25 aprile

Questa foto, scattata a pochi passi da casa mia il 29 aprile 1945, mi piace guardarla come se fosse il ritratto dei genitori della nostra Libertà. Quella stessa libertà che oggi guardiamo con indifferenza, quando va bene. Che è considerata come il male, quando va peggio. Guardando con attenzione questa foto, la sensazione è di avere tradito i genitori dell’Italia Libera. Li stiamo tradendo giorno dopo giorno, lasciando questo paese sprofondare nel disgusto, ritornare indietro, verso quel buio che loro avevano respinto con la vita. Io mi scuso con loro, e un po’ mi vergogno.

Obama 2012

Be’, fa piacere ricevere la notizia di persona.

Roberto –

Today, we are filing papers to launch our 2012 campaign.

We’re doing this now because the politics we believe in does not start with expensive TV ads or extravaganzas, but with you — with people organizing block-by-block, talking to neighbors, co-workers, and friends. And that kind of campaign takes time to build.

So even though I’m focused on the job you elected me to do, and the race may not reach full speed for a year or more, the work of laying the foundation for our campaign must start today.

We’ve always known that lasting change wouldn’t come quickly or easily. It never does. But as my administration and folks across the country fight to protect the progress we’ve made — and make more — we also need to begin mobilizing for 2012, long before the time comes for me to begin campaigning in earnest.

As we take this step, I’d like to share a video that features some folks like you who are helping to lead the way on this journey. Please take a moment to watch:

In the coming days, supporters like you will begin forging a new organization that we’ll build together in cities and towns across the country. And I’ll need you to help shape our plan as we create a campaign that’s farther reaching, more focused, and more innovative than anything we’ve built before.

We’ll start by doing something unprecedented: coordinating millions of one-on-one conversations between supporters across every single state, reconnecting old friends, inspiring new ones to join the cause, and readying ourselves for next year’s fight.

This will be my final campaign, at least as a candidate. But the cause of making a lasting difference for our families, our communities, and our country has never been about one person. And it will succeed only if we work together.

There will be much more to come as the race unfolds. Today, simply let us know you’re in to help us begin, and then spread the word:

http://my.barackobama.com/2012

Thank you,

Barack

L’ennesima vergogna. Premeditata.

Le immagini che arrivano da Lampedusa mettono i brividi. Per non parlare delle storie. Fanno scattare dentro di noi ogni tipo di sentimento. E, va detto, si tratta di sentimenti contrapposti. Perché se c’è chi si indigna, chi si vergogna, dall’altra parte c’è chi, e non sono pochi, si incazza, chi urla, chi perde la testa, come il governatore della Sicilia Lombardo, che dice che bisognerà uscire di casa col mitra, o l’ineffabile governatore della mia regione, xenofoba più di tutte, che non ne vuol sapere di ospitare profughi “con le scarpe firmate”. E i veneti, la maggior parte di noi, lo applaude. Davanti a questo squallido spettacolo, sento parlare l’opposizione, che accusa il governo di inefficienza, di incapacità, di confusione. Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere queste righe. E ieri, il direttore del Fatto Quotidiano, Antonio Padellaro, ha iniziato a dare quella che deve essere la lettura più plausibile di quanto sta avvenendo, che è sì talmente evidente e però sembra sia indicibile. L’emergenza profughi a Lampedusa è stata creata ad arte. Lo sostengo da sempre. Pensateci, il giorno in cui l’Italia riuscisse a iniziare a gestire i flussi migratori, la Lega non avrebbe più alcun senso di esistere. È nata e cresciuta basando tutto il suo consenso sulla xenofobia, sull’intolleranza, prima verso i “terroni”, negli anni ottanta, poi verso i “marocchini”. I leghisti fanno del terrore verso chi viene da fuori il loro centro politico. Questa è la Lega, né più né meno. La sua strategia è lampante: criminalizzare lo straniero, dipingerlo come causa di tutti i mali e, sul palcoscenico, urlare che solo lei, solo la Lega può difenderci dal clandestino criminale. E con un atteggiamento diventato ormai istituzionale, portando scientemente all’esasperazione le situazioni, come sta accadendo in questi giorni a Lampedusa, riesce a ottenere i risultati che desidera. Lasciare migliaia di persone allo sbando in un fazzoletto di terra, porterà inevitabilmente al conflitto. Un conflitto che sarà una manna per la Lega, che potrà dire: vedete? Sono dei delinquenti, altro che profughi. L’elettore, ormai è ovvio, crede ciecamente a tutto questo, ovvio, abituato ormai da decenni di terrorismo mediatico. Da anni l’Italia viene raccontata dai nostri telegiornali come se fosse un Bronx diffuso e continuamente sotto assedio. Questo è il palcoscenico. Poi però c’è il retropalco, e lì, nell’ombra, la Lega sguazza e gode a ogni barcone in arrivo dal nord Africa. Lì, dal retropalco, la regia è evidente. Spettacolarizzare il dolore, il disagio, la disperazione di chi arriva a Lampedusa. La Lega, e più in generale la destra di questo paese, ha bisogno di proporre una continua emergenza per ottenere consensi. Per questo qualche migliaio di profughi (criminalizzati immediatamente col termine clandestini, che è criminale solo in Italia, sia ben chiaro), devono per forza diventare un caso, devono essere tenuti lì e squallidamente utilizzati come merce di consenso, per farlo diventare se possibile ancora più razzista, questo paese. Mica è un caso, no, che la Lega si riservi sempre il ministero degli interni. È cruciale, per la gestione della sua ignobile politica. Certo, mica può farlo da sola, tutto questo, la Lega. Ci vuole il supporto del vero regista. Dell’utilizzatore finale, che pur di non perdere il potere, è pronto a cedere a ogni ricatto. E la Lega lo sa, e ne approfitta. Questo, sta avvenendo a Lampedusa. Sotto gli occhi di un paese in preda a una catatonia inarrestabile. Un paese che sembra non avrà mai le forze per ribellarsi a questo squallore, a queste violenze. Forze che sarebbero indispensabili, ora, perché, come ha detto Pietro Ingrao, indignarsi non basta più.

Semplificando Venezia e il Veneto

Questo mio articolo è uscito qualche settimana fa sul Corriere della Sera.

