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robertoferrucci.com
dic 7

Questo mio articolo è uscito sul Corriere Veneto del 7 novembre 2009.

Da tempo, nelle nostre città il rito dell’immondizia inteso come appuntamento preciso, come gesti abituali da ripetere quotidianamente sempre alla stessa ora, è andato perduto. L’avvento del cassonetto, raggiungibile a qualunque ora, ha spento la consuetudine. Resiste, per ovvi motivi, soltanto a Venezia, dove orari rigidi e irrevocabili scandiscono l’esposizione del sacchetto e la sua raccolta. Da anni e anni ormai è sparita quella frase ricorrente: vado a vuotare la pattumiera. Un compito che era spesso riservato al padre di famiglia, unica attività domestica innocua anche per l’imbranato maschio adulto. Un compito, poi, capace di offrire spunti narrativi. Come in un bellissimo racconto di Italo Calvino, intitolato La poubelle agrée (traduzione quasi impossibile, qualcosa tipo La pattumiera gradita, più o meno). Il racconto incomincia così: “Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia. L’operazione si divide in varie fasi: prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento nel recipiente più grande che sta nel garage, poi trasporto del detto recipiente sul marciapiede fuori della porta di casa, dove verrà raccolto dagli spazzini e vuotato a sua volta nel loro autocarro”. Ciò avveniva a Parigi, fine anni settanta, e il seguito del racconto è una riflessione del rapporto fra noi e la spazzatura. In Francia, così come in altri paesi d’Europa, le immondizie si mettono fuori casa la sera e vengono raccolte durante la notte. Ogni volta che un camion della nettezza urbana sveglia un mestrino di passaggio da quelle parti nel cuore del suo sonno – laddove non ci siano, come in tante altre città, automezzi elettrici – costui rimpiange le sane abitudini della sua città natale, dove i camion fanno vibrare le finestre – e le pareti, spesso – solo al mattino. Vero è però che l’abitudine che più dovrebbe essere incentivata è la raccolta differenziata, forse gli sforzi dovrebbero essere concentrati soprattutto lì. Invece, i mestrini stanno per essere sottoposti a un altro tipo di sperimentazione. Per motivi soprattutto economici, anche a Mestre le “scoasse” saranno prelevate durante la notte. Nel lungo elenco di motivi, nemmeno un cenno al sonno dei cittadini. E sospettando che Veritas non si munirà certo di automezzi elettrici, preparatevi, ché tanto, si sa, ci si abitua a tutto. E prendiamola come una fastidiosa punizione, per la differenziata che ancora facciamo così male.

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dic 2

Questo mio articolo è uscito il 18 novembre 2009 su il Venezia Epolis.

In viaggio verso una delle tante Venezia del Nord. In treno. Immaginatevi un treno italiano. Un regionale. Fatto? Ecco. Ora prendetene tutti i difetti che vi sono noti e cancellateli o, meglio, rovesciateli. Treno in orario. Climatizzazione perfetta, carrozze sonorizzate, quasi silenziose, e perciò il canto di due bambine dentro la carrozza è un suono soffuso, delicato. Il treno di un paese civile d’Europa insomma. Anche se l’Italia sembra non esserlo più, in Europa. Ogni guida ne annovera qualcuna di altre Venezia. In Provenza, Francia del sud, ce ne sono almeno tre. Noi ci siamo abituati. Qual è la città che non vorrebbe assomigliare a Venezia? Salvo poi, in questi giorni, essere derisi, qui in Belgio, per via di quello sciocco funerale che altrove è stato visto solo e giustamente per quel che è stato, una goliardata, una carnevalata fuori stagione. Ma del resto, è l’Italia, a far ridere prima e a preoccupare poi, quando ci vai, fuori dall’Italia. E Venezia, in questo caso è stata italianissima. La Venezia del nord, in questo caso è Bruges, la più Venezia di tutte, dicono, con i suoi canali, i ponti. Solo che ci ho messo un bel po’, prima di decidermi ad andarci. Ho sempre diffidato delle altre “Venezia”. Devi andarla a vedere, mi dicevano tutti, ogni volta che mi invitavano in Belgio per lavoro. Figurarsi cosa mi importava di una simil Venezia. Abito in quella autentica, io, pensavo, preso da un altrettanto sciocco senso di appartenenza. (A proposito, con la mia compagna siamo residenti in centro storico da qualche settimana, tanto per dirlo a quelli che ne hanno fatto il funerale, e a noi non pare proprio di vivere in un camposanto, anzi). Il treno, prima della Venezia del nord, ferma a Gent, che essendo spesso paragonata a Bruges, devo dedurne trattarsi di una specie di ulteriore Venezia, anche se un po’ meno. Il treno arriva in orario. Un’ora e quattro minuti da Bruxelles. In città, be’, nulla a che vedere con Venezia, pur essendo bellissima. E nel cuore di Bruges, la differenza più evidente è che non c’è nessun senso di bazaar diffuso come ormai è il cuore di Venezia. Senti subito che gli abitanti di Bruges, non hanno alcuna intenzione di venderla e basta, la propria città. Ma di offrirla allo sguardo altrui, come si dovrebbe sempre fare. Soprattutto a Venezia. Quella vera. La nostra.

