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robertoferrucci.com » cosa cambia
mar 9

Questo mio articolo è uscito l’1 marzo 2010 su il Venezia Epolis.

Ho ricevuto una lettera d’amore. Di quelle scritte su quei fogli che alle medie compravamo convinti di stupire le fidanzatine, un foglio che dall’azzurro, in alto, sfuma fino al bianco, in basso. Roba da fiaba, insomma. Una di quelle lettere che, puntuali, negli anni settanta ti ritornavano giustamente indietro appallottolate, e se non stavi attento, facevano pure male. Ma questa è l’epoca dell’amore, ci hanno detto, mica gli anni settanta. È una dichiarazione d’amore, la lettera, che parte dalla biografia dello spasimante. Tenta di sedurci confessando di essersi fatto da solo, nessuno gli ha regalato niente, e grazie a questo, è diventato ministro della Repubblica, che oggi conta ben più di un principe, anche se poi, a dire il vero, non si diventa ministri per concorso. Tenta di sdilinquirci proclamando l’amore per la nostra città, e prova a coinvolgerci in quella che definisce la sua meravigliosa avventura, diventarne il sindaco. La lettera d’amore di un ministro che vuole fare il sindaco della mia città, roba da andare in deliquio. L’azzurrino del foglio diventa nuvola, e lui ci svela di essere pieno di difetti, ma anche di pregi. Originale. E poi declama la sua coerenza, il suo essere sempre stato dalla parte dei deboli, dei lavoratori. Quei lavoratori che ha definito fannulloni e contro i quali ha scatenato la sua battaglia. Che, dice, sta vincendo. A questo punto della lettera, a te destinatario non può che battere forte il cuore, ma forse è meglio non dire il perché. Vuole riportare Venezia a essere un luogo bello in cui vivere perché, stando a Roma da anni, si è accorto che qui da noi si vive male. E dunque, continuando a stare a Roma, vuole occuparsene lui. “Considero questo l’impegno della mia vita”, scrive sul foglio sempre più degradante al bianco. Stare a Roma e fare il sindaco di Venezia. Ma, aggiunge che la decisione – per fortuna – spetta a noi. Il finale, quando il bianco è ormai candido, e ti viene in mente Biancaneve, è un delicato e avvolgente “Vi voglio bene” e la firma. Che bello. Sul foglio nessun altro riferimento, però è inevitabile non pensare al partito dell’amore. Amore per voi, per la città, per le poltrone. Amore spassionato e, soprattutto, disinteressato. Conquistati?

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mar 3

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto di venerdì 26 febbraio 2010.

Della sovrabbondanza di politici in tv non si lamenta ormai più nessuno. Si tratta di una consuetudine ormai entrata nella nostra quotidianità. Apri la tv e sono lì. Niente di più ovvio. Solo che è ovvio soltanto in Italia, dove la politica è diventata spettacolo e lo spettacolo si è dato alla politica. Un’anomalia diventata normalità, consuetudine, appunto. E la lettura di questa anomalia, la sua interpretazione definitiva, ci arriva – ebbene sì – da Sanremo. Il Festival di Sanremo ha sancito che nel nostro paese esiste solo ciò che ci viene sovramostrato, a dosi ultramassicce, in tv. La nostra “cultura” è diventata definitivamente e orrendamente televisiva. Orrendamente per quanto è inguardabile la televisione italiana oggi. Nemmeno la canzonetta, ormai, ha più il suo ruolo popolare. Irene Grandi o Renga, o Cristicchi, sono niente, quasi non esistono perché quasi mai li vediamo in tv. E infatti Sanremo, il festival, li ha ignorati. Trionfano personaggini con vocette standardizzate, ma che entrano nel sempre più scarno immaginario degli italiani solo perché la loro presenza è imposta dai reality show, unici riferimenti “culturali” di questo povero paese che è l’Italia. Talmente povero, talmente sgangherato, che ha trovato il suo inno ideale nelle terribili strofe di quella cosa che non puoi chiamare né canzone né testo firmata da Pupo e da Emanuele Filiberto. Testo che, guarda caso, è incentrato sull’amore per il paese, quel “sentimento” speso ormai a piene mani dalla politica. Lungimiranti, il principe e il cantante-presentatore, autore di quel verso indimenticabile, qualche decennio fa, “la scusa dei blue jeans che fanno male”. E, non a caso, pure loro – i due autori, non i jeans – invadenti e evanescenti figure del piccolo schermo. Il Festival di quest’anno ha insomma messo a nudo l’Italia di oggi. Un mix apparentemente invincibile di becera tv, di politica corrotta, di cultura (intesa anche come scuola e università) devastata. Come non riuscire a non vederlo tutto questo squallore che, infatti, pare invisibile? Semplice. Il metronomo della quotidianità, la scansione delle nostre giornate, il nostro dopolavoro, è quello schermo sempre più piatto che regna nelle nostre case. E, a differenza degli altri paesi (dove una televisione come la nostra non esiste neanche nei paesi meno sviluppati), nemmeno internet rappresenta più la salvezza. Sapete che cosa guardano maggiormente i ragazzini smanettoni, abili nel peer to peer pirata, vale a dire la possibilità di vedere gratuitamente i canali a pagamento? Guardano la diretta ventiquattr’ore su ventiquattro del Grande Fratello. Serve altro?

