www.net1news.org - Informazione Libera
Venezia 65 | robertoferrucci.com
Category: Venezia 65

Venezia 65, si chiude

Share on Facebook

Venezia 65, pause

Tra un film e l’altro.

Share on Facebook

Venezia 65, un bel film

Gli sguardi di Anne Hathaway, in questo bellissimo film di Jonathan Demme.

Share on Facebook

Venezia 65, fanatismo

In attesa fin dal mattino per un ipotetico autografo, la sera. Passione o fanatismo?

Share on Facebook

Venezia 65, secondo sms

Dalla prima pagina del Corriere del Veneto di oggi.

Share on Facebook

Venezia 65, primo sms

Dalla prima pagina del Corriere del Veneto di oggi.

Share on Facebook

Venezia 65, code

Lunga coda per i corti.

Share on Facebook

Venezia 65, pausa

Tra un film e l’altro.

Share on Facebook

Venezia 65, culturali e tendoni

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di oggi.

Arrivi, l’autobus si ferma e le porte si spalancano davanti a una parete bianca. Poi scendi e quasi ci sbatti addosso, al tendone di tela di plastica. Lo aggiri, e dietro ce n’è un altro, poi un altro e un altro ancora. Bianchi uguali, da sagra paesana, fatti di quella plastica che porta con sé, quando li ammiri, tutta la precarietà del mondo. Sì, il contorno di questa Mostra del Cinema numero 65 è tutto così, un continuo saliscendi di plastica bianca. Provvisorio e un po’ triste. Tendoni e gazebi che – in mezzo a qualcuno coerente, tipo Libreria del Cinema o lo stand della Fandango – spiccano per la loro incongruenza. Su tutti, il desolato gazebo di Cesare Ragazzi, che non attira nemmeno il più calvo dei cinefili presenti alla Mostra. Che c’entrino nessuno lo sa, ma che ti facciano sentire come se fossi alla sagra della tegolina, quella è cosa certa. Peccato, perché basterebbe così poco. Non serve essere un esperto architetto per sapere che al posto dei posticci tendoni potrebbero tranquillamente essere utilizzate delle altrettanto posticce e altrettanto economiche strutture, più consone a un festival che ancora si vanta di essere il più prestigioso, se non importante, al mondo. O, quanto meno, provare a usare un materiale diverso da quella plasticona bianca. Fai un giro su te stesso, ti prende lo sconforto, ma poi vale però la pena avere fiducia nel da poco insediato presidente Baratta, per sperare che, grazie al suo stile, alla sua sobrietà, il colpo d’occhio, dall’anno prossimo, diventi più accettabile. Sobrio, non pomposo. Poi, però, il paesaggio desolato del Lido di questi giorni è perfettamente coerente all’atmosfera complessiva. Non era mai successo di assistere a una Mostra senza nessun sovraffollamento di sala, nessuna proiezione ripetuta. C’è molta meno gente al Lido. Ed è evidente chi manca o, meglio, chi alla fine è stato escluso del tutto. I cinefili veri, gli appassionati, gli studenti di cinema, quelli che una volta si chiamavano “culturali” per via del nome delle loro tessere. Espulsi non per decreto, ma per manifesta impossibilità, da parte loro, di poter sopravvivere in mezzo a un trionfo di tessere Press Industry, Daily Press e così via. Impossibilità di poter trovare un buco che per dieci giorni non gli costi come le tasse d’iscrizione all’università. Ecco, sono loro a essere spariti del tutto quest’anno. Per almeno un quinquennio hanno provato a resistere, a tenere duro. Una manciata ancora si aggira, come dei panda, nei dintorni del Palabiennale. Senza di loro è stato escluso il futuro del cinema, il futuro per il cinema. E anche questa, per il presidente Baratta, è una questione di colpo d’occhio, come i tendoni. Chissà non ce la faccia, grazie alla sua abilità, alla sua sobrietà, a riportare il panorama della Mostra a ciò che era un bel po’ di tempo fa, senza tendoni e con tanti ragazzi che si cibavano di cinema, per diventare poi, molti di loro, il nuovo cinema italiano. Compito non facile ma, credo, doveroso, necessario.

Share on Facebook

Venezia 65, un film obbligatorio

Questo articolo è uscito sabato su Il Venezia Epolis.

