comunali e ti verrà voglia di proporre una secessione al contrario. No, non che l’inesistente padania (con la p minuscola, ché, appunto, la padania non esiste) si sganci dal resto del paese, ma che la realissima Venezia si stacchi dal Veneto, nel quale rappresenta una evidente anomalia. O forse no, forse è il Veneto, leghista e perciò xenofobo, a essere anomalo. Forse.

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Ossessione in vaporetto

Questo mio articolo è uscito il 2 aprile 2010 sul Corriere del Veneto.

Da qualche tempo, in rete nascono siti di foto Lofi. Lofi sta per low fidelity, bassa qualità, dove bassa non significa affatto scarsa. Sono fotografie scattate soprattutto coi telefonini, in particolare con l’iPhone. Anche grandi fotografi si stanno convertendo alle foto Lofi. Nell’epoca del patinato, del riproducibile, del perfetto perfezionabile, le foto Lofi recuperano una fragranza perduta. Una fragranza legata all’atto, al gesto, all’istante. È il momento, oggi, che va recuperato, il gesto apparentemente minimale. La campagna elettorale di Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia, è stata come le foto scattate con l’iPhone. Piccoli gesti da mandare in rete subito, per sottolineare l’attimo, per evidenziare attraverso il gesto l’importanza del momento. Alla sovrabbondanza mediatica, patinata, opulenta, invadente dell’avversario, Orsoni ha replicato con la purezza della semplicità, elemento fondante, oggi, per ritornare a essere un paese degno di chiamarsi Italia. Uno dei punti centrali nella campagna elettorale di Giorgio Orsoni è stata la discontinuità con la giunta precedente (va ricordato infatti che, tutti sembrano averlo dimenticato, nel 2005, a Venezia, non vinse il centrosinistra, ma la Margherita di Massimo Cacciari, sostenuto al ballottaggio dai voti determinanti del centrodestra). Così, l’altro giorno, nel pieno dell’euforia di una vittoria insperata, ci si domandava quali potevano essere i primi segnali di discontinuità della nuova giunta Orsoni. E nella linea Lofi, basso profilo, la prima e unanime proposta è stata quella di porre immediatamente fine alla tortura acustica che ti aggredisce da anni appena ti imbarchi in un vaporetto. Per carità, grazie a quella piccola tortura, oggi, siamo tutti diventati dei vaghi e improbabili poliglotta dell’educazione. Mantener linda la ciudad es un deber de todos (si scriverà così?): è un dovere di tutti tenere pulita la città, tout le monde a le devoir de veiller que la ville reste propre. Una cantilena insopportabile. Prendi il vaporetto il mattino presto, per andare al lavoro o a scuola, e quella voce metallica ti assale. Pensateci: non è affatto piacevole iniziare le giornate in questo modo. Una scelta sventata dell’ex assessore Salvadori che ci ha sempre tenuto a fare il maestrino. Ma ora basta. Ci pensi subito, in nome della discontinuità, il nuovo sindaco Orsoni, perché “è un diritto di tutti mantenere integro il proprio udito”, quando viaggia in quell’irripetibile imbarcazione che è il nostro vaporetto. E che la città va tenuta pulita, così come la nostra cameretta, ce lo aveva già insegnato la mamma, da piccoli.

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Aria fresca a Venezia

Questo mio articolo è uscito il 30 marzo 2010 su il Manifesto.