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feb 27

Questo mio articolo è uscito il 4 febbraio 2010 sul Corriere del Veneto.

Ce lo siamo chiesto in tanti il significato recondito di quella scritta sulle fiancate degli autobus: “Be Stupid”. Io credevo si trattasse di un promemoria. Della sempre più attuale ed evidente stupidità italica – cioè della nostra stupidità – abbiamo prove a ogni angolo e in ogni momento. Era divertente che qualcuno lo sottolineasse con sarcasmo. Poi, però, abbiamo scoperto che si tratta di una pubblicità della Diesel e, purtroppo, ci è stata pure spiegata, e la forza ambigua che aveva è andata a farsi friggere. “Siate stupidi”, dice – tradotto – lo slogan, che si metteva in corto circuito con tutti quei messaggi, in arrivo soprattutto dalla tv, che, subliminalmente, ci dicono “Siete stupidi”. Basta accenderla in qualunque momento della giornata, capitare sul programma pomeridiano di turno, sul reality di turno, sul talk show di turno, e un sottotitolo invisibile ma inequivocabile ci dice “siete stupidi”. Quello specchio catodico ci rimanda puntuale la nostra immagine. Ciò che siamo diventati. Per questo, il “siate stupidi” degli autobus, invece, sembrava davvero una sorta di promemoria esortativo, una presa d’atto in grado di essere sovvertita. Aprite gli occhi, insomma, poteva essere il suo significato. Invece no.
Il fatto di essere qui a scriverne (e voi a leggere) sancisce l’efficacia della campagna in sé. Questo è quel che la pubblicità deve ottenere e la Diesel ha ottenuto un risultato ottimo. Solo che sentire poi Renzo Rosso dirci che si tratta di un’esortazione, che secondo lui è meglio essere stupidi che intelligenti, mah. Siamo allo stesso livello del programma televisivo pomeridiano, del talk show, del reality. Quel “siate stupidi” è un invito a non smettere di esserlo, anzi. Deve diventare uno status. Sarà tutto un trionfo di magliette con quella scritta lì, la prossima estate, statene certi. Fine del sarcasmo, sparizione dell’ironia, trionfo della banalità o, peggio, sovvertimento, ancora una volta, dei significati delle parole: stupidità, secondo il proprietario della Diesel, è diventato sinonimo di creatività. Olè. Ormai i dizionari vengono quotidianamente scardinati, maciullati, dissacrati e alla fine buttati dalla finestra. Quindi, siate stupidi, dice Rosso, e potrete diventare come me. Lì, a suo avviso, nella stupidità, risiede il genio. Quanto stupido era Baudelaire? E Leopardi? Per non parlare di Bob Dylan o di Enrico Fermi. Italia, popolo di stupidi, navigatori e santi. Parola di Diesel.

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feb 17

Questo mio articolo è uscito lunedì 15 febbraio 2010 su il Venezia Epolis.