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nov 27

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nov 24

Il mio intervento sarà una breve ma spero intensa orazione civile.

invito elettronico Lo stato delle cose

LO STATO DELLE COSE – numero speciale della Rivista Orale

24 novembre 2009, ore 20,45


Un’istantanea sullo stato delle cose del nostro paese. Anzi, meglio, una cartella che raccoglie immagini di periferie sterminate, suoni techno sparati da auto in corsa, frammenti incazzati di telefonate al cellulare, brani video di vite volgari e disperate, schegge di televisione vomitevole, ritagli di giornale che parlano dei soliti personaggi paranoici… e altre amenità del genere. Insomma, la malinconia di un triste degrado mascherato da risate isteriche e sguaiate.

Evidentemente si tratta di una disamina parziale e partigiana!

Evidentemente. Ma soprattutto non si tratta di una disamina, quanto piuttosto di un sentimento che accomuna molti di noi – probabilmente “cattivi italiani”, sicuramente “pessimi padani” – che viviamo in questo stato di cose, nella deriva di questo paese.


La redazione della Rivista

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nov 15

invitation

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nov 11

Questo mio articolo è uscito il 7 novembre 2009 sul Corriere del Veneto.

Da tempo, nelle nostre città il rito dell’immondizia inteso come appuntamento preciso, come gesti abituali da ripetere quotidianamente sempre alla stessa ora, è andato perduto. L’avvento del cassonetto, raggiungibile a qualunque ora, ha spento la consuetudine. Resiste, per ovvi motivi, soltanto a Venezia, dove orari rigidi e irrevocabili scandiscono l’esposizione del sacchetto e la sua raccolta. Da anni e anni ormai è sparita quella frase ricorrente: vado a vuotare la pattumiera. Un compito che era spesso riservato al padre di famiglia, unica attività domestica innocua anche per l’imbranato maschio adulto. Un compito, poi, capace di offrire spunti narrativi. Come in un bellissimo racconto di Italo Calvino, intitolato La poubelle agrée (traduzione quasi impossibile, qualcosa tipo La pattumiera gradita, più o meno). Il racconto incomincia così: “Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia. L’operazione si divide in varie fasi: prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento nel recipiente più grande che sta nel garage, poi trasporto del detto recipiente sul marciapiede fuori della porta di casa, dove verrà raccolto dagli spazzini e vuotato a sua volta nel loro autocarro”. Ciò avveniva a Parigi, fine anni settanta, e il seguito del racconto è una riflessione del rapporto fra noi e la spazzatura. In Francia, così come in altri paesi d’Europa, le immondizie si mettono fuori casa la sera e vengono raccolte durante la notte. Ogni volta che un camion della nettezza urbana sveglia un mestrino di passaggio da quelle parti nel cuore del suo sonno – laddove non ci siano, come in tante altre città, automezzi elettrici – costui rimpiange le sane abitudini della sua città natale, dove i camion fanno vibrare le finestre – e le pareti, spesso – solo al mattino. Vero è però che l’abitudine che più dovrebbe essere incentivata è la raccolta differenziata, forse gli sforzi dovrebbero essere concentrati soprattutto lì. Invece, i mestrini stanno per essere sottoposti a un altro tipo di sperimentazione. Per motivi soprattutto economici, anche a Mestre le “scoasse” saranno prelevate durante la notte. Nel lungo elenco di motivi, nemmeno un cenno al sonno dei cittadini. E sospettando che Veritas non si munirà certo di automezzi elettrici, preparatevi, ché tanto, si sa, ci si abitua a tutto. E prendiamola come una fastidiosa punizione, per la differenziata che ancora facciamo così male.

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nov 9

Questo mio articolo è uscito il ottobre 2009 sul Corriere del Veneto.

Una serie di incontri sulla letteratura veneta, organizzato all’Ateneo Veneto di Venezia e intitolato Pensare il futuro, narrare nel presente, mi ha spinto a delle riflessioni. Ho sempre pensato che l’avventura più affascinante per uno scrittore fosse quella di cercare di raccontare il proprio tempo. Fin da quando ero studente cercavo nei romanzi contemporanei una risposta a ciò che mi stava intorno. Soltanto quando ho incominciato a scrivere – presto – ho capito che uno scrittore non può e non deve dare risposte ma, piuttosto, provare a fare luce sulle cose da un punto di vista diverso, spostato da quella che è la percezione comune. Il fatto è che non è facile. Non lo è mai stato, ma oggi ancor di più. Non riusciamo a fermare quel frullatore dentro al quale finiscono le parole – intese come vocabolario – dove finiscono valori, idee, pensieri, speranze, sentimenti. Un frullatore dal quale esce una poltiglia indecifrabile, inestricabile. No, non è facile. Serve quasi un setaccio magico, per recuperare tutto quello che il frullatore, distruggendo, mescola insieme. Le parole, soprattutto. Ecco cosa deve fare lo scrittore, sottrarle a tutti i costi dalla poltiglia e riportarle al loro significato originario. Parole finite nel frullatore perché credute obsolete, o che, peggio, sono state svilite, frantumate, sostituite da altre che semplificano o che mistificano. Potrei fare una lista, allestire un nuovo abbecedario delle parole da salvare, da ritrovare. Ma preferisco soffermarmi sulle parole che hanno cancellato prima e sostituito poi quelle che noi dobbiamo recuperare. Quelle usate da Gentilini, per esempio. Qualche giorno fa è stato finalmente condannato, certo, per l’uso indecente del vocabolario nuovo tanto caro alla Lega. Ma sono anni che le pronuncia, quelle parole. I suoi proclami sono ormai incistati dentro gran parte delle menti e delle anime venete. Una condanna perciò inutile e tardiva, ormai. Ecco dunque quello che uno scrittore, oggi, e uno scrittore veneto in particolare, deve fare: ritrovare le parole perdute, necessarie come non mai per raccontare l’indicibile che, sempre più spesso, ci attornia. Un indicibile che mai avremmo immaginato potesse impossessarsi delle nostre menti, delle nostre anime. Ritrovare le parole perdute dei padri (Meneghello, Comisso, Parise, Rigoni Stern, Zanzotto), offrirle di nuovo a chi le ha smarrite o le crede inutili e, grazie a quelle parole, cercare di raccontare questo Veneto incarognito. E dal racconto, come accade in ogni narrazione, suggerire una possibile nuova via. Nient’affatto diversa da quella, appunto, dei nostri padri.