È incominciata la Mostra del Cinema, posa di prime pietre (fuori zona e del tutto simboliche, per ora), glamour più o meno esasperato e film. Uno in particolare, in questi primi giorni ha lasciato il segno. Un film ambientato a Bucarest, che si intitola Parada, diretto da Marco Pontecorvo. Lo vedi, esci dalla sala, e ti viene voglia di chiamare tutta la gente che conosci per dirgli di correre a vederlo. Non solo. È un film che tutti dovrebbero vedere. Dovrebbe essere programmato in tv, a reti unificate, in modo che tutti possano – debbano – vederlo. E poi mostrarlo nelle scuole. Perché è un film che ti apre gli occhi, oltre che il cuore. Vedi un film così, che racconta dei ragazzini di Bucarest, che vivono nelle fogne e sniffano vernice per stordirsi e riuscire così a sopravvivere allo schifo della loro esistenza, lo vedi e il linguaggio demagogico a cui ci siamo ormai abituati forse potrebbe crollare del tutto. Forse, guarderemmo i rumeni in modo diverso. Forse non sarebbero più un’entità astratta e, al contempo, colpevole di tutti i crimini. Forse, tornerebbero, finalmente, a essere persone in carne e ossa dalle esistenze terribili, in cerca solo di qualcosa di meglio. Poi però, se dalle fogne di Bucarest, gli si concede nulla più che le discariche di Roma, allora poi la disperazione diventa sì invincibile. Definitiva. Un film che racconta la vicenda vera di un gruppo di assistenti sociali (italiani, rumeni, francesi) che cercano in tutti i modi di tirar fuori da là sotto quei bambini. E alla fine ci riescono, mettendo insieme una compagnia circense che ancora oggi gira il mondo. Un’associazione che ha fatto venir fuori da là sotto più di un migliaio di bambini. Un film che mostra nel modo più commovente e lacerante possibile il ruolo che hanno educatori e assistenti, veri e propri angeli che lavorano nell’ombra, funzionari che, oggi, sono sviliti nel loro ruolo dalle dichiarazioni, di nuovo demagogiche, di un ministro – veneziano – che ha deciso che nel pubblico impiego sta gran parte del marcio di questo paese. Un film bellissimo, educativo, commovente, capace di riscattare un popolo, un ruolo sociale e dei valori irrinunciabili ma che abbiamo smarrito. Capace di toccare le corde più profonde di un’epoca e di questo nostro sgangherato paese.

Share on Facebook

Venezia 65, fine partita

E a fine partita, 3-0 per il Venezia, i figli di Paolo Poggi raggiungono papà, autore del primo gol, in campo.



Share on Facebook

Venezia 65, tendoni

Tendoni, che visti dall’alto, fanno da contorno al mare. O da contrasto?

Share on Facebook

Venezia 65, Wim Wenders

È il presidente della giuria, e questa è la notizia di attualità, oltre al motivo per cui è qui al Lido. Ma Wim Wenders, per molti dei presenti al festival, è un punto di riferimento assoluto. Perché anche se i suoi ultimi film sono deboli, da metà anni settanta in poi sono tanti i suoi film fondamentali: Nel corso del tempo; Alice nelle città; Lo stato delle cose; Paris, Texas; Il cielo sopra Berlino. Per questo, a me, fa ancora un certo effetto, incrociarlo di persona.

Share on Facebook

Venezia 65, sala stampa

Sfida di MacBook, fotografati da un iPhone, in sala stampa al Lido. Dopo una insistita richiesta, gli anni scorsi, di sedie o simili per chi aveva con sé il proprio computer, ecco che finalmente ora è tutto un trionfo di divani e poltrone color arancio, e nero, e grigio. So che può sembrare una notiziola superflua, ma provate voi a scrivere seduti per terra undici giorni consecutivi (gli altri: io le mie sale stampa me le invento altrove…).

Share on Facebook

Venezia 65, sera

Di ritorno dal cinema. Sì, è un po’ sbilenca, ma il vaporetto era affollato, perciò ho alzato il braccio e fatto clic senza guardare.

Share on Facebook

Venezia 65, Jo Squillo

C’è Jo Squillo a Venezia. L’ho fotografata qui, poi, in gelateria, ha chiesto se avevano del gelato alla soia o comunque senza latte. Lei è uscita a mani vuote, io con una coppetta liquirizia e stracciatella. Qualcuno se la ricorda, Jo Squillo? Cantava “Violentami violentami piccolo”. Era il punk fine anni settanta italiano, lei giovanissima, capelli tinti di blu e di nero. Ora si occupa di alta moda, ma era anche lei a Genova, nel 2001, a protestare. Mi domando se è giusto dirle che un paio di pagine di Cosa cambia riguardano lei. Boh.

Share on Facebook

Venezia 65, la prima pietra

Pare sia stata posata la prima pietra del nuovo palazzo del cinema. Per lasciare qualcosa di importante, ha detto il ministro Bondi, alle generazioni future. Che hanno in effetti mille motivi per ringraziarlo, Bondi. Per il lavoro precario, per aver cancellato la ricerca, distrutto l’università…

Share on Facebook

Venezia 65, l’inizio

E ricomincia come al solito, la Mostra del Cinema, col glamour. Coi fotografi e i cameramen come veri protagonisti. Se guardi tutto da dietro, infatti, ti rendi conto che sono George Clooney e Brad Pitt a essere il contorno. Senza fotografi e cameramen, i due sarebbero semplici spettatori di se stessi, altro che star. E il resto, qua attorno, sono i soliti tendoni posticci, plasticona bianca da sagra paesana in crisi di finanziamenti dalla pro loco. Peccato. Ogni anno un’occasione mancata e basterebbe solo un po’ di buon gusto, mica tanto. Però una certa sobrietà, la stessa che contraddistingue il presidente della Biennale, Paolo Baratta, la si nota in giro. Soprattutto, sono spariti (quasi) del tutto, i ridicoli metal detector da aeroporto.

Share on Facebook