La personalizzazione di qualunque cosa, in quest’epoca è ormai un dato di fatto. Soprattutto in politica, ovviamente. I faccioni di protagonisti vari o la loro firma, campeggiano ovunque. Non importano più i contenuti, le proposte, le biografie. Conta l’apparire, il mostrarsi, e l’autoincensarsi. Comandano loro, dettano legge. L’altra sera, i titoli di coda del bellissimo sceneggiato su Franco Basaglia (lui sì figura immensa, uomo impeccabile) sono stati tagliati perché doveva al più presto apparire sugli schermi il faccione di Dell’Utri e del suo avvocato difensore Bruno Vespa, pronti a dare del pazzo (tu guarda le coincidenze televisive) a Massimo Ciancimino e tentare di screditarne le dichiarazioni fatte quel mattino al tribunale di Palermo. Primi piani stretti, enormi, come insegnò il Grande Fratello, quello di Orwell, non la robaccia che guardate ogni giorno su Canale 5. È questo il non tanto nuovo oppio del popolo italiano. Le overdose di faccioni, di primi piani sconcertanti di uomini che lo sono altrettanto. E a queste dosi massicce, lo spettatore risponde con la inevitabile dipendenza. Non ce la fai a staccarti. E scatta la persuasione. Quei faccioni parlano di tutto, sono interrogati su tutto. Soprattutto quel che non conta. Appaiono ovunque e comunque. Sempre. Come il candidato sindaco della destra a Venezia. Prima ha spiattellato il suo faccione su imbarcaderi, parcheggi, fermate d’autobus e bidoni delle immondizie. Poi, quel faccione ha iniziato a muoversi e a parlare (auto candidandosi al Nobel per l’economia, tanto per essere umile e discreto, dopo averci insegnato come si fa la pasta e fagioli). È la scuola del loro capo: apparire sempre e ovunque, spararla sempre più grossa che mai, fare i simpaticoni, raccontare barzellette, sorridere sempre, dire che loro sono l’amore e gli altri l’odio. E poi promettere, promettere, promettere. Ripetuto sempre tre volte, meccanismo per far diventare qualunque cosa uno slogan. Intanto, in questo modo, si dopano le campagne elettorali. Il martellamento mediatico è continuo e spietato. Quel candidato è ovunque, l’altro non si vede mai. Non resta che capire se e quanto questo smisurato e iniquo apparire sarà fruttuoso. Se e quanto i veneziani saranno alla fine vittime del consenso mediatico. Quello dei faccioni a tutto schermo.

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feb 11

Ammirando l’orrore. Vi lascio immaginare i commenti.

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feb 10

Questo articolo è uscito l’11 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

Credo di aver capito perché il Ponte dell’Accademia mi piace così com’è. Ho ritrovato il testo che segue in un file sperduto dentro un vecchio cd. Scritto più di vent’anni fa. “Il ponte ha una struttura di legno e ferro e centoquattro gradini in tutto, equamente suddivisi da una parte e dall’altra, anche se gli ultimi diciotto di una delle due parti girano di lato e si raddoppiano al suo opposto formando, ai piedi del ponte, due piccole rampe di accesso. La luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti. La mia andatura era lenta quanto può esserlo quella di uno un po’ pigro che passeggi per Venezia nel mese di agosto, a università chiusa ed esami ancora a una distanza di sicurezza. Io, che avevo vent’anni e volevo fare lo scrittore, mi sono accorto di quel tizio – anche se non l’avevo mai visto di persona prima d’ora – quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Venti metri circa. L’uomo indossava un completo di lino azzurro, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia e come non se ne vedono più in giro, anche se verso la metà degli anni ottanta poteva ancora capitare, specie addosso a un signore di sessant’anni. Le braccia dietro la schiena, saliva lento, la figura eretta.
Trenta gradini, venti metri circa. Questione di secondi. Secondi di cui mi sono impossessato completamente, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio. Era Italo Calvino. Dal taschino della camicia si intravedeva un astuccio per occhiali. Nero. I miei da sole, invece, mi permisero di mantenere fino alla fine lo sguardo nella sua direzione senza che lui se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto in fotografia e qualche volta in televisione: le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, come di chi sembra sempre da un’altra parte, ma non solo o, forse, non proprio così. Si trattò di pochi secondi in tutto. Soltanto quando ho svoltato a destra per entrare all’imbarcadero, ho alzato gli occhi verso il ponte, ma lui era sparito”.

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feb 4

Però quando uno se le cerca… (Grazie a LV per la foto).

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feb 4

Questo mio articolo è uscito qualche giorno fa sul Corriere del Veneto.