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ott 29

Questo mio articolo è uscito venerdì scorso sul Corriere del Veneto.

Venezia capitale della rete, intesa come web. L’Arsenale ha ospitato centinaia di navigatori che hanno disquisito di tutto ciò che si sa e non si sa riguardo a internet oggi. E c’erano anche un’infinità di blogger, additati da qualcuno come i nuovi maître à penser di questo terzo millennio. In parte è vero. Ci sono blogger capaci di condizionare la politica, di aggirare le censure, di organizzare rivoluzioni, di fare gossip come nessuna rivista mai. Tutto vero. Ma nessuno di questi blogger è italiano. La situazione, dalle nostre parti, è evidente. Il blog più famoso è quello di Beppe Grillo, non a caso già personaggio notissimo al di là del blog. Gli altri, alcuni bravissimi, vivono di una luce autoreferenziale, perché il blogger è letto dal blogger e, ovviamente, non è in grado di condizionare un bel niente. Forse è per questo, per provare a pensare di contare qualcosa, che si moltiplicano i Camp, momenti di ritrovo dei blogger, come capiterà, appunto, a Venezia. Il nostro paese, anche e soprattutto nell’ambito della rete, segna ritardi enormi. Che non sono solo tecnologici ma anche culturali. Prendete la politica. Barack Obama fino a pochi mesi prima dell’inizio delle primarie, era uno sconosciuto. È stata la rete, il suo sapiente utilizzo, a portarlo fuori dall’anonimato. E non ha più smesso. Anche oggi che è stato eletto presidente, non smette (lui e il suo staff) di intervenire su Twitter, su Facebook, a inviare ogni settimana una email agli iscritti alla mailing list del suo blog. E i politici italiani? Il blog di Flavio Zanonato, per dire di uno dei sindaci più attenti alla rete, uno che ti chiede l’amicizia su Facebook salvo togliertela non appena azzardi una critica, è fermo al 9 aprile 2009. Dopo la rielezione, non ha più sentito la necessità di aggiornarlo. Quello di Davide Zoggia, ex presidente della provincia di Venezia, ha un ultimo post datato 23 luglio 2009. Aggiornatissimi, va da sé, i blog di Bersani e Franceschini, anche se è evidente che non sono loro a gestirlo né, tantomeno, a scriverne. Questo vale anche per gli esponenti di spicco del centrodestra. Una che si dà da fare in rete è Debora Serracchiani, ma anche lei come tutti gli altri politici usa Twitter come se fosse un’agenda in pubblico: oggi vado di qua, domani di là, ho scritto questo e quest’altro sul mio blog. Poi vai sul suo blog, che è un sito vero e proprio, e scopri che è il più arzigogolato del mondo. Non ci si capisce niente, una struttura che solo un fisico quantistico, forse. Questo, in breve, lo stato delle cose nella rete italiana. Che altro non è, alla fine, se non lo specchio della sgangheratezza attuale di questo nostro paese.

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ott 23

Ateneo Veneto di Scienze Lettere e Arti

Martedì 27 ottobre, ore 17.30 – Sala Tommaseo
Corso di Letteratura Veneta 2009
Pensare il futuro. Narrare nel presente
In primo piano: Roberto Ferrucci, scrittore

Dopo la lezione introduttiva di Ricciarda Ricorda, il Corso di Letteratura Veneta 2009 entra nel vivo con il primo degli incontri previsti con gli autori del cosiddetto Nordest, chiamati in veste di relatori.
Roberto Ferrucci è attivo commentatore delle vicende quotidiane sia su giornali locali che su testate nazionali.
Attento a quanto succede a Venezia, sua città natale, e in tutto il Nordest, ha voluto però dedicare il suo ultimo romanzo ai fatti di Genova del G8 2001. Cosa cambia è appunto un reportage con l’uso deliberato della soggettiva, perchè per l’autore la scrittura è un momento di verifica del presente.