Ci mancavano solo il Canal Grande, idealmente cancellato dalle mappe della città cui appartiene – va da sé – per sua stessa natura, Venezia, e poi il Veneto,non annesso all’Italia. A quali altri maldestri e sconcertanti episodi dovremo ancora assistere? Perché ve ne sarete resi conto, non passa giorno che non ci riservi sorprese inaudite. Inimmaginabili. L’ineffabile Ministro per la Semplificazione (l’Italia è l’unico paese al mondo ad avere un tale ministero e quando lo racconti all’estero scatta puntuale la risata) inavvertitamente ha fatto diventare Venezia e il Veneto vittime loro malgrado della Grande Semplificazione. Perché se è vero che siamo un paese con troppe leggi, non è semplificando (e, soprattutto, semplificando in questo modo) che si risolve il problema. La semplificazione ha poco o nulla a che vedere con la semplicità. La prima implica delle scorciatoie spesso impraticabili, la seconda la costruisci di sana pianta, dal nulla. E si tratta di un lavoro difficile, non è semplice ottenere la semplicità. Inoltre, compito della politica non è di semplificare (e perciò di banalizzare, ahimè), bensì di gestire e governare la complessità. Quello è il suo compito fondamentale. Quando non è in grado di farlo, dovrebbe prenderne atto e ritirarsi a vita privata. Oggi, invece, com’è sotto gli occhi di tutti, è la vita privata di certi politici a essere centrale e determinante a essere confusa con la sfera pubblica, in un atteggiamento di onnipotenza diffuso a tutti i livelli e su tutto il territorio. Ovvio che gente del genere sia del tutto inadeguata alla gestione della complessità. Non ne ha né le capacità, né la statura morale e intellettuale. Forse è proprio ora di finirla con il luogo comune che dice che la politica la può fare chiunque. Perché è proprio l’incompetenza la responsabile delle situazioni imbarazzanti di questo periodo. Sono sempre più frequenti e per poterle sopportare, ormai, bisognerebbe avere la capacità di astrarsi. Quanto bello sarebbe poter essere soltanto un distaccato spettatore di quanto accade oggi nel nostro paese? Uno che non c’entra e assiste al teatrino godendoselo come se fosse una commediola da terza serata, pop corn e birra e annessi e connessi? Invece poi uno è italiano e i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia se li passa così, protagonista suo malgrado del teatrino e del disastro. Vergognandosi ogni giorno sempre di più e però inutilmente. Perché anche i sentimenti, vergogna compresa, sono inefficaci, ormai. Sono stati resi innocui. Semplificati, pure loro.

Il Milan come Berlusconi

Questo mio articolo è uscito il 19 febbraio 2011 sul Manifesto.


Siamo lo zimbello d’Europa. E non soltanto d’Europa. Per colpa di un tizio impresentabile e dei suoi sgherri, pronti a difenderlo in tutti i modi per una manciata di denari, pronti a vendersi, a umiliarsi, a distruggersi. Il tizio ostenta la sua impresentabilità da anni, a dire il vero, ma negli ultimi tempi, in uno slancio di inaudita onnipotenza, ha acuito questa sua attitudine invisibile ancora oggi alla maggior parte degli italiani. Chiunque di voi abbia oltrepassato più o meno di recente qualunque confine, lo sa. Prima ridono, poi ti guardano con compatimento e, se gli stai simpatico, ti domandano come mai? Come potete voi italiani accettare questo schifo? E voi, italiani, non sapete che dire. Dentro monta solo una profonda vergogna. Sentimento ormai persistente in tanti di noi, oggi. E allora di cosa stupirsi se un vecchio squalo come l’ex centravanti scozzese Joe Jordan ci ha calcato la mano, nel corso del match di Champions League fra Milan e Tottenham? Gennaro Gattuso non ci dirà mai quali siano state le frasi pronunciate da Jordan per provocarlo. Pare però abbia utilizzato più volte il termine “vergognosi”. E non sorprenderebbe affatto se quelle e altre paroline da lui utilizzate alludessero al “Bordello Italia”, che altro non è che l’attuale immagine all’estero del nostro paese. Va detto che il Milan non poteva non aspettarselo, un agguato del genere. Sempre ammesso, come potrebbe, che il tema dell’agguato fosse questo. Di certo, non riscuotiamo simpatia. Nessuno l’ha notato, ma nella recente amichevole fra Germania e Italia, i fischi al nostro inno erano quasi unanimi. Qualche fischio c’è sempre, certo, ma in così gran quantità e da un pubblico da sempre fra i più corretti, fa pensare. Coincidenze? Mah. Resta che la reazione dei milanisti all’agguato non è stata altro che il ritratto di un nervosismo esasperato, nient’affatto latente. Del resto non si può pensare che le vicende dell’utilizzatore finale non riverberino il loro squallore negli immediati dintorni delle proprietà del capo del governo. Milan compreso. E se l’Italia si porta dietro ovunque l’immagine sordida offerta dal suo capo, figuriamoci il Milan, che del suo capo è l’emblema, il punto di partenza, il biglietto da visita della sua discesa in campo. Il Milan subirà tutto questo, va da sé. Il suo leader vacilla, è diventato ancor più di sempre la patetica macchietta di se stesso. C’è una domanda però. Si possono paragonare i giocatori del Milan ai pasdaran del Parlamento, pronti a tutto in nome del capo? Ammesso che le provocazioni di Jordan fossero legate alle tristi abitudini del premier, come leggere la reazione di Gattuso? Non ti permettere di toccare il nostro capo? Oppure: guarda che noi non siamo come lui. Se così fosse, pensate quanto sarebbe forte, simbolico, che l’abbandono, l’ammutinamento al capo, partisse e segnasse finalmente la fine lì dove tutto è incominciato: il Milan. Giocatori che fanno outing, stufi, tanto quanto noi, di essere indicati come anomalie dell’Europa, che si dissociano, che chiedono di essere ceduti per vergogna e sfinimento (quello che sta accadendo a Pirlo?). Di quanto e come il berlusconismo si sia incistato dentro tutti lo noi è testimone la titubanza collettiva. In un momento in cui le piazze dovrebbero essere occupate a oltranza, fino allo sfinimento del potere ridicolo che ci governa, noi assistiamo invece rassegnati. Ma occupare le piazze è roba da eversori, e noi, che diamine, mica lo siamo. Ha ragione Nanni Moretti, gli italiani non sono un popolo da insurrezione. Il nostro massimo sono manifestazioni come le recenti, splendide, certo, cariche di sdegno e di civiltà, vero, che hanno ridato dignità a un paese, certo, ma fatte il sabato e la domenica, per non disturbare troppo. Abbiamo acquisito gesti e linguaggi del berlusconismo. Il livello della nostra indignazione non va oltre all’ormai noto e acquisito: “mi consenta, vergogna”. Se qualcuno osa dire che trattasi di un debosciato da quattro soldi, di un omuncolo che ha sedotto l’intestino degli italiani, con le sue tv e gli slogan speculari a quelli del suo alleato di fiducia, la Lega, non sei altro che uno squadrista, un sovversivo. E allora, non ci resta che il tribunale di Milano o, vedi mai, la rivolta dei giocatori rossoneri. Oppure, più che probabile, l’omuncolo alla Presidenza della Repubblica. Poffarbacco.