Le università italiane costrette a istituire dei corsi di grammatica italiana. Roba da scuola elementare o, al massimo, da scuola media. Nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe mai potuto pensarlo. Invece, nell’anno 2010, il nostro paese è ridotto in questo modo. Un paese gambero, l’Italia, retrocediamo in tutto, ma mai – noi, gli eredi di Dante, di Manzoni, di Calvino – mai avremmo potuto immaginare di perdere la nostra lingua. Così, se negli anni cinquanta e sessanta ci fu una corsa all’alfabetizzazione, soprattutto attraverso la televisione (qualcuno ricorda il maestro Alberto Manzi, quello di Non è mai troppo tardi? E lo sceneggiato L’Odissea introdotto da Giuseppe Ungaretti? L’elenco potrebbe durare pagine e pagine), da metà anni ottanta a oggi, di nuovo attraverso la televisione, è in atto un corso approfondito e scientifico di analfabetizzazione. Verrebbe addirittura da dire: analfa-ebetizzazione. Ci si laurea in fretta, in Italia, seguendo il corso di analfabetizzazione. State ogni giorno per qualche ora davanti alla tv (intesa come Rai e Mediaset e, soprattutto, le tv locali) e in poco tempo il risultato sarà ottenuto. Ne uscirete con un dizionario più scarno di prima. Avrete disimparato la vostra lingua, stravolto alcune nozioni di Storia, confutato saperi, smarrito valori e memoria. Avrete però imparato a urlare e appreso un’infinità di significati alterati: ultimamente, per esempio, esule è diventato sinonimo di latitante. Tutto quello che era stato costruito, una cultura nazionale in qualche modo identificabile, un percorso di apprendimento e di approfondimento che guardava avanti, sta svanendo nel nulla. Peggio: lo stanno cancellando. Le nostre conversazioni sono sempre più banali ed elementari, povere. Provate a prendere un autobus in Italia nell’orario in cui si esce da scuola e poi provate a farlo in Francia, in Germania, in Inghilterra. Qui, sempre, quando gli studenti sono in gruppo, quel che prevale è il cazzeggio (termine acquisito da certi programmi televisivi). Altrove, invece, si conversa. I segnali sono inequivocabili. Le giovani generazioni, universitari compresi, hanno come riferimento quotidiano non più lo studio, ma l’happy hour. E, badate bene, sono la futura classe dirigente, loro. Solo che non sanno più leggere né scrivere. Per questo l’ostinarsi a introdurre – oggi, allo stato delle cose attuale – l’insegnamento del dialetto nelle scuole equivale a un vero e proprio atto irresponsabile. Di più: un atto di terrorismo linguistico. Non siamo più in grado di maneggiare la nostra lingua e certi insegnanti, anziché insegnare la grammatica italiana, pensano alle filastrocche in dialetto. Povera Patria, cantava qualcuno.

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feb 3

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gen 24

Oggi si vota per le primarie del centrosinistra. Il candidato sindaco uscirà da tre nomi che in queste settimane si sono sfidati dimostrando al paese intero come sia possibile agire al di fuori delle imposizioni di partito. Così, mentre il candidato del centrodestra è stato scelto fra Arcore e Palazzo Grazioli (e non fa nessuna differenza, ahimè), e la scelta è stata la più sciagurata possibile, oggi sarà la città a decidere il nome di quello del centrosinistra. Una differenza di stile, ma anche – e soprattutto – della visione di ciò che veramente è la democrazia. Oggi si sceglie, dunque, e io sceglierò Gianfranco Bettin. Per tanti motivi, primo fra tutti l’amicizia, che però mai – da sola – mi avrebbe portato a scrivere questo articolo. Troppo ovvio, no? Poi, insieme a Tiziano Scarpa, abbiamo scritto un testo, un appello, da far sottoscrivere ai nostri colleghi scrittori. Hanno aderito subito, in tanti, e con entusiasmo. Da Ammaniti a Zanzotto, da Baricco a Tabucchi. E ieri si è aggiunto un altro grande autore, narratore importante e veneziano: Daniele Del Giudice. Quezta convinta adesione mi ha fatto capire che questo articolo dovevo scriverlo. Gianfranco Bettin è il sindaco adatto per Venezia perché ha l’esperienza giusta. Le esperienze. Il suo è sempre stato uno sguardo sulle cose a trecentosessanta gradi. E ogni volta, a ogni problema, a ogni aspetto, è sempre stato capace di fermarsi e quello sguardo sapeva andare in profondità. La sua forza è sì quella di essere un “animale politico”, come si definisce lui, ma io aggiungerei “anomalo”, nessuno come lui è infatti in grado di leggere il presente e di interpretarlo in un battibaleno dai più diversi punti di vista: quello politico, certo, ma anche quello sociologico, quello letterario, quello ambientalista, quello economico e, non ultimo, quello umano. La sua variegata e poliedrica cultura, sommata appunto alle esperienze, ne fa un politico raro e prezioso. È vero, girano molti luoghi comuni su Gianfranco Bettin, amico dei no global, troppo ambientalista, attento solo al sociale, o alla terraferma, ma se solo si avesse la voglia di leggere quei luoghi comuni nel loro complesso, ci si renderebbe conto che sono proprio quelli, i luoghi comuni, la vera e più ampia garanzia della sua capacità a mettere insieme, prima, e di tenere unite, poi, le diversità e di trasformale in una ricchezza per la città. Per questo, e molto altro ancora, in tanti lo vogliamo sindaco, Gianfranco Bettin.