Ora l’eco della risata sguaiata di quel candidato leghista, che replicava in quel modo alla mia constatazione ovvia: voi della Lega Nord siete razzisti, quella risata ha un sapore meno amaro, più vago. È un rumore flebile sovrastato dall’urlo di gioia quando la vittoria di Giorgio Orsoni è diventata finalmente certezza. Sì, lo so, lo sappiamo anche a Venezia che il resto del Veneto è in mano proprio a quelli delle risate sguaiate, a quelli che non fanno sconti, a quelli della tolleranza zero, a quelli che mettono i bambini i cui genitori non possono pagare la retta della mensa, a pane e acqua. Lo sappiamo. Ma ieri, a Venezia, sono stati sovvertiti i luoghi comuni dell’attuale politica italiana. Ieri, nel primo pomeriggio, l’animo della stragrande maggioranza dei veneziani si è alleggerito di un peso che grava ormai da anni. Un peso ritornato puntuale poco dopo, certo, ma ora più sopportabile, forse addirittura più decifrabile e perciò – forse – risolvibile, annullabile, un giorno, quel peso. Fin dal mattino ci siamo attaccati al computer. L’ottimo sito del comune di Venezia era pronto a squadernare percentuali, preferenze, dati. Speranze, insomma. Speranze che la sera precedente, la notte precedente, passata in bianco a studiare i risultati delle regionali per capire se, come e quanto avrebbero influito sul voto per il sindaco, speranze che, dicevo, sembravano svanite. Il trionfo di Luca Zaia in regione, pareva proprio non lasciare scampo. Così, fin dalle sette, nel silenzio di una Venezia nel pieno della sua primavera, nel pieno dei suoni tipici di questa stagione, sembrava stonata con quanto temevamo potesse accadere. Come poteva essere che quell’albero in fiore, là fuori, coincidesse con l’affermarsi di gente priva di scrupoli, pronta a tutto, al potere per il puro gusto del potere, cosa c’entrava, insomma, quel canto primaverile con la rabbia di Brunetta? Una rabbia che lui poi mistifica definendola amore. Già. E l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, no? Io però lo so. Lo so perché faccio lo scrittore, lo so perché amo davvero e lo so perché il buon senso e la capacità di guardare non mi hanno ancora abbandonato: io so che l’amore è quello là fuori, quel canto di primavera. Non è né Brunetta, né il suo capo dal volto tumefatto dai lifting. Io lo so, e me lo ripetevo mentre, poco dopo le sette del mattino, guardavo la schermata dei dati ancora tutti sullo 0,00%. Nulla riusciva a far coincidere, per quanto mi sforzassi, la bellezza della mia città con una eventuale vittoria di Renato Brunetta. Cercavo, in quel canto di bellezza, una possibile forma di sopravvivenza nei prossimi cinque anni di un’amministrazione in mano comunque alle derive totalitarie di costoro e non c’era verso, non c’era scampo. Nulla di più stonato e fuori luogo. Ci sono volute delle ore, passate a scambiare sms, telefonate, email, a chiedere ad altri se sapessero qualcosa. E quando scoprivi che anche qualche dirigente del PD se ne stava nel suo ufficio, davanti alla stessa schermata con lo 0,00% accanto al nome di ogni candidato, accanto al simbolo di ogni lista, hai capito che non c’era altro da fare. Aspettare. Con quel groppo in gola. Con quel morso allo stomaco. Con quel canto primaverile di bellezza che diventava via via più insostenibile, alla luce dei tuoi timori. Fino all’arrivo della prima schermata, tre sezioni scrutinate su trecento tre. Una goccia nel mare. Giorgio Orsoni al 56,88%, Renato Brunetta al 38,27%. L’ho salvata quell’immagine, e inviata alla mia compagna, al lavoro. “Intanto sogna”, le ho scritto. Perché quello, sembrava essere. Un sogno. Che altro potevano essere tre sezioni su trecento tre? Intanto in rete i primi commenti. Non sui numeri, ma sul fatto che finalmente il momento decisivo era arrivato. Era iniziato davvero il conto alla rovescia del destino di Venezia. Le schermate si succedono, e di refresh in refresh, Giorgio Orsoni non va mai sotto il 50%. Anzi, si attesta subito al 51% e rotti, ripetuto, preciso, puntuale. Così come è preciso e puntuale il 42% e decimali di Brunetta. E di refresh in refresh vai a sfrugugliare fra le varie zone della città. Che il centro storico di Venezia sia da sempre di sinistra, si sa. Che la terraferma lo sia ogni volta sempre un po’ meno, si sa anche questo. Ma questa volta sembra tenere, eccome. È l’estuario, il problema. Il Lido, Pellestrina, Burano, zone che sembrano far parte di un altro pianeta. È lì che la Zaccariotto, la presidente leghista della provincia, ha vinto lo scorso anno. Percentuali bulgare, tutte sopra il sessanta per cento. E infatti lì Brunetta è in vantaggio, ma molto al di sotto del sessanta, e anche del cinquantacinque. Ma le sezioni scrutinate sono poche. Ansia. Un’ansia che si condivide in rete con chi sta lì, come te, ad aspettare e a cercare conforto, conferme. E quando le sezioni arrivano più o meno alla metà, lì ormai è chiaro. Giorgio Orsoni vince, e vince al primo turno contro la portaerei di Arcore. Chiudo tutto ed esco, direzione Ca’ Farsetti. Per strada, l’iPhone tiene d’occhio i dati, vedi mai che, come nel 2006, da Arcore arrivi il miracoloso recupero e, per strada, incrocio gli ambulanti africani, le loro borse infilate fra le braccia. Li guardo e penso che vorrei venissero a festeggiare anche loro, che hanno potuto votare alle primarie di gennaio. Arrivo al municipio subito dietro al piccolo corteo che sta accompagnando il nuovo sindaco di Venezia nella sala consiliare. Ci sono sua moglie, i suoi figli. Sopra, persone dallo sguardo lucido, dall’aria incredula e soddisfatta, consapevoli di aver fatto un ottimo lavoro. Orsoni stringe mani, abbraccia, sorride. Flash, interviste. Arriva finalmente allo scranno che sarà suo per i prossimi cinque anni e le sue prime parole da sindaco sono: “Non so cosa dirvi”, e tutti sorridono. Poi dice, invece, ringrazia, parla. Poco: “Basta, potrei dire delle sciocchezze se continuo”. Noi ci guardiamo in faccia, gli occhi lucidi. Fa caldo, ma c’è un senso evidente di liberazione. Venezia città della resistenza. Qui, si respira. Almeno un po’.

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Venezia salvata

Questo mio articolo è uscito il 31 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Inutile nasconderlo. Chi è abituato a leggere questa quarantina di righe settimanali, sa bene cosa ho scritto in questi anni. Sa che, per quanto mi riguarda, in questo paese esiste un’emergenza democratica seria. E sa anche quanto, da mesi, in queste poche righe, mi sia battuto – per quanto possibile, per quanto ci si possa battere oggi, in questo paese, con la scrittura – affinché Venezia salvasse se stessa da una deriva diventata ormai uno tsunami inarrestabile. Uno tsunami che, guardando all’elettorato, non è soltanto politico ma – e ciò andrà approfondito – più che altro psicanalitico. E, alla fine, si è salvata, Venezia. Venezia oasi assoluta, dunque. Che ha cancellato in un botto solo la portaerei calata da Arcore nella fragile laguna. Il ministro più amato dagli italiani (dice lui), autocandidatosi al premio Nobel e che ha esibito la campagna elettorale più esagerata e costosa mai vista in laguna: affondato da un signore placido, sensato, capace di calibrare le parole e, soprattutto, di usarle dando loro il vero significato. Mai una sparata, mai un’esagerazione, nella campagna elettorale da parte di Giorgio Orsoni. Forse è questa, al di là delle letture politiche, la vera novità, la vera inversione di rotta di questa elezione veneziana. Il recupero del significato delle parole. Se dall’altra parte era sbarcato in laguna il partito dell’amore, il partito del fare, da questa c’era solo il buon senso, la consapevolezza di ciò che si può promettere in un momento di crisi. Vero: nel resto d’Italia l’amore trionfa sull’odio e l’invidia, ha ribadito ieri il capo del governo. Verissimo. Verissimo cioè che ciò accade. Solo che allora sarebbe davvero interessante chiedere a ciascun elettore quali siano i veri significati di amore, di odio e di invidia e, soprattutto, cosa c’entrino con un governo che altro non deve fare se non amministrare al meglio la cosa pubblica. A Venezia non siamo caduti nel tranello della mistificazione del vocabolario, né, tanto meno, nel luogo comune delle promesse eclatanti, che possono farti brillare gli occhi per un nano secondo, ma che poi, se ti metti a far funzionare quel che resta dei neuroni, capisci che si tratta solo di false promesse. E a Venezia, il valore delle parole, noi, ce lo teniamo stretto.

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Venezia minacciata.

Questo mio articolo è uscito il 28 marzo 2010 su il manifesto.