Venezia e gli impresentabili

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 3 febbraio 2011.

Il Lido di Venezia è un posto bellissimo. Una striscia di terra che divide la laguna dal mare. E questo suo doppio affacciarsi lo caratterizza al punto da farne un luogo unico al mondo. Per questo è banale dire che si tratta della spiaggia dei veneziani. È riduttivo, perché poi il Lido non è soltanto zona turistica ma, soprattutto, zona residenziale. Al Lido scegli di vivere, di restare, nonostante i tempi lunghi quando e se devi raggiungere la terraferma. Il Lido è anche un luogo dell’immaginario, narrato da Thomas Mann in Morte a Venezia - portato al cinema da Luchino Visconti – e, più di recente, diventato sfondo dell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, Le cose fondamentali. Per non parlare poi della Mostra del Cinema. Per decenni, il Lido ha attraversato le stagioni scandendole attraverso i suoi ritmi naturali, che, va da sé assomigliano quasi del tutto a quelli di Venezia. Il Lido non è né Rimini, né Saint-Tropez, dunque. Eppure, da un po’ di tempo, qualcuno ha deciso di forzare la mano, di fare violenza a questo luogo splendido. Prima con i lavori del Mose, poi con quelli del nuovo palazzo del cinema (finito dentro a quel calderone poco chiaro delle opere gestite dalla Protezione Civile) e infine ci mancava solo Lele Mora. Ora, che questo sia ormai un paese che non sa più provare vergogna, che non sa più distinguere quali siano i valori non soltanto di un cittadino, ma di un essere umano, è cosa ormai – ahimè – troppo evidente. Resta però sconcertante essere costretti a ritrovarsi qui, fra queste righe, per cercare sommessamente (e inutilmente) di dire che è da ottusi – quanto meno – rivolgersi oggi a un tizio del genere per “rilanciare il Lido”. Formuletta, poi, che fa sempre il suo effetto, ma che non significa nulla. Certo, domani diranno, come sempre ormai, che si trattava di una provocazione. E le provocazioni appartengono a chi è a corto di idee, di pensieri. Il Lido non lo rilanci con una passerella di ragazze pronte a tutto, né con le sfilate di moda. E chi lo vuole il rilancio d’immagine? Mica i cittadini del Lido. No. Gli albergatori. Che per qualche notte di tutto esaurito in più si sdilinquiscono dietro alle lusinghe di un personaggio quanto meno discutibile, se non equivoco (ma gli albergatori non li leggono i giornali? E il presidente della municipalità? Devo fare qui il riassunto delle telefonate del noto manager alle sue ragazze? Serve proprio?). Possibile che il Lido non sia in grado di fare da solo? Di coinvolgere le risorse presenti in città per il “rilancio”? E non è che forse, gli stessi albergatori che si lamentano hanno delle evidenti responsabilità e, magari, delle incapacità? Figuriamoci, è sempre colpa del prossimo, dalle nostre parti. Il Lido invece ha bisogno soprattutto di essere vissuta, ha bisogno di opportunità che siano rivolte prima di tutto a chi ci abita. Altro che Lele Mora, al quale – infine – dico subito, usando il suo stesso linguaggio, che sì, che è il solito “comunista moralista” (ma la differenza fra moralismo e morale non la conosce più nessuno?) a scrivere questo testo. Uno che preferisce addossarsi anche questa etichetta pur di non confondersi col teatrino squallido cui stiamo assistendo e del quale lui è una delle macchiette principali. Macchia in senso di onta. Di vergogna per un paese. Il nostro.

Autori proibiti, raccontati in Francia

Questo mio articolo è uscito su L’Humanité il 2 febbraio 2011.

È strano girare per le librerie parigine, vedere i miei libri esposti sugli scaffali, e pensare che forse, fra poco, in chissà quante librerie della mia regione, il Veneto, saranno introvabili. Assenti, e non perché esauriti. No, espulsi per autocensura, o autopaura. Quella che ormai attanaglia le menti di tanti italiani. Che fra il coraggio e il quieto vivere, scelgono il secondo. Dopo le biblioteche, in un effetto domino della paura, potrebbe toccare alle librerie. Accadrà anche questo, come conseguenza alla decisione di un assessore provinciale di Venezia, l’ex fascista Raffaele Speranzon, di “invitare” le biblioteche della provincia a escludere dal prestito i libri di tutti gli autori che avevano firmato, nel 2004, un appello a favore di Cesare Battisti. Ha poi fatto marcia indietro, dicendo che si era trattato di una provocazione. Ma la sua omologa all’istruzione in Regione Veneto, Elena Donazzan, ex fascista pure lei, ha ripreso l’iniziativa e l’ha allargata a tutte le scuole venete. Via i libri degli scrittori scomodi. Giustamente più d’uno, in questi giorni, mi chiedeva quali libri e perché. Non si tratta di titoli, bensì delle bibliografie complete di tutti gli autori firmatari di quell’appello. Una decisione degna dei regimi totalitari, avvallata con entusiasmo dal presidente della regione, il leghista Luca Zaia. E una decisione, poi, che ha spinto alcuni bibliotecari a fare outing e a confessare che da mesi, ormai, molti sindaci della Lega Nord li hanno costretti a togliere dagli scaffali altri autori scomodi, primo fra tutti Roberto Saviano, colpevole di avere detto e scritto che la Lega Nord, specialmente in Lombardia, ha legami forti con la ‘ndrangheta. Questo è capitato, per esempio, ai lettori della biblioteca di Preganziol, in provincia di Treviso. Gomorra presente in catalogo, e ovviamente in più copie, ma indisponibile al prestito. Sparito. Forse bruciato dallo stesso sindaco leghista che ne ha chiesto la rimozione? Quello che comunque non sorprende più, in Italia, è l’indifferenza che consegue puntuale a tutte le bestialità che la classe politica italiana ci propina. Se più d’uno, qui in Francia, può legittimamente immaginarsi una sollevazione da parte dei lettori, le biblioteche invase simbolicamente da migliaia di utenti indignati e in collera, se lo tolga dalla testa. Come per tutto, ormai, nel mio paese, la catatonia regna sovrana. Da una parte un disinteresse cronico per tutto ciò che è cultura, dall’altra l’assuefazione a una politica che fa dei divieti e della volgarità il suo biglietto da visita. C’è, sì, la solita indignazione virtuale, quella dei blog e dei social network che però, nel paese più arretrato anche dal punto di vista della rete, non lascia ahimè alcun segno nel quotidiano, nel reale. Così, la stessa indifferenza che riguarda i rapporti fra il governo e la mafia, il governo e il sesso, anche l’attacco alla cultura sembra non preoccupare nessuno. E il potere ormai sa che può spingersi sempre un po’ più in là. Sempre più oltre. Impunito. In Francia, il caso editoriale di queste settimane, è il libro di Stéphane Hessel, Indignez vous. Mi domando che ne sarebbe di un libro del genere, nella indifferente e rimbambita Italia.
Il mio paese, l’Italia, è un paese perduto. E la mia regione, il Veneto, è diventato la palestra delle estremizzazioni. Da tempo in mano alla Lega, il Veneto risponde sempre con indifferente adesione a ogni atto istituzionale apparentemente spericolato e inaccettabile. La mia regione è già diventata l’avamposto del dopo Berlusconi. Un dopo che sarà se possibile peggiore del prima, in mano a politici che fanno dell’ignoranza un valore, che utilizzano il termine intellettuale come un insulto e che, senza scrupoli, non ci pensano due volte a insultare o a mettere al bando. È un virus che potrebbe propagarsi per l’Europa. Un virus che non teme confini e dovrebbe allora essere la stessa Unione Europea a occuparsene. Può esistere in uno dei paesi fondatori della Ue la messa al bando degli scrittori, il rogo mica tanto ideale di tutti i loro libri? Può essere tollerato con indifferenza un atto così autoritario e anti democratico? Mi conforta la partecipazione e l’indignazione enorme manifestata a questa notizia da tanti francesi. Soprattutto lettori. Chissà che d’oltralpe ci colpisca, contromano, il virus dell’indignazione e della collera.