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gen 22

Da il manifesto di oggi, 22 gennaio 2010.

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gen 20

Questo mio articolo è uscito il 6 gennaio 2010 sul Corriere del Veneto.

Sto per andare all’aeroporto di Treviso. Dentro lo zainetto, l’alimentatore del telefonino, quello della macchina fotografica, batterie di ricambio. Sono piuttosto preoccupato, dopo quello che è successo l’altro giorno a Palazzo Balbi, sede della Regione Veneto. Tutto fa brodo, oggi, nella periodica sindrome da attentato. Da anni, ormai, il prologo di ogni nostro viaggio è segnato da un obbligo ben preciso: dobbiamo dimostrare al mondo di non appartenere ad Al Qaeda o a qualunque altra sottospecie di cellula o formazione terroristica. È sufficiente la maldestra azione di un figlio di papà depresso (li avete letti i post in rete dell’attentatore di Amsterdam?), e le maglie della libera circolazione si restringono di volta in volta. Quando tempo fa un tizio riuscì a salire a bordo con dell’esplosivo liquido ne conseguì il divieto di introdurre qualunque bevanda o altro, ora che l’esplosivo era dentro le mutande… No, vi prego, questo no. Forse è vero, quel ragazzo poteva far saltare in aria l’aereo. Resta il fatto che lui, il terrorista, è passato, noi, invece, ogni volta coi pantaloni in mano, e l’imbarazzo per i calzini bucati, palpati davanti a tutti per il consueto e ovvio “buon viaggio” che sembra una presa per i fondelli. E poi, domanda ingenua: per quale oscuro motivo i terroristi, o presunti tali, avrebbero deciso di ostinarsi contro i blindatissimi aeroporti, lasciando perdere le ben più comode stazioni ferroviarie e i rispettivi treni (su questo troverebbero dei superesperti ancora a piede libero qui in Italia), o supermercati, o stadi. Macché. Fra un po’ prima di prendere un aereo ti faranno una tac, vedi mai che qualcuno si faccia trapiantare del tritolo. Sì, il tono è volutamente cinico, perché sarebbe arrivato il momento di guardare davvero in profondità questa infinita strategia della tensione. Prendete i regali dell’Enel agli assessori regionali. A parte il fatto di suggerirci l’altrettanto ingenua domanda del motivo per cui l’Enel debba fare dei regali a degli assessori, che sono dei semplici clienti di energia come tutti noi, ma questa è usanza tipicamente italiana (in molti altri paesi amministratori e governanti sono tenuti a rifiutare ogni presente onde evitare sospetti inevitabili), a parte questo, la fobia terroristica raggiunge vette da oggi le comiche. E come è stato letto il maestoso abbaglio veneziano? Come dimostrazione dell’efficienza di polizia e artificieri intervenuti in un battibaleno. Ne consegue un’ulteriore domanda ingenua: chi pagherà per il procurato allarme? Se io fra poco mi dimenticassi lo zainetto all’aeroporto di Treviso verrei premiato per aver consentito agli artificieri di dimostrare la loro tempestiva abilità? Non credo. Perciò, un’ultima ingenua domanda: qual è il vero terrorismo?

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gen 4

Non è propriamente un regalo di inizio d’anno. Queste pagine sono rintracciabili in rete, sull’utilissimo sito di Teca Libri. Ecco il link, per chi volesse farsi un’idea, oppure rileggere alcune pagine del mio romanzo. Buona lettura. E buon 2010.

Pagine tratte da: Roberto Ferrucci, Cosa cambia (Marsilio, 2007)

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gen 2

Questo mio articolo è uscito mercoledì 30 dicembre 2009 sul Corriere del Veneto.