“Ho sempre pensato che l’avventura più affascinante per uno scrittore fosse quella di cercare di raccontare il proprio tempo. Fin da quando ero studente cercavo nei romanzi contemporanei una risposta a ciò che mi stava intorno. Soltanto quando ho incominciato a scrivere – presto – ho capito che uno scrittore non può e non deve dare risposte ma, piuttosto, provare a fare luce sulle cose da un punto di vista diverso, spostato da quella che è la percezione comune. Uno scrittore, oggi, e uno scrittore veneto in particolare, deve trovare le parole per raccontare l’indicibile che, sempre più spesso, ci attornia. Un indicibile che mai avremmo immaginato potesse impossessarsi delle nostre menti, delle nostre anime. Ritrovare le parole perdute dei padri (Meneghello, Comisso, Parise, Rigoni Stern, Zanzotto), riproporle a coloro che le hanno smarrite o che le credono obsolete e, grazie a quelle parole, cercare di raccontare questo Veneto incarognito. E dal racconto, come accade in ogni narrazione, suggerire una possibile nuova via. Nient’affatto diversa da quella, appunto, dei nostri padri”.

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ott 23

Questo mio articolo è uscito ieri, 22 ottobre 2009, su Il Manifesto.

Quella maglietta rossa se ne sta, credo, insieme alla blu e alla verde, dentro a uno scatolone nel magazzino dei miei. Scolorite, immagino, sia dagli anni che dai molteplici lavaggi. Comprate grazie all’accumulo di paghette settimanali e qualche raro bel voto a scuola, in piena adolescenza e, naturalmente, a quell’età, in piena emulazione. Mai avrei potuto pensare, quindicenne, che il mio primo romanzo si sarebbe intitolato “Terra rossa” (Transeuropa, 1993). Era il 1976, l’anno di Adriano Panatta. La maglietta verde e la blu trionfarono per un’intera estate, da maggio in poi, l’una sostituiva l’altra appena entrata in lavatrice. Erano le stesse magliette (solo qualche misura e tanta classe in meno) che Adriano Panatta indossò al Foro Italico e al Roland Garros di quell’anno, i due tornei che vinse uno dietro l’altro, i due più importanti in terra battuta. Con quelle magliette batté l’argentino Guillermo Vilas in finale al Foro Italico e lo statunitense Harold Solomon al Roland Garros (dopo aver battuto anche il campione in carica ai quarti, un certo Bjorn Borg). Vittorie che lo portarono al numero 4 della classifica ATP e a diventare l’idolo di milioni di ragazzini. Per conoscere precisamente i colori di quelle magliette, fu necessario aspettare l’uscita della rivista Match-Ball, con le foto a colori, oppure le copertine dell’Albo dell’Intrepido o del CorrierBoy, variante adolescenziale del Corriere dei Piccoli. In tv, le partite erano in bianco e nero, e le magliette di Panatta, gamme differenti di un perpetuo grigio. Ciononostante è a colori il ricordo della tensione provata e vissuta minuto per minuto nell’assistere a quelle lunghissime sfide nella piccola televisione in bianco e nero di casa. Nel corso di quell’estate, molti cortili della penisola si trasformarono in improbabili campi di tennis, circondati da appartamenti con fragilissime finestre che in quantità industriali andarono in frantumi, vittime di maldestre volées e di sgangherati smash. Per non parlare di chi tentava di imitare il servizio di Adriano Panatta, con quei due leggeri su e giù delle braccia prima del movimento finale o, peggio ancora per l’incolumità di gomiti e ginocchia, le sue volée in tuffo, entrate di diritto nella leggenda del tennis. Risultato, vetri infranti e automobili prese a pallate. Ma, lo avrete notato anche voi, gli adulti di un tempo erano molto più tolleranti e comprensivi di quelli di oggi. La maglietta rossa invece fu sfoggiata per l’intera primavera estate successiva alla vittoria della Coppa Davis contro il Cile nel dicembre del 1976, quando, grazie alla pubblicazione di qualche foto finalmente a colori della vittoria a Santiago, fu chiaro che Adriano Panatta aveva scelto quel colore da indossare nella finale. Finale peraltro invisibile, trasmessa solo alla radio, ascoltata la sera tardi, per via del fuso orario, per rendersi poi conto che non c’è nulla di più assurdo che una radiocronaca di tennis. Fino a qualche giorno fa pensavo che la scelta di quel colore fosse stata fatta dallo sponsor, per alimentare le vendite, visto che le verdi e le blu erano ormai andate a ruba fra i ragazzini appassionati di tennis. Serviva qualcosa di nuovo e perciò via col rosso. Inoltre la finale si giocò pochi giorni prima di Natale. Ben più nobile e gradita è ora la vera storia di quella maglietta, confidata da Andriano Panatta a Mimmo Calopresti, il regista di “La maglietta rossa”, documentario che verrà proiettato oggi al Festival di Roma. Peccato non averlo saputo prima, quando, in quegli anni, fatti di impegno, di manifestazioni, di assemblee, era così difficile per un adolescente far collimare la passione per il tennis, sport ritenuto borghese, a quella per la politica. Ah, quanto sarebbe stato facile, allora, liquidare chi ti criticava, chi ti dava dell’incoerente, raccontando la storia della maglietta rossa sbattuta in faccia al dittatore Pinochet. Forse, però, ha ragione Adriano Panatta. Fa bene, lui, ad aver scelto di raccontarcela solo oggi, quella storia. Perché la storia della maglietta rossa, nell’Italia incarognita e disgustosa che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, è una piccola ma importantissima lezione di storia da dedicare ai mistificatori e ai revisionisti. Quella maglietta rossa, oggi lo sappiamo, ha dato fastidio ai dittatori cileni più di cento cortei e di slogan. E oggi, al pari forse dei calzini turchese del giudice Mesiano, dovrebbe essere indossata ogni volta che l’arroganza e l’ignoranza di un potere ottuso liquida come comunista chiunque osi criticare, controbattere, replicare, accusare. Perché il colore di quella maglietta, oggi come allora, ha un significato, un valore e una forza che nessuno può cancellare. Nemmeno con una volée in tuffo.