Il giorno della memoria

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto il 28 gennaio 2011.

A Venezia sono in tanti a celebrare la Giornata della Memoria ritrovandosi ai Giardini della Biennale, in riva, davanti al monumento alla Partigiana, la scultura di Augusto Murer. Non soltanto davanti, però. Molti di loro infilano gli stivaloni, si rimboccano le maniche e ripuliscono la scultura che, distesa a pelo d’acqua su un cassone in marmo disegnato da Carlo Scarpa, raccoglie tutto quello che la laguna incastra fra le linee bronzee di quella martire che simboleggia la Resistenza. Situata in uno dei luoghi più colpiti dal moto ondoso, da tempo La Partigiana è diventata simbolo anche di qualcos’altro. Non so se la scelta di disegnarla a quel modo, e di posizionarla in quel luogo, contemplasse in sé una sorta di “idea pratica” della memoria. Quel groviglio inevitabile di alghe, di rifiuti, di relitti è il simbolo dello stato attuale della nostra memoria. Una memoria sempre più offuscata, riempita di frattaglie che ne obnubilano i significati e i valori. Rifiuti e relitti che impediscono ai ricordi di restare nitidi, di mantenere intatto un significato che, grazie alla sua purezza, avrebbe di certo ostacolato derive che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Virate impensabili per un paese, l’Italia, e soprattutto il Veneto, che protetti da una memoria vivida sarebbero state impossibili. Oggi i nostri ricordi, la nostra memoria della Storia, sono sepolti sotto a cumuli di cose inutili che crediamo però indispensabili. Non ci curiamo più della nostra memoria e, va da sé, tante memorie individuali obnubilate compongono una grande, fosca, traballante Memoria collettiva. Che dovrebbe andare periodicamente ripulita, come La Partigiana, non fosse che c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarci ad accumulare quotidianamente montagne di inutili rifiuti virtuali. Immagini alterate, mistificazioni, banalità, sciocchezze. Dovremmo ogni sera, prima di andare a dormire, fare come i volontari della Partigiana di Venezia, infilarci gli stivali, rimboccarci le maniche, ed entrare a ripulire, a salvaguardare, a proteggere la nostra memoria, che dovrebbe essere il bene più importante, il valore più assoluto per garantirci un presente quanto meno dignitoso e degno di un passato che attraverso le lotte di molti ci era stato consegnato quanto meno pulito, se non proprio luminoso. Alla lucentezza avremmo dovuto portarlo noi, eredi di quel passato. E invece.
Qui in Francia, dove mi trovo, la giornata della Memoria è vissuta con meno urgenza. Non si tratta di un’emergenza, ma di un valore storico riconosciuto e comunque protetto. Non a caso il fenomeno editoriale di queste ultime settimane è un piccolo libro di Stéphane Hessel, un ex partigiano di novantatré anni. Si intitola “Indignez vous”. Ha venduto già quasi un milione di copie. Lo leggono soprattutto i giovani, il racconto di questo vecchio che non fa che sottolineare i valori e diritti per cui loro avevano combattuto (uguaglianza, libertà di pensiero, diritto allo studio, sanità e servizi sociali garantiti), che loro avevano conquistato con il sangue, e che avevano consegnato alle generazioni successive. Ora, dal vivo di quella memoria, Hessel chiede che quei valori non vengano abbandonati, che si continui a lottare per mantenerli vivi e indispensabili. E la Francia ha risposto. Di quel piccolo e semplice libro si parla ovunque, televisioni, scuole, università, giornali, bar, autobus. Mi domando quanta e quale attenzione quel libro avrebbe riscosso da noi, oggi, obnubilati, sperduti. Io la so la risposta. E voi?

Pour mes amis en France

Chers amis,
je vous envoie la page de la Repubblica de ce matin, où l’on annonce la terrible nouvelle de la décision du Président de la Région de Vénétie, Luca Zaia (Ligue du Nord) d’interdire dans les bibliothèques et dans les écoles la diffusion et la lecture des livres des auteurs qui, en 2004, ont signé l’appel pour Battisti.
Mais pas seulement ça. Des bibliothécaires ont témoigné avoir reçu l’ordre
depuis des mois de ne pas donner en lecture des livres considérés comme
non-éducatifs. Des dizaines d’écrivains comme Roberto Saviano, Andrea Camilleri, Gian Antonio Stella, Marco Travaglio, moi-même, ainsi que désormais les signataires de l’appel pour Battisti comme Tiziano Scarpa, Massimo Carlotto, Wu Ming, Valerio Evangelisti, Giorgio Agamben, ont déjà disparu de plusieurs bibliothèques de la région. Ils sont au catalogue, mais impossible de les prendre en lecture. Ce “projet” fasciste est né dans ma ville, Venise, où se trouve le Palais de Région, et où l’attaché à la culture de la Province de Venise, un ex-fasciste pas trop ex, a lancé l’idée lundi passé. Tiziano Scarpa et moi-même sommes déjà intervenus, dans le Corriere del Veneto (le supplément en Vénétie du Corriere della Sera).