Certo, firmerei qualunque cosa venisse proposta da Andrea Zanzotto e da Marco Paolini. Il maggior poeta italiano e il più importante esponente del teatro civile insieme a Dario Fo. Sono il Veneto come lo vorrei, quei due. Un Veneto saggio e acuto, brillante e inventivo. E aperto, soprattutto. Dovrebbero essere due come loro, i veri punti di riferimento per tutti noi. Invece, da queste parti, altro che saggezza: trionfa il populismo xenofobo della Lega. Per questo, l’altro giorno, quando Zanzotto e Paolini hanno proposto Laura Puppato, sindaca di Montebelluna, come candidato presidente della regione per il centrosinistra, non ho battuto ciglio. Scelta indiscutibile, ho pensato. Poi, però, un dubbio mi è venuto. Laura Puppato è molto amata in città, ed è a metà del suo secondo mandato. Va detto, che le sue affermazioni, in un territorio che vede la Lega trionfare più o meno in tutti gli immediati dintorni, sono state favorite anche – e forse soprattutto – dalle divisioni interne al centrodestra che si è presentato frammentato alle urne. Poi però Laura Puppato ha dimostrato delle capacità e delle qualità davvero rare negli esponenti politici di oggi. Dev’essere per via del suo essere sì del Partito Democratico, ma al contempo del tutto indipendente e capace di scelte che altrove sarebbero discusse per mesi e mesi prima d’essere – immancabilmente – accantonate. Non a caso ha portato Montebelluna ai primi posti fra le città d’Italia per la raccolta differenziata. Eccolo perciò il dubbio: quando i tuoi concittadini ti eleggono sindaco, ti riconfermano addirittura, e l’apprezzamento aumenta quando, invece, altrove, per molti suoi colleghi, non fa che calare, non è forse un dovere non soltanto politico, ma anche morale, quello di portare a termine il mandato? Perché candidarsi a presidente della regione (dove, tutti lo sanno, non avrebbe fra l’altro alcuna possibilità di vittoria) e mollare Montebelluna nel bel mezzo di un progetto politico? Inoltre (sanno tutti anche questo), Laura Puppato, con il suo addio, lascerebbe quasi certamente Montebelluna in mano alla Lega, quando invece, con i due anni che restano, avrebbe modo di consolidare un lavoro eccellente e convincere chi l’ha votata a credere ancora in una giunta pur senza di lei, ma nel segno della continuità. Inoltre, se la Lega viene additata, giustamente, come la nuova casta veneta (vogliamo parlare di tutti i doppi incarichi, e doppi stipendi, di Bitonci, Zaccariotto, Forcolin?), non è certo piacevole continuare a far nascere il sospetto che, alla fine, sono tutti uguali, ed è la “carega”, l’unica cosa che conta. Infine, ciò che dispiace, è vedere che nel dibattito che si è aperto, nessuno ponga questo problema. Come se i cittadini di Montebelluna non contassero nulla, surclassati e zittiti da quel che avviene nelle stanze del potere.

Questa mattina, 2 gennaio 2010, il sindaco di Musile di Piave mi onora di una sua replica. Nel pieno dello stile leghista che – oltre a prendere in considerazione solo il fatto degli “schei” e non la questione morale – fa della cultura altrui un dileggio. Ma tant’è. Questi sono i tempi e questi sono i nostri politici.


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dic 31

Questo mio articolo è uscito il 30 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

Che bello. Desideravate andare in discoteca l’ultimo dell’anno? Scatenarvi in spensieratissime danze sfrenate? Sì eh? Già. Però, acciderboli, c’è la crisi e la discoteca, il 31, costa un botto, non nel senso del petardo. E allora? Che fare? Niente paura. Stiano tranquilli gli appassionati perché a Venezia da tre anni c’è chi pensa a loro. La Venezia Marketing & Eventi spa, che nella persona del suo mirabolante direttore artistico porta avanti l’ormai collaudata (nonché originalissima) ideona del bacio in Piazza San Marco. Eh sì. La discoteca costa? La Venezia Marketing & Eventi spa ve la offre gratis e en plein air. Piazza San Marco trasformata in una enorme pista da ballo. Che figata, penseranno i ragazzi più smaliziati e non soltanto loro. Bene no? No. Da tre anni, l’ultimo dell’anno nella piazza più bella del pianeta è ridotto così, a una festicciola da quattro soldi ripetibile in qualunque luogo. Il più bel panorama architettonico e storico e artistico possibile ridotto a discoteca di provincia (con tutto il rispetto per le discoteche e le località di provincia, sia chiaro). Possibile? Possibile che la Venezia Marketing & Eventi spa, non sia in grado di offrire qualcosa di più consono al luogo e alla città? No, non c’è più speranza. Ciò che la Venezia Marketing & Eventi spa offre alla città più bella del mondo potrebbe essere organizzato da qualunque manipolo di ragazzi muniti di buona volontà. Già, il 31 dicembre, da tre anni a questa parte, in Piazza San Marco – il luogo meno banale del mondo – va in scena il trionfo dell’ovvietà, spacciata come spettacolo artistico. E quest’anno, poi, la Venezia Marketing & Eventi spa ha tenuto più volte a sottolineare la scarsità di budget. Solo che, a budget ben più sostanzioso, gli anni scorsi l’offerta era comunque sempre la stessa: la discoteca en plein air con lo sfondo più bello del mondo. Ci sarebbe da fare il tifo per l’acqua alta, non portasse con sé tutte le difficoltà e i danni che genera. E poi, chi parteciperà al Love 2010, non ha nessuna colpa. Prende quel che gli viene offerto. Perciò, appassionati di ballo, tranquilli: la mega discoteca della Venezia Marketing & Eventi spa, vi aspetta in Piazza San Marco, pronta a replicare, immancabilmente, a Carnevale. Let’s dance.