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ott 23

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ott 22

Questo mio articolo è uscito sabato 17 ottobre 2009 sul Corriere del Veneto.

Ogni scrittore ha dei luoghi prediletti dove scrivere. C’è chi si rinchiude sempre nella solita stanza, isolato, magari al buio, solo la lampada necessaria a mettere in luce il foglio, o la tastiera del computer. C’è chi, portatile sulle ginocchia, saltabecca da una stanza all’altra, scrivania, poltrona, divano, letto. Ci sono poi quelli che ancora tengono viva quella vecchia tradizione del caffè (inteso come bar), anche se oggi, di caffè cosiddetti letterari non ce n’è proprio. Io appartengo a quest’ultima categoria. Non solo. A me piace scrivere in treno. Là dentro, da sempre, è la cosa più naturale – oltre a leggere – che mi viene di fare. Dev’essere per via di trovarmi in quel tempo fratto, in quel frattempo da un luogo all’altro, in quell’altrove coercitivo fatto di immobilità in movimento. Salgo, mi siedo, cuffiette e portatile, o quaderno, o fogli, e incomincio. In questo modo, in questo isolamento ulteriore, come se non bastasse l’essere costretto dentro a quattro lamiere sfreccianti lungo una via obbligata, ne risente del tutto la socialità, ma – si sa – non si può avere tutto. Ovvio che l’ideale siano gli eurostar, i più comodi, tavolino e, a volte, addirittura la corrente elettrica. Poi magari l’aria condizionata non funziona d’estate, o il riscaldamento d’inverno. (Del tutto inutile, a questo proposito, dire che questa mia attività incontri la sua apoteosi in qualunque altro treno straniero, siano essi francesi, sloveni, belgi, svizzeri, tedeschi, inglesi treni che sembrano appartenere ad altre galassie rispetto ai nostri sgangherati convogli, e parlo di tutti i treni, mica solo dei TGV). Un po’ meno agevole, qui in Italia, è scrivere nei regionali, con quei sedili tendenti al basso, e il portatile sulle ginocchia che scivola giù. Ma, negli anni, gli accorgimenti necessari ho saputo trovarli. Per questo, quando i miei spostamenti non coincidono con appuntamenti ferrei, gli immancabili ritardi delle Ferrovie dello Stato sono una gradevole opportunità di lavoro ulteriore (sto scrivendo questo articolo su un eurostar diretto a Venezia, che porta con sé un ritardo di quindici minuti). Ma questo vale solo per me. Chi invece vede quotidianamente i propri tempi messi a soqquadro dagli instabili orari dei nostri treni, ha tutto il diritto di ribellarsi. Bene perciò ha fatto quel neo laureato in Urbanistica a fare causa alle FS. Non solo. Ha aperto la strada a una soluzione inattesa di questa crisi: i pendolari avranno modo di arrotondare stipendi o trovare un risarcimento a eventuali lavori perduti per via di ritardi, o per le giornate rovinate da viaggi fatti in condizioni disumane. In questo modo gli immancabili ritardi delle FS torneranno a essere utili non soltanto a uno stravagante scrittore, ma a tutti. Spero solo che le FS non si sognino di voler rivendicare parte delle misere royalties dei miei romanzi. Sai che beffa.

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ott 18

Questo articolo di Riccardo Bottazzo è uscito ieri sul quotidiano Terra.

Il Veneto che dobbiamo costruire. Gli scrittori e un futuro diverso
Intervista a Bettin Carlotto Ervas Ferrucci Voce

di Riccardo Bottazzo

Venezia. A Forte Marghera, nella prima giornata dell’incontro promosso dalle associazioni e dai comitati di difesa del territorio, le voci di Carlotto, Bettin, Ferrucci, Voce ed Elvas come contributo a immaginare una regione diversa.
E’ tutta una questione di mestiere. Gli scrittori, ci spiega Amos Oz, possiedono l’innata capacità di immedesimarsi nelle teste degli altri e immaginare possibili futuri. Ecco perché ieri sera a Forte Marghera, sul palcoscenico del “Veneto che vogliamo”, sono saliti proprio gli scrittori col compito di tracciare i contorni di un Veneto auspicabile e futuribile. Alternativo a quello dipinto dalla maggioranza dei media in cui la xenofobia fa da contraltare a quel «progresso scorsoio», per dirla con Andrea Zanzotto, che ha devastato anime e ambienti. La serata che nel tema ha ripreso il titolo del libro “Il Veneto che amiamo” (edizioni Dell’Asino, curato, tra gli altri, anche da Gianfranco Bettin) ha concluso la prima giornata del festival promosso dai comitati autogestiti del Veneto: una “due giorni” di incontri, dibattiti, proiezioni, spettacoli, gruppi di lavoro e assemblee per immaginare un territorio radicalmente diverso da quello imposto del pensiero dominante.