L’ultima eco della campagna elettorale veneziana è la risata sguaiata che un candidato della Lega Nord alla municipalità mi indirizza mentre mi avvio all’imbarcadero. Ha appena cercato di rifilarmi il suo “santino” allegato a un sedicente “nuovo progetto per la città”, al mio “no, grazie” deciso, lui insiste, io ripeto la stessa cosa, lui dice prenda, io dico no. Ma perché? E invece di fare come Jannacci nella famosa canzone gli rispondo: “perché siete razzisti”. Lo dico con un tono piatto, come se avessi detto “bella giornata oggi”. Ma ormai è così, il razzismo, da queste parti: un dato di fatto che attraversa la società dall’alto in basso, dalle istituzioni alla gente. Certo, avrei potuto lasciar perdere, magari lui è solo uno dei tanti confusi e ignoranti che non sanno più leggere, che hanno smarrito gli strumenti umani necessari a interpretare la contemporaneità. Ma avevo appena letto dell’indecente sindaco di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza, la signora Milena Cecchetto, che aveva deciso di mettere a pane e acqua dei bambini i cui genitori non avevano saldato la retta della mensa. Nelle foto, la signora è munita del foulard verde d’ordinanza. Lo stesso verde della cravatta del tizio che voleva rifilarmi il suo santino. Santino che nulla ha a che vedere, comunque, con la sfarzosa (ed esosa) campagna elettorale messa in moto da uno dei suoi capi, il ministro Luca Zaia. La sua candidatura vincente, senza nessuna possibilità di fallimento, è stata accompagnata da una macchina organizzativa degna di un capo di stato. Tonnellate di gadgets (molti col marchio made in China, paradosso assoluto per uno che promuove i prodotti a chilometro zero), uno spreco senza precedenti da parte di un ministro preoccupato a tempo pieno a curare la propria immagine e la sua presenza nei media. Celebri i suoi interventi sui quotidiani locali, con articoli dotti e ricchi di citazioni (scrittori, filosofi, storici), lui, che quando parla sfoggia un italiano alquanto traballante ed elementare. Un Dottor Jeckyll e Mister Hide, attento anch’egli all’immagine, dunque, e a risultare simpatico, al punto da essere riuscito a sedurre più di un esponente del centrosinistra che continua a definirlo la faccia presentabile della Lega. Come se un partito come la Lega potesse averla, una faccia presentabile. E Zaia lo sapeva bene che quell’immagine aveva bisogno di una ripassata, non a caso ha chiesto e ottenuto con entusiasmo che a curare la sua campagna fosse Fabrica, la scuola creativa di Benetton. Sì, proprio loro, i protagonisti di ben altre campagne, ricordate? United Colors of Benetton, e i numeri della loro rivista – Colors, appunto – dedicati ai grandi temi sociali, al razzismo, i libri e i documentari sulle favelas, la produzione di film asiatici insieme a Marco Müller. Sì, ha provato a darsi una ripassata all’immagine, attraverso Fabrica, Luca Zaia. E Fabrica se l’è stropicciata, rinnegando tutti i buoni propositi del passato. A conferma che l’imprenditore, anche se apparentemente illuminato, fa luce solo dove gli conviene, e oggi a Benetton conviene stare con la nuova casta. Dai colori uniti al colore unico, il verde della Lega.
Alla fine gliel’ho detto, dunque, al candidato leghista che insisteva. L’ho pronunciata con convinzione la mia accusa: non voglio avere a che fare con voi perché siete dei razzisti. E lui ha riso sguaiatamente, come a volermi dire che sì, lo è, e che il cretino, inutilmente idealista, sono io.
È il Veneto di oggi, questo. Un Veneto nel quale Venezia è sempre stata, in questi anni, un’oasi di democrazia, di apertura, di solidarietà. Fino a oggi, fino a quando una destra ringalluzzita dalla vittoria alle provinciali dell’anno scorso, ha deciso di provare a conquistare anche Ca’ Farsetti. Lo ha fatto mettendo in moto una macchina opulenta, esibizionista, esagerata, irritante in un momento di crisi come l’attuale. Una macchina che sul ponte di comando ha il Napoleone di riserva, il ministro Brunetta, riserva del Napoleone di Arcore. Ha incominciato un paio di giorni dopo l’investitura del capo, con dei manifesti enormi, che nel giro di una sera hanno invaso Mestre e Venezia. Non c’era imbarcadero o fermata d’autobus che non avessero il maxi manifesto adesivo col faccione in bianco e nero del ministro su sfondo blu. Sembrava, quando la guardavi tuo malgrado con la coda dell’occhio, la pubblicità dei Baci Perugina. Del resto, non si tratta di un ministro del partito dell’amore? Manifesti che, comunque, nel giro di pochi giorni, sono diventati delle istallazioni artistiche, dove mani anonime e talentuose, esprimevano creativamente cosa pensassero di quell’invadenza.
Anche la lettera al rosolio inviata a tutte le famiglie, piena di vi voglio bene, amo questa città, e sbrodolamenti vari, era scritta su fogli azzurri degradanti al bianco, come quelli che alle medie, i quarantenni di oggi, usavano per le letterine d’amore. In poco tempo, le nostre cassette delle lettere sono state invase di depliant di ogni genere, con una proporzione equivalente ai passaggi televisivi (a metà campagna elettorale, Brunetta era passato in tv per 1700 minuti, Orsoni, il candidato del centrosinistra, 3: sì, 1700 a 3, non è un refuso), per una busta o volantino del centrosinistra te ne sono arrivati nove della destra. Uno spreco disgustoso, ma al partito dell’amore che vince sempre sull’invidia e sull’odio, l’elettore italiano (anche il veneziano?) perdona tutto. Ogni schifezza si trasforma in consenso, ogni scelleratezza diventa invisibile. Conosco gente che fino a qualche mese fa mai avresti sospettato potesse non dico schierarsi, ma nemmeno pensare di votare per questa destra. Oggi, sono candidati nelle liste del Pdl e nella civica di Brunetta. Se li incroci dopo le riunioni col capo, o dopo gli appuntamenti elettorali che lo vedono protagonista, vedi i loro occhi emanare luce. E non si tratta – credo – di sostanze chimiche. È la fascinazione del potere (oltre alle garanzie di ruoli di potere in caso di vittoria). Anche un assessore della giunta Cacciari, un mese fa, ancora nel pieno del suo ruolo, è rimasto sedotto dal fascino dell’ineffabile ministro anti-fannulloni. L’epoca è questa, il paese è questo: se mi paghi vengo, se vengo mi fai far carriera. Questa roba qui assomiglia non poi così vagamente a qualcosa che in altri mondi si chiama voto di scambio, o peggio. Qui invece, se lo fai, ti guardano come il re dei furbi e ti votano pure e sognano di diventare come te. Come il pensionato al bar, seduto al tavolo accanto al mio, dove sto scrivendo. È un pensionato della Repubblica italiana, avete presente no? Eppure racconta felice e tronfio ai suoi amici omologhi che Brunetta gli ha stretto la mano due volte, stamattina. Lui e un altro lo voteranno, nonostante le loro misere pensioni, nonostante qui, al bar, non possano permettersi di andare oltre al caffè. È la confusione dei valori, la baraonda dei ruoli, il delirio sociale in atto da anni in questo paese. Chissà se lo sanno, i due pensionati, di quel pensionato di Mestre che giorni fa ha osato contestare il ministro che vuol fare anche il sindaco. Chissà se lo sanno che quel signore, reo di aver commesso il più nobile dei diritti di un cittadino, il diritto di critica, si è preso, da un ministro della Repubblica italiana, del rincoglionito. Magari lo sanno, ma approvano perché lo dice la tv, che l’amore vince sempre sull’invida e sull’odio. E Brunetta ama. C’è chi insiste nel dire che il berlusconismo è ormai alla fine. Eppure, qui a Venezia, ascoltando la gente, non sembra proprio. Qui, sembra addirittura all’inizio. Pensateci: con tutto quello che è successo in questi ultimi mesi, la destra dovrebbe uscire dalle urne come minimo con lo stesso risultato della Francia, se non peggio. E invece, il loro amore vince sempre sull’odio e l’invidia. E chissà come la leggeranno, questa pagina, se una pagina d’amore o d’odio. Forse, più semplicemente, non la leggeranno. Uno starnuto nello spazio, le parole degli scrittori, oggi, in questo paese. Giorni fa il manifesto ha pubblicato un illuminante intervento di Massimo Carlotto, che con precisione e semplicità, ha raccontato i quindici anni di potere del governatore Galan in Veneto. Un articolo che, in un paese normale, avrebbe scatenato un dibattito inevitabile. Non è successo niente di niente.
Oggi, domenica 28 marzo 2010, Venezia ha la possibilità di fare fronte a questa deriva. Oggi, Venezia, ha la possibilità di salvarsi la vita, e di diventare il simbolo vero di un cambiamento di rotta. Oggi, Venezia, può dare un calcio doloroso e determinante al regime non più da operetta al potere in questo paese. Oggi, i veneziani di sinistra dubbiosi, ancora incerti, i veneziani che credono nella democrazia e nella Costituzione, devono andare a votare per impedire che la città più bella del mondo diventi come il resto del Veneto, terra di xenofobi, affaristi, uomini di potere privi di ogni scrupolo.