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dic 28

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dic 28

Questo mio articolo è uscito il 23 dicembre 2009 sul Corriere del Veneto.

In rete, da giorni, è tutto un fioccare di foto delle nostre città coperte di neve. Trionfano i reportages di pupazzi di neve sagomati ovunque e da mani non sempre solo infantili. Quando sabato mattina abbiamo aperto gli scuri e tirato su le persiane, la coltre bianca ha avuto – più o meno su tutti – lo stesso identico effetto: un sentimento di gioioso stupore. Sì, perché la neve in pianura, le rare volte che arriva, ha da sempre la capacità di farci fare quel repentino percorso a ritroso, dritti dritti verso la prima volta che la vedemmo, la neve. E ogni volta l’emozione è la stessa. Emozione, però, dalle durate differenti, a seconda del luogo in cui si abita, delle professioni, degli impegni che di lì a poco si dovranno affrontare. La neve scendeva, il vento la faceva vorticare, e se da un lato c’era già chi si bardava da perfetto fotoreporter antartico, chi – bambino – si preparava a soffici battaglie a palle di neve, dall’altro c’erano coloro che dovevano immediatamente prepararsi per affrontare i disagi che una copiosa nevicata comporta. Comporta, però, e chissà perché solo da noi. Treni in tilt, traffico pure, pedonalità ciondolante. Chi si è trovato nel cuore del marasma di questi giorni si è posto la classica domanda: ma come fanno nei paesi del nord europa? Che poi mica stanno lontani anni luce. E tutti ad accampare le scuse più stravaganti. Tipo che è stata una nevicata straordinaria, e tu ti domandi perché, a ogni pioggia, a ogni nevicata questo paese vada immediatamente al collasso. Ma quanto inadeguati siamo diventati? E quando qualche decennio fa nevicate come qyesta erano normali? Prendete le scuse del sindaco di Sandonà (nonché presidente della provincia di Venezia), che ha detto: non avevamo il magnesio. Che sì, serve a sciogliere la neve, ma se magari la neve la spali per tempo, forse, poi, del magnesio non hai più bisogno. Per non parlare dei treni. Ora, qui sì si diventa spietati. Perché a Trenitalia mancava solo la neve, in questi giorni, per esasperare quella figura imbarazzante che sta facendo agli occhi dell’Europa. Anche lì, tutta colpa della straordinarietà, salvo scoprire, poi, che il nostro Pendolino (quello costruito dalla Fiat), viaggia tranquillo dentro ai meno trenta della Lapponia, in Finlandia. E allora? Sono le contraddizioni dell’Italia di oggi. Ma di sicuro, fra il sollievo, ci sarà una piccola vena di tristezza quando, domani, apriremo scuri e tireremo su le serrande e ci accorgeremo che tutto è tornato come prima, a colori.

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dic 26

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dic 24

Questo mio articolo è uscito il 23 dicembre 2009 su il Venezia Epolis.