Un pensiero che, a quanto ha affermato Roberto Ferrucci, oggi sembra averla vinta su tutti fronti: «Raggiungere gli altri con la forza del ragionamento sembra sempre più difficile. Le opinioni le fa la tv. Io abito e Venezia e ogni anno la Lega fa la sua manifestazione proprio davanti a casa mia. E ogni anno io mi faccio del male girando in mezzo a quella folla incarognita. Eppure sono questi messaggi di schifo e di squallore che oggi si radicano». Il ruolo dell’intellettuale ieri era quello di indicare una possibile via da seguire. Oggi, spiega Ferrucci, poeti come Andrea Zanzotto «vengono ridicolizzati pubblicamente da politici analfabeti che si vantano della loro ignoranza e che vedono nella cultura un nemico da combattere ».

Non ci resta che piangere? «è vero che c’è poco da stare allegri – commenta Fulvio Ervas -. Tra “Veneto alla Lega” (così titolavano i giornali locali ieri riferendosi alle prossime elezioni regionali) e grandi progetti devastanti come Veneto City, aspettiamoci una forte accelerazione nella direzione dello sviluppo insostenibile». Ervas si augura che, assieme alle politiche cementificatrici, accelerino anche quelle realtà legate all’altroconsumo e alla decrescita.

«E cresceranno anche le proteste contro queste ultime gocce di cemento. I movimenti non si possono soffocare tanto facilmente e ne nasceranno scintille. Saranno le reti come quella che si sta formando a Marghera e i cambiamenti personali in direzione di un consumo critico che supereranno una politica asservita alle ragioni del cemento e che ha come unica religione la velocità». Si corre, si corre sino al primo muro, scherza Lello Voce. «Sono arrivato in Veneto trent’anni fa come un albanese arriva oggi in Italia. Sognavo il mondo di Meneghello e negli occhi avevo le vedute di Antonello da Messina. Ci ho trovato una spianata di supermercati, per citare sempre Zanzotto, e sui muri la scritta “Forza Vesuvio”. è stata dura». Il vuoto del paesaggio è stato riempito dalla xenofobia razzista.

«Eppure è la sinistra a farli forti. Ci siamo fatti scippare temi che sono nostri. Pensiamo al dialetto. Perché deve essere la destra a difenderlo? E’ sempre stata una tradizionale battaglia della sinistra». Il Veneto che vogliamo e quello che non vogliamo. «Io ho sempre raccontato il Veneto che non voglio – spiega Massimo Carlotto -. Adesso forse è venuto il momento di raccontare il Veneto che dobbiamo costruire. Pulito, sia nella morale che nell’ambiente. La scrittura deve aiutare a recuperare un senso di partecipazione. Dare voce a chi non ce l’ha, andare in controtendenza rispetto alla cultura, terrificante, che vince oggi».

«Un Veneto che stride crudamente con quello oggi prevalente – conclude Gianfranco Bettin – Tanto più che la nostra regione non è così perché è stata colonizzata da invasori e da potenze straniere. Quello che abbiamo davanti agli occhi è la degenerazione di un modello, il frutto di pulsioni e visioni prettamente indigene. Comprendere queste voci, trasformarle in energie culturali e politiche, dando spessore e profondità alle nostre ragioni, sono passi fondamentali per vincere questa battaglia per un futuro diverso. Battaglia che è tutt’ora in corso e niente affatto perduta».

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ott 10

Non hanno altra risposta che darci degli imbecilli. Come dargli torto…

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ott 7

Dal Corriere del Veneto di domenica 4 ottobre 2009.

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ott 3

Questo mio articolo è uscito il 25 settembre sul Corriere del Veneto.

Mi sono sempre chiesto quale gusto ci sia a litigare coi vicini di casa. Sono talmente tante le cose che non vanno in giro per il mondo che vedere gente sprecare energie per una pianta in più sul pianerottolo, una bicicletta nel sottoscala o una macchina temporaneamente parcheggiata davanti a un garage, vedere ciò mi ha sempre lasciato stupito. Certo, poi ci sono casi estremi, ma sono – appunto – estremi, e perciò delle eccezioni. Eppure le liti fra vicini di casa esistono e continueranno a esistere su scala industriale, come se le avessimo scolpite nel dna. La gente sembra portarle con sé a ogni trasloco, dentro a uno scatolone speciale, l’unico che non ci si dimentica mai in giro. E quando non si tratta di traslochi, ci sono liti che durano vite intere, che fanno parte del paesaggio umano di un condominio, o di un qualunque paesino. Spesso, detto da un punto di vista professionale, sono materiale narrativo formidabile. Ci sono storie talmente assurde che solo quando poi finiscono in un romanzo o in un racconto assumono, paradossalmente, una loro credibilità. Senti parlare in giro e sembra proprio non esistano soluzioni possibili a questo elemento apparentemente irrinunciabile della nostra quotidianità. E invece no. Da dieci anni esiste in Francia (ripresa poi, negli anni, da altri sedici paesi europei, Italia, ovviamente, esclusa) la Fête des Voisins, la festa dei vicini di casa. C’è un giorno specifico, in maggio, ma poi ogni condominio può scegliere di fare come gli pare. È un’idea semplice, banale, che però dalle nostre parti sembra impensabile anche se qualche città – o quartiere di città – ha provato a istituirla, Torino e Bari, per esempio.
Ho partecipato più volte, in Francia, alla Fête des Voisins. All’inizio, lo ammetto, l’avevo trattata con sufficienza, poi però, mi sono reso conto dell’importanza di un tale semplice appuntamento. Vicini che non si erano mai visti prima fra loro, o che magari si erano lasciati bigliettini furibondi sul parabrezza dell’auto, gente che si ignorava o, peggio, non si sopportava, li ho visti bere insieme un bicchiere di vino, mangiare le reciproche pietanze preparate per l’occasione, le ho viste, insomma, fraternizzare nel modo più naturale possibile. Da italiano del tutto disabituato a questa cosa, guardavo questi pic nic nel cortile di casa (o sul terrazzo, sul marciapiede) come la soluzione più formidabile alla convivenza in un condominio, un quartiere, un paese, una città. Beghe sciocche risolte anziché dall’amministratore o dall’avvocato, da una sana bottiglia di Muscadet. O dal Kebab della fiamiglia di origine araba. E visto che da noi Cabernet o Tocai non mancano, e il Kebab nemmeno, perché non istituirla pure qui, la festa dei vicini di casa?