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Esame di coscienza dell’elettore

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 26 marzo 2010

E alla fine, l’esame di coscienza dell’elettore, lo fai solo nel momento di andare a votare, in quel breve tragitto che da casa ti conduce al seggio. Ci sono state settimane a disposizione, possibilità innumerevoli. Ma è da un po’ che ti succede, da quando le urla si sono sostituite alla riflessione. Da anni, ormai. È vero, non tutti urlano. Ma le grida ormai sovrastano tutto e tu, presto, hai incominciato ad allontanarti da quello che non ha più alcuna parvenza di dibattito, di scambio di idee. Quali idee, poi. Per non parlare degli ideali, dei valori. E ogni volta ti ripeti che questa volta è l’ultima, che la prossima, al seggio, non ti vedranno più, te ne starai alla larga, una bella gita all’estero – low cost, e anche anche, altro non puoi permetterti – e lasciare che gli altri decidano per te, ché, tanto, cosa cambierebbe. Poi però è una questione di educazione, di cultura. Sei fra quelli – pochi, pochissimi – che fin dalle elementari, nelle ore di educazione civica, e poi a casa, in famiglia, hanno imparato che il momento del voto è il “tuo” momento. Che quel pezzo di carta su cui metterai una croce è – in quel preciso momento – il tuo paese nelle tue mani. Un atto doveroso e di responsabilità. Sottrarti a quell’appuntamento equivale a lavartene le mani, a delegare a mani ignote il tuo destino. Certo, col passare del tempo hai capito che le cose non stavano proprio così. Però alla fine, ogni volta, la domenica – non ti è mai andata giù questa cosa solo italiana di concedere mezza giornata in più, come a rendere istituzionale la pigrizia italiana, il menefreghismo nostrano – metti in tasca il tuo certificato elettorale e ti avvii. Per strada, ogni volta, ripensi al quel bellissimo romanzo di Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore. Quante volte lo hai riletto? E poi le tribune elettorali di quando eri piccolo, in bianco e nero, sulle quali poggia parte della tua formazione, della tua esperienza, della tua vita, insomma. Le davano in prima serata, con quei politici che sì, magari anche loro – pochi, pochissimi – facevano sotto sotto le cose losche che fanno molti loro eredi, ma almeno avevano il buon senso di non rovesciartela addosso, la loro presenza invadente, la loro arroganza permanente, come accade oggi. Non ti sbattevano in faccia quella volgarità diffusa di cui oggi i politici sono i principali portatori, oltre che fautori (sii volgare anche tu, come me, sembrano dirti ogni volta che si affacciano sullo schermo). Nelle tribune in bianco e nero c’erano quegli uomini politici che agli occhi di te bambino, o adolescente, risultavano acuti, saggi, magari a volte un po’ noiosi, ma di quella noia che, fin da bambino, intuivi essere pregna di contenuti, di valori. Ce n’erano alcuni che tuo padre ti indicava dicendo: “Questi sono i padri della patria, della nostra Costituzione”, e tu magari non capivi proprio del tutto, ma sentivi tuo padre pronunciare quelle parole con un tono misto fra il solenne e il commosso e allora intuivi si trattasse di figure enormi. Non per niente, almeno un paio di loro, padri della Costituzione, sono poi diventati Presidente della Repubblica. E poi, guardandoli, li ascoltavi e li sentivi pronunciare parole a te sconosciute, concetti astratti di cui a volte chiedevi lumi ai tuoi, e loro ti spiegavano. Erano anche dei maestri, quegli uomini politici in bianco e nero. Oggi, i tuoi figli, che cosa possono imparare ascoltando questi uomini politici a colori che sproloquiano in tv? Non fai nemmeno in tempo a finire la domanda. Il seggio è troppo vicino a casa, sei già dentro, con la matita in mano e ne cerchi uno che assomigli, anche soltanto vagamente, a quelli in bianco e nero di tanto tempo fa. Lo troverai?

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Saggezza elettorale

Questo mio articolo è uscito sul quotidiano Terra lunedì 22 marzo 2010.