La Vénétie est devenue depuis longtemps l’atelier où expérimenter un nouveau modèle de “démocrature”. C’est dans ma région que naissent toujours les lois les plus racistes et intolérantes. C’est ici que le pouvoir expérimente jusqu’où il peut aller. Et chaque fois, il va toujours un peu plus loin, il ose toujours un peu plus. C’est inutile de vous dire ce que signifie l’interdiction des livres.
Fahrenheit 451, vous vous souvenez ? Bon, en Italie, on y est. La Vénétie est à l’image de ce que sera le post-berlusconisme : quelque chose de bien pire et dangereux. Et tout ça a lieu dans l’indifférence presque totale d’un pays habité par des gens rendus idiots après une trentaine d’années de télévision berlusconiste.

C’est un appel à l’aide que je vous lance, mes chers amis, et je vous dis aussi de faire attention. Ce virus italien peut, un jour, arriver en France, même si je suis sûr que les racines de la démocratie françaises sont bien plus fortes que celles de la démocratie italienne, qui n’a plus rien de démocratique.
Merci de votre attention. Je suis à Paris du 23 au 31 janvier, disponible pour vous expliquer directement cette terrible histoire.
Roberto Ferrucci,
au nom de plusieurs écrivains de Vénétie et d’Italie

(Deux de mes romans ont été publiés en France en 2010 : « Ça change quoi » (Seuil) et « Sentiments subversifs », (Meet)

Pardonnez mon français à l’italienne.

I nostri libri al rogo

Questo mio articolo è uscito ieri sul Corriere del Veneto.

“Un bel tacer non fu mai scritto”. E mai detto, aggiungo. Basterebbe questo, come commento a questa “squallida operazione da dittatura stupida” (come l’ha definita Carlo Lucarelli) dell’assessore alla cultura della provincia di Venezia. Un assessore che, per rilanciare il Lido, ha proposto come figura professionale impeccabile, non più tardi di qualche settimana fa, uno come Lele Mora. Anche in questo caso, meglio tacere. Sarebbe allora sufficiente un’alzata di spalle, nulla più, per liquidare una trovata anacronistica in Europa, tipica delle dittature, praticata solo in Iran, in Cina, a Cuba. Ricordo bene il giorno in cui vidi per la prima volta il bellissimo e inquietante film di François Truffaut, tratto da un romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Un film ambientato in una società e in un’epoca dov’è proibito leggere libri. C’erano questi pompieri che, invece di spegnere incendi, andavano in giro a fare roghi, roghi di libri. Ero ragazzo, ma già lettore. Guardavo quel film e mi compiacevo della fortuna che avevo a vivere in un’epoca e in un paese che aveva sconfitto chi i libri li bruciava e li proibiva. Mai avrei immaginato che nel 2011 sarei stato costretto a scrivere di qualcuno che propone quasi la stessa cosa. Mette i brividi. Già, perché nella mia libreria trovano spazio autori come Pound, come Céline, come D’Annunzio, che esaltarono il nazismo e il fascismo. Dittature che bruciavano i libri (come avvenne in Cile, nel 1973, o come avveniva nell’Unione Sovietica) e che gli scrittori li mandavano in galera, o al confino, o nei gulag. Non mi sono mai sognato di auto proibirmeli, Pound, Céline e D’Annunzio. Li ho letti, li ho consigliati, li ho prestati. E tutti i libri – tutti – hanno diritto di cittadinanza nella Patria del libro: la biblioteca pubblica.
Impossibile, allora, liquidare l’esclusione dalle biblioteche con un sorriso di compatimento. No, perché la messa al bando arriva da una importante istituzione e si inserisce nel contesto folle che questo paese, l’Italia, sta attraversando. In Italia – lo avrete notato, credo – ormai vale tutto. Vale che la libertà di pensiero venga messa a repentaglio di continuo, vale che tutto, anche i dibattiti seri come il caso Battisti, vengano banalizzati e semplificati e branditi come spada ideologica da usare nei momenti del bisogno, vale essere governati da gente che ha trasformato l’Italia nel proprio bordello personale, e nella propria banca personale, e nel proprio ufficio personale e nel proprio parco giochi personale. E noi? E la società civile? Noi, nel frattempo, non siamo altro che spettatori plaudenti e silenziosi e complici (in questo caso sì, non la delirante accusa fatta agli scrittori di essere complici di un assassino) dell’infinito reality show. Sì, perché ciò che soprattutto vale per ciascuno di questi episodi – che altro non dovrebbero produrre se non una potente carica di indignazione, di rabbia – è che rientrano ormai nell’ambito di una sconcertante, e per certi versi malata, normalità. Una normalità, malata, che ci vede tutti coinvolti.

Sentimenti sovversivi e Ça change quoi qui e là

Tournée italo-francese, questa volta, a partire da domani per parlare di Sentiments subversifs, Sentimenti sovversivi e di Ça change quoi. Ecco le date.

Mercoledí 12 gennaio 2011, ore 17.30 Laboratorio di scrittura circolo Tobagi, Hotel Bologna, P.le Stazione, Mestre
(solo per gli iscritti al laboratorio)

Martedì 18 gennaio 2011, ore 18.30 Libreria Quarto Potere, Contrà Pusterla 14, Vicenza

Sabato 22 gennaio 2011, ore 18.15 Au Channel, rue Gambetta 173, Calais
(in conversazione con Alessandro Perissinotto, nell’ambito di Entre les lignes, manifestazione letteraria organizzata da Martine Laval)

Martedì 25 gennaio 2011, ore 19.00 La Libreria, 89, rue du Faubourg Poissonière, 75009 Paris

Giovedì 27 gennaio 2011, ore 19.00 La Tour de Babel, 10, rue Roi de Sicile, 75004 Paris

Sabato 29 gennaio 2011, ore 10.45 Auditorium du Petit Palais, Musée des Beaux-Arts, Avenue Winston Churchill, 75008 Paris
(in conversazione con Cécile Wajsbrot e Didier Daeninckx, nell’ambilto di Enjeux Contemporains IV, organizzato dalla M.E.L.)

Leonardo, dalla parte opposta.

Era da un po’ di tempo che non scrivevo per il manifesto. E soprattutto nella pagina dello sport. Avevo in mente questa cosa da un po’ di giorni e il manifesto mi sembrava il luogo ideale dove pubblicarla. Gliel’ho proposta e loro hanno accettato. Mi infastidiva tutto il dibattito sciocco attorno alla scelta di Leonardo – ex giocatore, poi dirigente e infine allenatore del Milan – di allenare l’Inter. Non pensavo, poi, di riproporla qui, ma le recenti “perle di saggezza” del nostro Utilizzatore Finale riguardo al Milan e il suo ruolo per la nazione, mi hanno spinto a farlo. Ecco.