White Christmas è il titolo di una celebre canzone natalizia scritta da Irving Berlin. Un brano di cui esistono forse centinaia di versioni. La più nota è quella di Bing Crosby, dato che si trattava della colonna sonora dell’omonimo film diretto da Michael Curtiz (quello di Casablanca, tanto per intenderci). La conferma di queste notizie che nella mia memoria si confondevano, l’ho trovata – va da sé – su google. Solo che della canzone e del film (che in tutte le altre lingue appaiono subito, appena premi il tasto invio della ricerca) c’è traccia dopo un bel po’ di altri link. Link che rappresentano l’ennesima vergogna di questo paese – sì, il nostro, l’Italia. Il White Christmas in questione è quello xenofobo, razzista, messo in atto dal sindaco di Coccaglio (provincia di Brescia) Franco Claretti. Un signore che, insieme alla sua giunta, ha deciso di andare a stanare casa per casa gli eventuali clandestini presenti nel comune. Azioni che ricordano in tutto e per tutto i raid nazisti e fascisti, negli anni trenta e quaranta. Che cosa siano, i paesini del bresciano, lo ha mostrato nitidamente giorni fa un agghiacciante servizio di Annozero. Un’Italia che non sembra più l’Italia. Un accanimento che in questo caso non solo ricorda, ma ricalca in tutto e per tutto le leggi razziali del 1938. E a fregiarsi di questo squallore – a farsene vanto sproloquiando nel loro italiano sgangherato, nel loro vocabolario povero, ricco solo di volgarità e di odio – sono gli esponenti e simpatizzanti della Lega Nord. Forse faremmo tutti bene a guardarci allo specchio e a domandarci che cosa ci sta accadendo. A tutti noi, non soltanto a loro. Perché certi paesi del Veneto presentano le stesse caratteristiche inquietanti del White Christmas bresciano. Non devo certo star qui a spiegare quali siano i significati profondi del Natale. Mi chiedo però come, in questo paese, si possa fingere di non vedere che cosa sta accadendo. Di come questa nuova casta di politici grevi e gretti, pronti a occupare tutte le poltrone possibili, stia trasformando il nord Italia in qualcosa di irriconoscibile e macabro. Ora si sono pure impossessati, almeno su google, del White Christmas. Indecente.

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dic 23

Questo mio articolo è uscito il 13 novembre 2009 sul Corriere del Veneto.

In questo periodo, a Venezia, apri il giornale, la mattina, et voilà, la notizia di una nuova lista civica che, puntuale, viene annunciata. Annunciata e minacciata, anche. Le elezioni comunali si avvicinano, appuntamento cruciale, decisivo, per la città. Solo chi segue da vicino le vicende politiche riesce a districarsi in questo giochetto di nomi che vanno di qua e di là come banderuole. Giorni fa – non poteva mancare tra la Lista Civica dei Migliori e quella di Mestre Futura, e quella di Venezia in movimento e chissà quali altre – anche il sindaco Cacciari ne ha ipotizzata una. O forse no, forse era una di quelle già presentate, o annunciate, o minacciate, boh, chi ci capisce. E, soprattutto, che cosa ci capisce il cittadino? Quella di non riconoscersi più nei partiti sembra essere diventata ormai una moda. E così, fior di professionisti, quasi tutti ex qualcosa, si mettono insieme a gruppetti ed ecco sbocciare le civiche. A guardarle fanno venire in mente dei contenitori buoni un po’ per tutto e per tutti, vetrine temporanee munite di riflettori che consentono ai partecipanti il famoso quarto d’ora di celebrità. Liste che si premurano nel definirsi – tutte più o meno – trasversali, altra moda tutta italiana per non dire di essere disposti a concedersi al miglior offerente che, in questo caso, significa colui che ha più probabilità di vincere. Del resto, si sa, destra e sinistra non esistono più, dicono. Aspettano anche loro i sondaggi, tanto per essere, appunto, à la page. Leggi i programmi (programmi: gli appunti, le note di un eventuale programma) e ciò che salta agli occhi è la nuda e cruda concretezza, quel “fare” demagogico che permea la politica italiana di quest’epoca. Del tutto estranei, alle civiche annunciate, o minacciate, o già create, i valori, gli ideali. Ops, ho usato un termine vietato: ideali. Guai a nominarli. Se lo fai sei un conservatore o – e qui ti liquidano del tutto – un comunista. Insomma, le civiche sono tutto e il contrario di tutto. Almeno in questa fase di assoluta confusione. Una confusione ingiustificabile. Prendete il centrosinistra. Alle provinciali, l’Unione (ops, ho usato un’altra parolaccia, l’Unione, che non si deve dire, e soprattutto fare, mai più) nel comune di Venezia ha vinto con largo margine. L’elettore pensa, che se tanto mi dà tanto… E invece no. Con Cacciari che si congeda dalla politica (ma non lo aveva detto uguale uguale in passato?) ma che ritenta – così sembra – il gioco riuscitogli nel 2005, quello di distruggere il centrosinistra. Ne vien fuori un poco decente tutti contro tutti, sia di qua che di là. Del resto, anche Venezia sta in Italia. No?

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