Diciamocelo con franchezza. Diciamocelo almeno noi, che le cose sappiamo ancora decifrarle, osservarle, che la realtà riusciamo ancora in qualche modo a interpretarla, a esserne testimoni. Testimoni attoniti e sconcertati, però. Sì, perché se guardiamo con attenzione a ciò che sta accadendo là fuori, dentro al teatrino permanente del nostro paese, dentro al reality perpetuo di questo posto chiamato Italia, una nazione che si inquieta in diretta per il malore a Mauro Marin, che non è altro che uno di quei ragazzetti grandefratellati senza la minima traccia di talento o interessi o passioni che soltanto qui da noi possono assurgere – oggi – a eroi, se guardiamo a quest’Italia qui, che ignora i veri problemi e si concentra sulle provocazioni idiote che uno scrittore di talento come Aldo Busi, ma dagli atteggiamenti sciocchi e vanesi da esibire non nei suoi libri ma nello squallido spettacolino televisivo, se guardiamo a quest’Italia berlusconizzata in ogni suo ambito con gli occhi della saggezza e del buon senso che siamo riusciti a conservare malgrado tutto, non ci sarebbero dubbi. Quella gente lì, i protagonisti del teatrino, gente come Renato Brunetta, per esempio, non prenderebbero mezzo voto. Gente che se si presentasse all’elettorato in altri paesi vicini al nostro ma lontani ormai anni luce rispetto alla nostra vita civile e politica – penso a qualunque paese europeo, compresi molti dell’est – ebbene gente del genere, verrebbe spazzata via in un battibaleno. Qui no. Qui da noi, a Venezia, nonostante tutto quello che sta accadendo (le puttane del presidente chiamate come macchine per mistificare ancora una volta il linguaggio – escort – la protezione civile usata a fini quanto meno disdicevoli, l’uso indecente del potere nei confronti dell’informazione e dei giudici, la distruzione scientifica e di massa della scuola e dell’università per ottenere generazioni catatoniche e manovrabili, insomma tutto lo schifo di cui sapete) qui, dicevo, anziché assistere al fuggi fuggi da partiti e movimenti inguardabili, assisti basito all’evento opposto: gente che credevi insospettabile, gente che credevi in grado di decifrare le cose che salta sul quel carro perché ha capito che la squallida politica del vincitore, la sua condotta illegale, arrogante, totalitaria, è – qui – invincibile. Vedi gente che si avvicina a Renato Brunetta e resta affascinata dal suo nulla, da quel fiume di parole farcito di demagogia e volgarità, di sdilinquimenti e mistificazioni. O, forse, più semplicemente, resta affascinata dalla fettina di potere che ti offre. Perché in quest’Italia, oggi, chi vuole associarsi alla banda avrà il suo buon tornaconto. Assisti a tutto ciò e ti rendi conto che questo paese sembra null’altro che un paese senza speranza. Come può, una classe dirigente che ormai esibisce apertamente il malaffare come disegno politico, attrarre ancora gli elettori? Già. Come può? Può. Per tutto ciò, allora, Venezia potrebbe diventare il luogo del riscatto. Sconfiggere Brunetta, domenica prossima, potrebbe servire da esempio e da monito al resto del paese. Ci proviamo?

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Francesi, salvate l’Italia!

Questo mio articolo è uscito il 17 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Verrebbe voglia di parlare delle elezioni regionali in Francia, laddove una sinistra per nulla vergognosa del proprio passato (il partito socialista, al 30%, non ha mai smesso di essere quel che è sempre stato, cioè un partito di sinistra, il Front de gauche affonda le sue radici nel comunismo del PCF e nessuno se ne vergogna, per non parlare dei trotzkisti e del partito Lutte Ouvrière), una sinistra che mette insieme il 53% e mette Sarkozy nell’angolo, condanna il suo appena accennato berlusconismo, atteggiamento che i francesi non possono accettare. Perché la Francia (e l’Inghilterra e la Germania e la Spagna e il Belgio e tutta l’Europa, insomma) è diversa dall’Italia. Da questa Italia attuale. Esempio: due anni fa, Sarkozy, apostrofò un cittadino che si rifiutò di stringergli la mano con il più classico degli insulti: “allora togliti di qua, povero c…”. Il giorno seguente tutti i media (tutti: destra, sinistra, centro) costrinsero il presidente a chiedere scusa pubblicamente. Mai un rappresentante del popolo, una carica istituzionale può permettersi di insultare un cittadino. Sono di questi giorni, invece, due episodi che la dicono lunga sulla condizione morale e etica del nostro paese. Un ministro della Repubblica che a una conferenza stampa spintona e prende a male parole un giornalista che contestava, un altro ministro della Repubblica che in una pubblica piazza (Ferretto, a Mestre), dà del rinco a un signore che aveva osato contraddirlo. Questo è il paese, oggi. E di giorno in giorno, è sempre peggio. Ma mentre altrove l’indignazione ci mette un nanosecondo a scattare, e la condanna è pesante soprattutto in termini elettorali, qui, a parte i soliti noti, il resto della popolazione, la stragrande maggioranza, non fa più caso a nulla, nemmeno ai reati veri, ricorrenti e evidenti (di cui peraltro la tv non parla o parla mistificando) figuriamoci a questioni di etichetta istituzionale. E qui, in Italia, tizi che altrove non prenderebbero neanche mezzo voto, che addirittura mai sarebbero stati presi in considerazione, qui, più ne dicono, più ne combinano e più sono osannati e idolatrati. Il triste problema che resta è uno: fino a dove bisogna arrivare per invertire la rotta? Cos’altro vedere, ancora per – finalmente – non votarli più?

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Razzismo istituzionale

A proposito della decisione del sindaco leghista di Montecchio Maggiore (provincia di Vicenza) di mettere a pane e acqua nove bambini che usufruiscono della mensa scolastica, perché i genitori non hanno saldato la retta. Paolo Crepet, che non è certo un estremista di sinistra, ha parlato di gesto nazista. Questo sms è uscito oggi sul Corriere del Veneto.