C’è un tormentone, che gira in rete. Quel ragazzino, intervistato da un giornalista di Sky, in diretta. Il ragazzino è milanista e gli si chiede che cosa pensi di Leonardo nuovo allenatore dell’Inter. Il ragazzino, dieci, undici anni, faccia da ragazzino italiano di oggi, espressione impertinente, taglio dei capelli strategico e alla moda, col ciuffetto tirato all’insù e quella vocina pronta a far commuovere le telespettatrici del pomeriggio, risponde senza esitare: «È uno stronzo». Accanto a lui, una ragazza più grande, forse la sorella maggiore, scoppia a ridere. Anche il giornalista sorride. E c’è da scommettere sulla quantità di gente che, davanti alla tv, si è fatta delle belle risate. Anche chi fa girare di continuo il video in rete, ride. Un momento di spettacolo da quattro soldi, tipico dei palinsesti nazionali di questi tempi bui. L’Italia che se la ride davanti all’uscita volgare e offensiva di un ragazzino. Che a qualcuno, però, anziché far ridere, mette angoscia. Perché è la normalità, oggi, quella risata. Una normalità angosciante. È normale, ahimè, che un ragazzino si lanci in quel modo senza porsi quella che dovrebbe essere una domanda naturale: cosa direbbero i miei genitori se io ora dicessi che Leonardo è uno stronzo? Invece, che un ragazzino dia dello stronzo a Leonardo in diretta tv, è scontato. Troppo ovvio, visti gli attuali parametri televisivi (riproposti identici, ahimè, anche nella quotidianità), di fronte ai quali le giovani generazioni crescono con il sogno di emularli. E allora basta un microfono e una telecamera perché un ragazzino dia sfogo, con la consapevolezza di un attore navigato, a un’offesa che farà ridere il pubblico. Non tutti però, perché è disperante rendersi conto che quel momento televisivo è il ritratto di un paese e di un’epoca. E di un ambiente: quello del calcio, dove quell’offesa a Leonardo è condivisa da migliaia di appassionati. L’onestà intellettuale dovrebbe essere quella che riconosce la libertà da parte di ogni individuo di compiere le scelte che ritiene più opportune. Per questo, da tifoso milanista, rivendico il diritto di Leonardo a allenare l’Inter. Così come del resto abbiamo accettato passaggi in direzione opposta, come quelli di Andrea Pirlo, di Clarence Seedorf, di Zlatan Ibrahimovic. Niente di più naturale, dunque. Ma non solo. Egli ha a mio avviso anche il dovere morale, di allenare la squadra rivale. Leonardo, lo ripetono tutti, è una persona indiscutibile sia sul piano umano che professionale. Viene spontaneo stimarlo. E viene spontaneo, per qualche appassionato (quanti?) di calcio e del Milan, soprattutto perché Leonardo è stato l’unico allenatore che ha saputo rispondere a muso duro alle “osservazioni” del proprietario del Milan. Lo ha fatto, Leonardo, con la consapevolezza che quel ritratto di democrazia che risponde al nome di Silvio Berlusconi, non gliele avrebbe mai perdonate. E infatti Leonardo, lo scorso campionato, sapeva con largo anticipo che sarebbe stato cacciato al termine della stagione. Fu un grande esempio. In un paese servile come l’Italia, pieno di lacchè, di portaborse, di yes men, uno come lui è da ammirare. Non si è inchinato davanti al potere e al denaro. Disse che con il narcisismo di Berlusconi lui era incompatibile. Visioni del mondo differenti, disse, stili di vita differenti. E fu cacciato. Per lesa maestà. E chissà quanti lo avranno redarguito, quanti gli avranno detto di lasciar perdere, di non contraddire il capo del Milan e del Paese. Lui, da uomo libero, se n’è infischiato. Perché ci sono cose che stanno ben al di sopra del gioco del calcio. Per questo, oggi, da milanista, io saluto l’arrivo di Leonardo all’Inter con rispetto ammirazione e con l’augurio di ottenere i migliori risultati possibili. Sì lo so che qualcuno ora dirà: certo, il secondo posto dietro al Milan in campionato e la finale di Champions contro il Milan, e forse è quello che potrei pensare anch’io. Ma, lo ripeto, credo ci siano anche cose ben più importanti oggi, in Italia e Leonardo, è un esempio per il calcio di oggi. E fa benissimo, allora, dopo il trattamento ricevuto dalla società dove ha lavorato per tredici anni, a scegliere la panchina dell’Inter. Un dovere morale, dicevo. È o non è Berlusconi ad aver scardinato le regole, ad avere sovvertito i valori di appartenenza e di bandiera il giorno in cui è diventato proprietario del Milan? Vero, e allora è bello sentire ieri Leonardo dire alla Pinetina: «Cercavo una grande sfida e più grande di questa credo che non ci sia. Era impossibile dire di no. Sono molto emozionato. Sto vivendo una situazione molto affascinante, è un giorno molto speciale per me. Questa all’Inter è una sfida troppo grande, troppo affascinante, troppo sorprendente».
Molti si sono sorpresi, poi, ieri, per le parole che Leonardo a speso in favore di Mourinho. Forse non ricordano ciò che ha detto del suo rivale lo scorso anno. Anche dopo quel 4-0 che sembrava già segnare il destino del Leonardo allenatore. E poi c’è l’umiltà, altro valore che scarseggia sempre di più, dalle nostre parti: «Io non sono Mourinho, ha detto ieri Leonardo. Ho fatto un anno da allenatore, con mille errori e forse con qualcosa di positivo. Questa è la mia storia e non posso cambiarla. È la mia seconda esperienza dopo un anno di lavoro e sei mesi di studio». Questo è Leonardo. E allora penso al padre del ragazzino che gli ha dato dello stronzo. Mi domando se non abbia riso anche lui oppure, come spero, se dopo quello “spettacolo” offerto dal figlio in diretta tv, non abbia deciso di guardare suo figlio negli occhi e gli abbia parlato di dignità, di valori, di senso delle sfide, e di educazione. Oppure, più semplicemente, gli abbia fatto ascoltare o, meglio, leggere, queste parole del nuovo allenatore dell’Inter: «Ho sempre cercato di essere libero, ho sempre detto quello che pensavo, cerco sempre la mia identità. Non ho rimpianti, non mi sento colpevole: sono sempre stato libero, ho sempre detto in che modo volevo vivere all’interno di una realtà». Spero lo abbia fatto, quel padre. Per dare modo a suo figlio, fra qualche anno, di non vantarsi con gli amici per per quella sua esibizione televisiva, ma di provare, invece, un ben più sano e nobile sentimento di vergogna, davanti a quelle immagini che ormai gireranno per sempre in rete. Perché Leonardo Nascimento de Araújo, il nuovo allenatore dell’Inter, è un esempio, altro che stronzo.
www.robertoferrucci.com

Autore di Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo (Limina 2010).