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set 26

È uscito il nuovo romanzo di Jean-Philippe Toussaint, La Verité sur Marie, (Minuit). Ecco l’intervista pubblicata su Les Inrockuptibles.

L’intervista

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set 24

Questo mio articolo è uscito sabato 19 settembre 2009 sul Corriere del Veneto.

Si sono sempre presentati come qualcosa di nuovo, un partito di rottura col passato, con la Prima Repubblica, uno dei loro primi slogan era “Roma ladrona”. Si battono da anni per il federalismo e, a periodi alterni, pure per la secessione del nord (Marche comprese) dal resto del paese. Guai a chiamarli xenofobi, come puntualmente fanno tutti i giornali stranieri, progressisti o conservatori che siano. Loro non sono xenofobi, vogliono solo essere padroni a casa propria, e combattono – dicono – l’islamizzazione del paese. Guai a dirgli che sono sinonimi di xenofobia, questi atteggiamenti. Del resto, il vocabolario italiano non gli appartiene (come il tricolore), sono per la salvaguardia e l’insegnamento del dialetto, loro. Questa è, in sintesi, la Lega. Che, a parole, ha sempre voluto differenziarsi dagli altri partiti, salvo poi allearsi col più potente di tutti, altrettanto populista. Un alleato che ha consentito ai leghisti di entrare nella stanza dei bottoni, quella del potere. Da lí, dicevano, avrebbero ottenuto più in fretta i cambiamenti per cui si battevano. In parte, purtroppo, li hanno ottenuti (il pacchetto sicurezza, le ronde). Ma hanno subito attinto, anche, dalle peggiori consuetudini di quei partiti che tanto odiano. Ha incominciato a luglio la neoletta sindaco di Asolo, di mestiere avvocato, che ha visto bene di raddoppiarsi subito lo stipendio, imitata al volo dalla presidente della provincia di Venezia. Entrambe portabandiera della Lega. Chissà cosa ne penseranno i militanti, quelli a cui ancora dà piuttosto fastidio l’alleanza di governo. Ciliegina sulla torta, il figlio del Capo (sono loro stessi a chiamare Bossi in questo modo). Bocciato tre volte alla maturità, l’erede designato ha ottenuto alcune consulenze, fra cui per l’Expo di Milano, per uno stiendio mensile che, si dice, ammonti quasi all’equivalente annuale di un operaio. Insomma, ammesso e non concesso che la Lega non sia xenofoba, che si batta davvero per un federalismo serio, che le camicie verdi siano una goliardata (ma cosa dire di ciò che è successo domenica in un ristorante di Venezia?), ammesso e non concesso tutto questo, cosa pensa il leghista militante di questi picchi di avidità da parte dei loro dirigenti? Come giustificare questa ingordigia di potere per nulla dissimile da quella di certi partiti da loro sempre messi all’indice? La giustificheranno o inizieranno a pensare che, forse, qualcuno li sta prendendo in giro?

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set 17

Questo mio articolo è uscito martedì scorso sul manifesto.