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Hemingway e il Veneto

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 5 marzo 2010. Non so se e quanto abbia contribuito, ma sta di fatto che quella scuola non verrà più abbattuta.
Ernest Hemigway e il Veneto. Nessun altro grande scrittore straniero ha avuto un rapporto con la nostra regione tanto intenso e ripetuto nel tempo. Fu il destino, e non una scelta precisa, a portare lo scrittore dalle nostre parti nel corso della prima guerra mondiale. Da quel momento in poi, il Veneto divenne una sua destinazione ricorrente. Sempre lo stesso tavolo all’Harry’s Bar, dove andava a bere, certo, ma anche a scrivere. La laguna, dove andava a caccia, Caorle, e poi i luoghi, appunto della prima guerra mondiale, rivissuti nel bellissimo romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi e raccontati, molto tempo prima, in un altro romanzo, Addio alle armi. Non solo. Hemingway ha elevato Mestre ai ranghi più nobili della letteratura in un passo di Di là dal fiume e tra gli alberi: “Stavano avvicinandosi rapidamente a Mestre, e già era come andare a New York la prima volta che ci si andava, in passato quando era splendente, bianca e bella. Ce l’ho ancora fatta a vederla, pensò. Ma quello era prima del fumo. Stiamo entrando nella mia città, pensò. Cristo, che bella città”. Niente meno. Oggi, uno di quei luoghi veneti, la vecchia scuola elementare di Monastier, sta per essere abbattuta. Dentro a una di quelle aule, a Hemingway salvarono la vita, dopo che era stato ferito a Fossalta da centinaia di schegge. Il Veneto non ha mai saputo valorizzare il patrimonio Hemingway. Lo dico nel modo cinico, perché so bene che dalle nostre parte contano gli “schei”. Ebbene, anche da questo punto di vista si sarebbe potuto fare molto, ma la cultura, dalle nostre parti, è spesso – e da troppo tempo – considerata qualcosa di superfluo. Così Caorle, Venezia, Cortina, Monastier, Fossalta, nulla hanno fatto. A differenza di Lignano. Lì sono stati bravissimi. Hemingway ci passò per caso nel 1954, insieme a un amico architetto che vi stava facendo dei lavori. Ci fu qualcuno che non perse l’occasione per scattare qualche foto. Ce n’è una che lo ritrae con alle spalle un cartello: “Lignano Pineta Spa”. Si fermò in tutto un paio d’ore. Per farlo tornare gli regalarono un terreno per costruirsi una casa, ma lui preferì Cuba. Eppure, nonostante ciò, Lignano ha legato il suo nome a quello di Hemingway in maniera indissolubile, dedicandogli un parco e poi un prestigioso Premio Letterario. Un investimento a lunga scadenza che ha portato i suoi frutti, oltre a offrire qualcosa di prezioso allo spirito di villeggianti-lettori. Sono stati bravissimi a capitalizzare il poco che avevano a disposizione. Noi veneti, invece, ora stiamo per buttare giù un luogo fondamentale nella biografia di Ernest Hemingway. Per costruire case dell’Ater, certo. Non fosse che quella vecchia scuola, potrebbe essere già da decenni un punto cruciale del turismo e della cultura, il luogo dove raccogliere tutto ciò che lega uno dei più grandi scrittori di sempre alla nostra regione. Abbattere quella scuola significa demolire il buon senso, la memoria, la storia e la possibilità di far quattrini attraverso la cultura. Si fermeranno?

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Ministri e bocciofile

Questo mio articolo è uscito il 3 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Una delle tante, troppe caratteristiche che questo nostro paese ha smarrito, gettato al vento in questi ultimi decenni in nome del profitto e di una sedicente e ineffabile modernità, è il gioco delle bocce. Chi è abbondantemente sopra i quaranta sa di cosa parlo. Era pieno di bar e osterie con accanto o sul retro i campi per le bocce. Spesso si giocava anche nei cortili e in alcune piazze, laddove magari l’asfalto non era ancora arrivato. Il gioco delle bocce, che era capace di mettere insieme generazioni diverse, e di far uscire di casa il pensionato anche più pigro, è scomparso dalla nostra società. Sradicato dalla nostra cultura. Sostituito dal passatempo per eccellenza, la televisione. Le bocciofile, sparite, e quelle che rimangono, resistono a fatica. Ignorate e, spesso, derise. In Francia, invece, la pétanque (o jeu de boules) è un gioco ancora praticato ovunque, incentivato dalle istituzioni come prezioso mezzo di aggregazione. Ogni città, ogni paese ha le sue bocciofile e i suoi tornei dove partecipano migliaia di persone di tutte le età. È cultura, non soltanto pratica sportiva o passatempo. E lo era pure da noi, fin quando non è iniziato lo smantellamento. Meglio tenere gli anziani a casa, davanti a una tv fatta apposta per loro, ché, si sa, l’aria aperta, la condivisione, il discutere insieme, potrebbe dare troppo ossigeno ai cervelli. Per questo, il comune di Venezia, in questi anni di tagli e difficoltà imposte dall’alto, ha dato compito a delle cooperative di assistere, fra le altre cose, gli anziani costretti sempre di più in casa. Fuori, ci sono sempre meno spazi per loro. Per questo, dire che nella prossima amministrazione – dovesse mai cambiare colore – gli anziani verranno accuditi con una telefonata, suona come una presa in giro. Non solo, dire anche che certe cooperative verranno trattate come le bocciofile, è un’offesa da una parte alla professionalità di tanti operatori che da anni si rimboccano le mani per strada, dall’altra, ed è una presa in giro alle preziose bocciofile, che continuano a tentare di andare a punto nonostante l’epoca metta fuori gioco chi non ha la forza o le capacità di misurarsi col mercato. Sono anni in cui imperversa solo la demagogia. Incominceremo finalmente a starne alla larga?

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Venezia e i 40x (Venezia)

Questo mio articolo è uscito su il Venezia Epolis il 10 marzo 2010.

A proposito delle elezioni comunali di Venezia, c’è chi sostiene si tratti di un trionfo dei social network. In effetti, la rete, se utilizzata in certi modi, può diventare una vetrina formidabile. Prendete per esempio il gruppo 40xVenezia. Sono nati come luogo di discussione sui problemi della città visti da chi fa parte della generazione degli esclusi. E quando sei escluso, e stai ai margini, le cose le vedi meglio, le analizzi con maggiore lucidità, e se sei gruppo, meglio restare gruppo di pressione, piuttosto che trasformarti in fretta e furia, in gruppo di potere. Capita sempre, in questo paese. Chi sta ai margini, chi sta fuori, non pratica la nobile arte della discussione, della provocazione, della pressione nei confronti di chi sta in alto affinché ti ascolti e cambi rotta. Qui, chi sta ai margini, non vede l’ora di fiondarsi dentro la stanza dei bottoni. È quel che è successo a numerosi componenti dei 40xVenezia. Non a tutti. C’è chi ha deciso, e sono la maggior parte, di continuare a privilegiare il margine come luogo ideale di una battaglia etica. Altri, invece, hanno usato la rete come vetrina per catapultarsi dentro al carretto del miglior offerente. E in questa tornata elettorale (anzi, in questa tornata epocale, visto che la storia va avanti dal 1994) si è capito piuttosto bene chi sia il miglior offerente. C’è quindi chi è andato ad arricchire col proprio sapere, la propria esperienza, movimenti che guardano al margine come fonte di idee e di energia, e ci sono quelli che invece quel sapere e quell’esperienza li hanno messi in offerta, svilendoli al soldo del potere imperante. Poco importa quel che sta succedendo a questo paese proprio in questi giorni. La giustificazione è “noi siamo per il nuovo”, e infatti è sotto gli occhi di tutti dove questo “nuovo” ci stia portando. Del resto, cosa volete mai aspettarvi in un paese che ha come punto di riferimento “culturale e sociale” il Grande Fratello? Gli scandali di queste ultime settimane, anziché allontanare la gente da certi ambienti, sembra invece risucchiarla, come se niente fosse. Per assuefazione, mi auguro, per malata fascinazione del potere, spero, e non per altro. Alla fine sembrano tutti impegnati a rivendicare la propria fetta. Poco importa come sia stata cotta.