Disegno di capodanno

Ma non so perché proprio questo. Comunque, dopo la copertina di Impassibili e maledette, disegnata sull’iPad, ci ho preso gusto.

Dedicato agli studenti in corteo

Dal romanzo Cosa cambia (Marsilio, 2007).

Così, quel giorno, il corteo arrivò all’angolo con corso Torino. In mezzo alla strada c’erano dei cassonetti che bruciavano. Mi avvicinai lento ai focolai, poco convinto, li ripresi in primi piani che non raccontavano nulla, Giorgio pochi passi dietro di me, a un certo punto mi disse attento! Sentii delle urla. Un coro di urla, a essere precisi. Mi girai, si girò e li vedemmo sbucare da un angolo. Gente in divisa, blu scura, nera, non sapevo, non vedevo bene, forse a causa di un’angoscia che montava dentro, inevitabile, naturale. Li vedevo urlare. Non so se li ho anche sentiti. Ricordo la scena, non il suono. Sbattevano i manganelli contro gli scudi in plexiglas. Un rumore sordo, raggelante. Sembravano l’equivalente delle marcette dei black bloc. Ma facevano più paura, questi. Feci durare l’inquadratura pochi secondi, con i brividi che intanto arrivavano fino alle viscere. Che vuoi che facciano?, mi chiesi indietreggiando. Non abbiamo fatto niente noi, mi dissi aumentando i passi all’indietro. Sono la nostra sicurezza loro, no, pensai spostandomi dal loro campo visivo. Così mi hanno insegnato fin da piccolo, mi ripetei senza sapere cosa fare. E, da piccolo, ero convinto che le forze dell’ordine fossero state inventate apposta per me, per difendermi, per proteggere solo me. E io li ho sempre rispettati per questo. Non mi è mai successo nulla, ma io sapevo che loro erano lì, pronti per me. Certo, crescendo, qualche dubbio mi è venuto. Sul finire degli anni settanta, per esempio. Ma erano soltanto dubbi o poco più. E poi, insomma, io non ho mai fatto niente in vita mia per avere a che fare con loro. Neanche adesso, adesso che li vedevo venire avanti in quel modo che metteva paura, con i loro scudi, i manganelli, le maschere antigas con i filtri nuovi, i fucili per i candelotti, gli occhi stralunati, neanche adesso che avanzavano urlando verso di noi, verso gente qualunque, verso giornalisti, parlamentari, scrittori, verso un prete e verso Giorgio che aveva appena vent’anni ed era anche lui lì per raccontare con la sua videocamera, per raccontare e manifestare. Perché ci attaccano?, mi chiedevo immobilizzato. Per quale motivo dovrei scappare?, urlavo a me stesso guardandomi intorno. Ma venivano avanti, loro. Avanzavano con una corsetta che sembrava quella di un film idiota che però metteva i brividi. Poi vidi alcuni spianare i lanciarazzi all’altezza dei miei occhi. Sentii qualcuno dietro di me gridare. Via, via! Sparano! Sparano! E allora scappai. Non li guardai più perché non erano più la mia – la nostra – sicurezza. Erano il nemico, adesso. E avevano deciso loro di esserlo, tendendo un vero e proprio agguato al corteo e io corsi via, come tutti, senza capire il perché. Correvo e sentivo degli spari sordi, vedevo delle scie bianche passarmi accanto. Pochi secondi e non respiravo più. A uno davanti a me cadde di tasca il telefonino. Continuavamo a correre, scappare, e io non so come ma riuscii a raccoglierlo e lui riuscì anche a dirmi grazie e io a rispondergli figurati. Grazie, figurati e da dietro quelli ci sparavano addosso, cazzo. La videocamera era rimasta accesa, inquadrava ombre e piedi e righe della mezzeria sull’asfalto, la coprii col tappo, forse pensando di proteggere almeno lei dai gas urticanti. Urlai Giorgio! Giorgio! un’infinità di volte, non so quante volte, i colpi si susseguivano, a decine, i loro, di candelotti, i miei, di tosse, uno accanto a me vomitò, tolsi di nuovo il tappo alla videocamera, non ci vedevo e inquadravo verso di loro, era lei adesso il mio occhio, stavano di nuovo prendendo la mira. La abbassai subito. Come se stessi riponendo le armi. Come ad arrendermi. Ricominciai a correre tenendola in mano. Accesa. E si vedono allora dei sandali scuri corrermi accanto. Poi le mie scarpe marroni. Non si vede niente di Giorgio, invece. Non sapevo dove fosse finito. Ma stava di certo facendo ciò che facevamo tutti. Andavamo tutti in cerca dell’aria, come Angela quella notte. Ma qui una bomboletta spray non bastava. Mi accorsi che Giorgio era lì, stava correndo accanto a me. Gli urlai di non fregarsi gli occhi, per quanto si potesse urlare con la gola che bruciava, gli occhi in fiamme e la pelle – collo, mani, faccia – che sembrava diventata brace. Qualcuno urlò bastardi. Rallentammo per pochi secondi ma subito dovemmo riprendere a correre. Invidiavo Giorgio, che era giovane, un atleta. Aveva un passo leggero, nonostante tutto. Mi accorsi però di correre veloce anch’io. Passi pesanti ma veloci. Doveva essere il terrore. La paura, credo. Avevo un bisogno atroce di aria. La gola sembrava restringersi e otturare il respiro. Urlai qualcosa di incomprensibile, non si capisce bene riascoltandolo dalla videocamera, ma lo dissi al taccuino di Giorgio che spuntava dalla tasca posteriore dei suoi jeans. Lui fece solo in tempo a dire meglio se torniamo, ma io non sapevo dove tornare e si sentì un’esplosione vicino a noi. Poi una voce femminile, accento napoletano, mi disse di non avere paura e di correre. Corsi. Di nuovo. Più forte che potevo. La videocamera inquadrò un paio di pantaloni beige con delle scarpe da ginnastica grigie. Si vede un sacchetto nero che mi finisce tra i piedi. Una felpa azzurra con la faccia del Che in blu, legata in vita, che sventola assecondando la corsa e dentro la nuvola dei gas. Le Adidas di Giorgio, bianche. Si sentono respiri in affanno. Soprattutto il mio. Colpi di tosse. Tanti. Una bottiglia di vetro scalciata, di birra, credo. Delle urla. Rallentai cercando un modo per riprendere fiato. Non entrava niente. Non respiravo più. Cercai Giorgio con gli occhi. Ma era come se non ce li avessi più, io, gli occhi. Avrei voluto urlargli che non respiravo più. Ma non c’era, Giorgio. Non lo vedevo, anche se tenere aperti gli occhi, usarli per guardare era in quel momento meno difficile solo di respirare. Mi rimisi a correre. Inquadrai una maglietta gialla e dei jeans. Si vedono delle Superga in tela blu. Le strisce bianche di un passaggio pedonale. Si sente me che cerco l’aria. Arrivò un altro colpo. Corsi verso destra. Si vedono delle scarpe da ginnastica. Di quelle alte con dentro dei tubolari bianchi e poi la gamba che finisce su, dentro dei bermuda verde militare. Delle Adidas azzurre, senza calzini. Sandali blu, pantaloni beige. Gente che si chiamava. Franco, Franco! Pantaloni arancioni e bianchi di un infermiere. Sirene. Un attimo di pausa. Il mio respiro che stava per esplodere. E poi di nuovo colpi di fucile e corsa. Senz’aria. Mi ritrovai dentro a un tunnel, direzione Marassi. Ma mica lo sapevo, quella volta, anni fa, che era direzione Marassi, quella, e ancora oggi, mentre ripercorro quella fuga sulla mappa, mica lo so come ci arrivai, dentro a quel tunnel, lungo una cinquantina di metri e che sembrava non finire mai. Là dentro i suoni erano più compressi. Assumevano un tono più duro. Rimbombavano inquietanti. Intorno si sentiva gente che urlava. Corri! Corri! Scappa! François! François! Le scie dei lacrimogeni correvano più veloci di noi. Ci passavano accanto e ci superavano. Finivano non so dove ma a qualcuno prima o poi andranno addosso, pensavo terrorizzato. Colpiranno alla schiena, mi dicevo. Davanti a me si vede uno correre vestito in giacca beige e camicia. Avrei voluto chiedergli aiuto. Non mi riuscì. Quale aiuto avrebbe potuto darmi, poi? Aveva lo stesso mio problema. Lo stesso problema di tutti. Mi fermai per tossire e sputare. Si vede la mia telecamera abbassarsi verso l’asfalto, di nuovo, un asfalto illuminato di giallo dalle luci e offuscato dai gas. Mi si sente urlare adesso. Un urlo soffocato. Una specie di rantolo acuto. Lo ricordo bene, quell’urlo. Di rabbia. Una rabbia atroce. Sarei stato capace di tutto in quel momento. Avrei fatto qualunque cosa a quelli che mi stavano inseguendo e sparando. Qualunque cosa a quelli che mi stavano squarciando i polmoni, occludendo i bronchi, cartavetrando la gola, arroventando la pelle, infiammando gli occhi. Poi, finalmente, quando tutto sembrava non avere più fine, la videocamera inquadra il sole. Ero fuori.