Sono tornati, come ogni anno. Riva dei Sette Martiri e l’adiacente via Garibaldi (una toponomastica che la dice lunga sull’identità veneziana) invasi dal popolo xenofobo della Lega (loro dicono in ottantamila. la questura trentamila, ma se vi fidate di uno che questi luoghi li conosce bene, non arrivavano a diecimila, a meno che la stragrande maggioranza non fosse in gita in giro per la città e non nel luogo convenuto). Sono arrivati urlando “padania libera” (minuscola, la p, scrivo io, da sempre, dato che la padania non esiste), perché il federalismo non gli basta più. Razzisti più che mai, arroganti più che mai, volgari più che mai e adesso pure violenti, perché a qualche centinaio di metri da lì, in Calle degli Specchieri, in un locale gestito da una famiglia egiziana, un cameriere veniva bastonato a sangue perché “sporco albanese” da otto razzisti con la camicia verde della Lega che, non contenti, devastavano poi il locale. Ovviamente il capogruppo in comune, Mazzonetto, ci metteva un nanosecondo a dire che si trattava di infiltrati, mentre là, dal palco, i proclami contro chi “non è dei nostri” erano l’unico tema vero di cui si parlava, ripetuto da tutti e con toni inequivocabili. Non solo: farneticazioni terribili contro “l’islamizzazione delle nostre terre”, e allora ecco il ministro Zaia (che molti qui vorrebbero candidato a governare il Veneto, altri invece preferirebbero il sindaco di Verona Tosi), eccolo proclamare che il crocifisso deve stare in ogni classe, nei municipi, perché la Lega porta avanti i valori cristiani, sottolinea, certo, non fosse che la bestemmia ricorrente pare essere l’unica maniera di comunicazione del popolo padano, pronunciata però in perfetto dialetto veneto e lombardo, ché nelle scuole quello bisogna insegnare, dicono dal palco. Il dialetto, non la bestemmia. Vengono i brividi a sentirli parlare. E anche a leggere i giornali locali, dove c’è il ritratto del Veneto di oggi, che mette in prima pagina il raduno leghista e, di spalla, la sua diretta conseguenza: un operaio di Portogruaro vittima di un incidente sul lavoro, in cura al Centro Ustionati di Padova, aggredisce l’infermiera congolese che lo sta medicando perché è “negra”. Il solerte giornalista, dopo aver definito folle e indecente il gesto, sente poi il dovere di chiosare che l’infermiera è “tra l’altro molto valida”. Tra l’altro cosa? In altra pagina, il presidente della Provincia di Treviso, leghista, bolla come sanguisughe i lavoratori del sud residenti dalle nostre parti. Eccolo il Veneto di oggi. E qui, su questo palco, da questa “festa dei popoli padani”, partono gli slogan che poi faranno proseliti, che intaccheranno nel profondo gli animi dei veneti. Sono i presidenti delle province a essere i più agguerriti. Francesca Zaccariotto, presidente della provincia di Venezia, nonché sindaco di Sandonà, una che appena insediata ha visto bene di aumentare lo stipendio a se stessa e ai suoi assessori, dice che “per la prima volta ho fatto questo tratto di strada con sicurezza, perché c’eravate voi e non gli extracomunitari abusivi”, contro i quali proprio lei ha mandato la polizia provinciale e chiesto – e ottenuto – l’intervento dell’esercito. Chiude raccontando come ha fatto a conquistare Ca’ Corner. Narra in modo maldestro una sorta di fiaba di Calimero, dove la provincia era solo sporca del rosso dei comunisti e andava ripulita di verde.
Al bar arriva Miss Camicia Verde 2009 (così recita la fascia trasversale che indossa) e le camicie verdi si mettono in coda per farsi fotografare. È mulatta, guarda caso. Scelta per dimostrare che “noi non siamo razzisti”, ma svelando invece un doppio razzismo. Se l’extracomunitaria è giovane e bella , allora evviva. È il velinismo leghista, questo, se possibile ancora più becero di quello di Papi. Dal palco, nel frattempo, una voce si lamenta dei clandestini: “Dicono che noi siamo cattivi. Ma noi siamo riusciti a respingerli e pochi sono finiti in fondo al mare”. Dice proprio così, finiti in fondo al mare, come se si trattasse di scatole. No, non sono cattivi, loro. Di fronte al palco, come ogni anno, la signora Lucia Massarotto ha appeso alla sua finestra il tricolore. A metà mattina, cercano di oscurarlo con uno striscione della Lega di Gallarate, con su scritto un nient’affatto xenofobo “no alla moschea”. Ce ne sono altri, però, di tricolori, più indietro, ad accogliere il popolo padano, lungo Riva degli Schiavoni, militanti di un partito del governo italiano con addosso magliette con su scritto “padania is not Italy”. Che ne penserà Fini? È lui infatti un altro dei bersagli di oggi. Lui che “osa parlare di diritti agli immigrati”.
Arriva Bossi, il capo, il grande capo, come lo chiamano loro, a dimostrazione di come la Lega sia lontana dall’essere un partito dalla struttura democratica. Dicono ci sia stato un boato ad accoglierlo. Ma così come i trentamila, io il boato non lo sento. Ma sono di parte, potrebbero dire. Non di questa, di sicuro. Ma, da dove mi trovo, non sento nemmeno la flebile voce del capo. Mi avvicino al palco. Sta per dare la parola a quello che è e resterà per sempre il suo delfino o, se volete, il suo braccio armato (vedi ronde e tutto il resto). Nel farlo ci tiene a sottolineare che “Maroni l’ho allevato io”. E racconta di quando da giovani andavano a imbrattare i muri dei loro slogan, già allora colmi d’odio. Dopo l’amarcord, il ministro degli interni italiano esordisce urlando: “Padania libera!”. Sì, è proprio questo il vero messaggio politico di oggi. Alla Lega non basta più il federalismo. Ora vuole la secessione, e la vuole sul serio, “con le buone o con le cattive”, dirà Bossi, che tanto – parole testuali – “nemmeno la galera ci fa più paura”. Sono i loro slogan, a far paura. E Venezia dovrà respingerli con forza, nei prossimi mesi, per non ritrovarli padroni del municipio. Per non lasciare che Riva dei Sette Martiri si trasformi in una delirante Riva dei popoli padani.

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ago 30

Questo sms è uscito oggi sulla prima del Corriere del Veneto.

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