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Decreti

Dalla prima pagina del Corriere del Veneto del 10 marzo 2010.

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Lettera d’amore

Questo mio articolo è uscito l’1 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Ho ricevuto una lettera d’amore. Di quelle scritte su quei fogli che alle medie compravamo convinti di stupire le fidanzatine, un foglio che dall’azzurro, in alto, sfuma fino al bianco, in basso. Roba da fiaba, insomma. Una di quelle lettere che, puntuali, negli anni settanta ti ritornavano giustamente indietro appallottolate, e se non stavi attento, facevano pure male. Ma questa è l’epoca dell’amore, ci hanno detto, mica gli anni settanta. È una dichiarazione d’amore, la lettera, che parte dalla biografia dello spasimante. Tenta di sedurci confessando di essersi fatto da solo, nessuno gli ha regalato niente, e grazie a questo, è diventato ministro della Repubblica, che oggi conta ben più di un principe, anche se poi, a dire il vero, non si diventa ministri per concorso. Tenta di sdilinquirci proclamando l’amore per la nostra città, e prova a coinvolgerci in quella che definisce la sua meravigliosa avventura, diventarne il sindaco. La lettera d’amore di un ministro che vuole fare il sindaco della mia città, roba da andare in deliquio. L’azzurrino del foglio diventa nuvola, e lui ci svela di essere pieno di difetti, ma anche di pregi. Originale. E poi declama la sua coerenza, il suo essere sempre stato dalla parte dei deboli, dei lavoratori. Quei lavoratori che ha definito fannulloni e contro i quali ha scatenato la sua battaglia. Che, dice, sta vincendo. A questo punto della lettera, a te destinatario non può che battere forte il cuore, ma forse è meglio non dire il perché. Vuole riportare Venezia a essere un luogo bello in cui vivere perché, stando a Roma da anni, si è accorto che qui da noi si vive male. E dunque, continuando a stare a Roma, vuole occuparsene lui. “Considero questo l’impegno della mia vita”, scrive sul foglio sempre più degradante al bianco. Stare a Roma e fare il sindaco di Venezia. Ma, aggiunge che la decisione – per fortuna – spetta a noi. Il finale, quando il bianco è ormai candido, e ti viene in mente Biancaneve, è un delicato e avvolgente “Vi voglio bene” e la firma. Che bello. Sul foglio nessun altro riferimento, però è inevitabile non pensare al partito dell’amore. Amore per voi, per la città, per le poltrone. Amore spassionato e, soprattutto, disinteressato. Conquistati?

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L’Italietta di Sanremo

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di venerdì 26 febbraio 2010.

Della sovrabbondanza di politici in tv non si lamenta ormai più nessuno. Si tratta di una consuetudine ormai entrata nella nostra quotidianità. Apri la tv e sono lì. Niente di più ovvio. Solo che è ovvio soltanto in Italia, dove la politica è diventata spettacolo e lo spettacolo si è dato alla politica. Un’anomalia diventata normalità, consuetudine, appunto. E la lettura di questa anomalia, la sua interpretazione definitiva, ci arriva – ebbene sì – da Sanremo. Il Festival di Sanremo ha sancito che nel nostro paese esiste solo ciò che ci viene sovramostrato, a dosi ultramassicce, in tv. La nostra “cultura” è diventata definitivamente e orrendamente televisiva. Orrendamente per quanto è inguardabile la televisione italiana oggi. Nemmeno la canzonetta, ormai, ha più il suo ruolo popolare. Irene Grandi o Renga, o Cristicchi, sono niente, quasi non esistono perché quasi mai li vediamo in tv. E infatti Sanremo, il festival, li ha ignorati. Trionfano personaggini con vocette standardizzate, ma che entrano nel sempre più scarno immaginario degli italiani solo perché la loro presenza è imposta dai reality show, unici riferimenti “culturali” di questo povero paese che è l’Italia. Talmente povero, talmente sgangherato, che ha trovato il suo inno ideale nelle terribili strofe di quella cosa che non puoi chiamare né canzone né testo firmata da Pupo e da Emanuele Filiberto. Testo che, guarda caso, è incentrato sull’amore per il paese, quel “sentimento” speso ormai a piene mani dalla politica. Lungimiranti, il principe e il cantante-presentatore, autore di quel verso indimenticabile, qualche decennio fa, “la scusa dei blue jeans che fanno male”. E, non a caso, pure loro – i due autori, non i jeans – invadenti e evanescenti figure del piccolo schermo. Il Festival di quest’anno ha insomma messo a nudo l’Italia di oggi. Un mix apparentemente invincibile di becera tv, di politica corrotta, di cultura (intesa anche come scuola e università) devastata. Come non riuscire a non vederlo tutto questo squallore che, infatti, pare invisibile? Semplice. Il metronomo della quotidianità, la scansione delle nostre giornate, il nostro dopolavoro, è quello schermo sempre più piatto che regna nelle nostre case. E, a differenza degli altri paesi (dove una televisione come la nostra non esiste neanche nei paesi meno sviluppati), nemmeno internet rappresenta più la salvezza. Sapete che cosa guardano maggiormente i ragazzini smanettoni, abili nel peer to peer pirata, vale a dire la possibilità di vedere gratuitamente i canali a pagamento? Guardano la diretta ventiquattr’ore su ventiquattro del Grande Fratello. Serve altro?

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Siate stupidi

Questo mio articolo è uscito il 4 febbraio 2010 sul Corriere del Veneto.