rf

Quel sentimento di collera

Questo mio articolo è uscito ieri, 16 dicembre 2010, sul Corriere del Veneto. Contemporaneamente, il mio ben più “vistoso” collega, Roberto Saviano pubblicava su Repubblica la sua lettera agli studenti. Ovviamente, mentre scrivevo queste righe, non sapevo cosa lui avrebbe scritto. Ma si sa, le idee dialogano anche da lontano, loro malgrado. Il problema (uno dei tanti problemi) nell’italia di oggi, è che il dialogo, il confronto e, perché no, anche lo scontro, è basato solo su una miriade di monologhi. Che non si incrociano mai.


Ci sono momenti, nel corso di un’esistenza, in cui senti di doverla prendere in mano, la tua vita, e farne l’uso migliore possibile. Succede quando capisci che attorno c’è il vuoto. Succede quando ti rendi conto che tocca a te e c’è poco altro da fare. E, soprattutto, questo momento capita quando sei giovane, quando sei studente. Quando scegli di investire la tua vita nel miglior modo – forse – possibile, che è quello di mettere alla prova il tuo cervello, di arricchirlo più che puoi, per metterlo, in futuro, a disposizione degli altri. Quando fai questa scelta, non pensi mai che lo metterai a disposizione di altri e altrove, il tuo cervello. All’estero. Per questo all’alba di martedì, molti studenti veneti sono partiti per Roma. Per rivendicare un diritto che, per uno studente, è al contempo un dovere: mettere il proprio cervello, il proprio sapere, a disposizione del paese in cui vivi. Sono andati lì per rivendicare questo, gli studenti veneti e del resto d’Italia. Lì, gli studenti del movimento Books bloc (e non Black bloc, sia ben chiaro) si sono uniti a ricercatori, a precari, a cassintegrati, a disoccupati. A tutta quella parte di società border line, che si trova a un passo dall’essere esclusa dalla vita. Lì, a Roma, è scoppiata la violenza. È curioso come, in Italia, non appena un movimento di sacrosanta protesta prende piede, non appena inizia a essere guardato con comprensione e simpatia dalla società civile, arrivino a frantumarlo e a criminalizzarlo, puntuali, i Black bloc. È successo a Genova nel 2001, è successo ieri a Roma. Curioso e strano. Perché chi ha avuto la voglia di approfondire il tema Black bloc, non pago delle superficiali note di servizio della tv, avrà scoperto che apparizioni e provenienze sono a dir poco sospette. E anche questa volta, come a Genova, ci sono immagini inequivocabili a confermarlo. Per cui, oggi, il movimento studentesco è subito stato bollato come violento, se non addirittura criminale. È una dinamica tipica del nostro paese in questi anni. Quel naturale e per certi versi nobile sentimento che porta il nome di collera, non viene preso in considerazione. Viene subito mistificato come violenza gratuita e inaccettabile, punto. Altrove non è così. In altri paesi, di fronte alla collera ci si interroga. Prima di tutti lo fa la politica. Ci si domanda, saggiamente, altrove, che cosa abbia spinto in piazza migliaia di persone in collera. Cosa è stato fatto, forse di sbagliato, per spingere la gente a questo. Si aprono dibattiti seri. Qui no. Qui da noi si predente che atti – quelli sì – di una violenza inaudita quali la certezza della precarietà, lo smantellamento dell’istruzione e della cultura, vengano assorbiti con dolcezza, seduti al calduccio del salotto di casa. Davanti alla tv, ovviamente. Oggi hanno sempre ragione solo quelli che accettano tutto con rassegnazione (o, peggio, con catatonia). Che accettano nuovi contratti di lavoro spogli dei diritti più elementari, che vanno a lezione dentro a edifici barcollanti, che con un sospiro passano davanti al teatro chiuso per sempre. Guai contestare, alzar la voce, ribellarsi. È antidemocratico e criminale. Inaccettabile nel paese “perfetto” che è l’Italia di oggi, dove un Calearo o uno Scilipoti qualunque diventano arbitri definitivi delle nostre precarissime esistenze. E dovremmo pure ringraziarli, col sorriso.