Ce lo siamo chiesto in tanti il significato recondito di quella scritta sulle fiancate degli autobus: “Be Stupid”. Io credevo si trattasse di un promemoria. Della sempre più attuale ed evidente stupidità italica – cioè della nostra stupidità – abbiamo prove a ogni angolo e in ogni momento. Era divertente che qualcuno lo sottolineasse con sarcasmo. Poi, però, abbiamo scoperto che si tratta di una pubblicità della Diesel e, purtroppo, ci è stata pure spiegata, e la forza ambigua che aveva è andata a farsi friggere. “Siate stupidi”, dice – tradotto – lo slogan, che si metteva in corto circuito con tutti quei messaggi, in arrivo soprattutto dalla tv, che, subliminalmente, ci dicono “Siete stupidi”. Basta accenderla in qualunque momento della giornata, capitare sul programma pomeridiano di turno, sul reality di turno, sul talk show di turno, e un sottotitolo invisibile ma inequivocabile ci dice “siete stupidi”. Quello specchio catodico ci rimanda puntuale la nostra immagine. Ciò che siamo diventati. Per questo, il “siate stupidi” degli autobus, invece, sembrava davvero una sorta di promemoria esortativo, una presa d’atto in grado di essere sovvertita. Aprite gli occhi, insomma, poteva essere il suo significato. Invece no.
Il fatto di essere qui a scriverne (e voi a leggere) sancisce l’efficacia della campagna in sé. Questo è quel che la pubblicità deve ottenere e la Diesel ha ottenuto un risultato ottimo. Solo che sentire poi Renzo Rosso dirci che si tratta di un’esortazione, che secondo lui è meglio essere stupidi che intelligenti, mah. Siamo allo stesso livello del programma televisivo pomeridiano, del talk show, del reality. Quel “siate stupidi” è un invito a non smettere di esserlo, anzi. Deve diventare uno status. Sarà tutto un trionfo di magliette con quella scritta lì, la prossima estate, statene certi. Fine del sarcasmo, sparizione dell’ironia, trionfo della banalità o, peggio, sovvertimento, ancora una volta, dei significati delle parole: stupidità, secondo il proprietario della Diesel, è diventato sinonimo di creatività. Olè. Ormai i dizionari vengono quotidianamente scardinati, maciullati, dissacrati e alla fine buttati dalla finestra. Quindi, siate stupidi, dice Rosso, e potrete diventare come me. Lì, a suo avviso, nella stupidità, risiede il genio. Quanto stupido era Baudelaire? E Leopardi? Per non parlare di Bob Dylan o di Enrico Fermi. Italia, popolo di stupidi, navigatori e santi. Parola di Diesel.

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La par condicio del regime

Questo mio articolo è uscito lunedì 15 febbraio 2010 su il Venezia Epolis.

La personalizzazione di qualunque cosa, in quest’epoca è ormai un dato di fatto. Soprattutto in politica, ovviamente. I faccioni di protagonisti vari o la loro firma, campeggiano ovunque. Non importano più i contenuti, le proposte, le biografie. Conta l’apparire, il mostrarsi, e l’autoincensarsi. Comandano loro, dettano legge. L’altra sera, i titoli di coda del bellissimo sceneggiato su Franco Basaglia (lui sì figura immensa, uomo impeccabile) sono stati tagliati perché doveva al più presto apparire sugli schermi il faccione di Dell’Utri e del suo avvocato difensore Bruno Vespa, pronti a dare del pazzo (tu guarda le coincidenze televisive) a Massimo Ciancimino e tentare di screditarne le dichiarazioni fatte quel mattino al tribunale di Palermo. Primi piani stretti, enormi, come insegnò il Grande Fratello, quello di Orwell, non la robaccia che guardate ogni giorno su Canale 5. È questo il non tanto nuovo oppio del popolo italiano. Le overdose di faccioni, di primi piani sconcertanti di uomini che lo sono altrettanto. E a queste dosi massicce, lo spettatore risponde con la inevitabile dipendenza. Non ce la fai a staccarti. E scatta la persuasione. Quei faccioni parlano di tutto, sono interrogati su tutto. Soprattutto quel che non conta. Appaiono ovunque e comunque. Sempre. Come il candidato sindaco della destra a Venezia. Prima ha spiattellato il suo faccione su imbarcaderi, parcheggi, fermate d’autobus e bidoni delle immondizie. Poi, quel faccione ha iniziato a muoversi e a parlare (auto candidandosi al Nobel per l’economia, tanto per essere umile e discreto, dopo averci insegnato come si fa la pasta e fagioli). È la scuola del loro capo: apparire sempre e ovunque, spararla sempre più grossa che mai, fare i simpaticoni, raccontare barzellette, sorridere sempre, dire che loro sono l’amore e gli altri l’odio. E poi promettere, promettere, promettere. Ripetuto sempre tre volte, meccanismo per far diventare qualunque cosa uno slogan. Intanto, in questo modo, si dopano le campagne elettorali. Il martellamento mediatico è continuo e spietato. Quel candidato è ovunque, l’altro non si vede mai. Non resta che capire se e quanto questo smisurato e iniquo apparire sarà fruttuoso. Se e quanto i veneziani saranno alla fine vittime del consenso mediatico. Quello dei faccioni a tutto schermo.

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Bassezze

Ammirando l’orrore. Vi lascio immaginare i commenti.

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Calvino a Venezia

Questo articolo è uscito l’11 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

Credo di aver capito perché il Ponte dell’Accademia mi piace così com’è. Ho ritrovato il testo che segue in un file sperduto dentro un vecchio cd. Scritto più di vent’anni fa. “Il ponte ha una struttura di legno e ferro e centoquattro gradini in tutto, equamente suddivisi da una parte e dall’altra, anche se gli ultimi diciotto di una delle due parti girano di lato e si raddoppiano al suo opposto formando, ai piedi del ponte, due piccole rampe di accesso. La luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti. La mia andatura era lenta quanto può esserlo quella di uno un po’ pigro che passeggi per Venezia nel mese di agosto, a università chiusa ed esami ancora a una distanza di sicurezza. Io, che avevo vent’anni e volevo fare lo scrittore, mi sono accorto di quel tizio – anche se non l’avevo mai visto di persona prima d’ora – quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Venti metri circa. L’uomo indossava un completo di lino azzurro, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia e come non se ne vedono più in giro, anche se verso la metà degli anni ottanta poteva ancora capitare, specie addosso a un signore di sessant’anni. Le braccia dietro la schiena, saliva lento, la figura eretta.
Trenta gradini, venti metri circa. Questione di secondi. Secondi di cui mi sono impossessato completamente, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio. Era Italo Calvino. Dal taschino della camicia si intravedeva un astuccio per occhiali. Nero. I miei da sole, invece, mi permisero di mantenere fino alla fine lo sguardo nella sua direzione senza che lui se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto in fotografia e qualche volta in televisione: le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, come di chi sembra sempre da un’altra parte, ma non solo o, forse, non proprio così. Si trattò di pochi secondi in tutto. Soltanto quando ho svoltato a destra per entrare all’imbarcadero, ho alzato gli occhi verso il ponte, ma lui era sparito”.

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