Raccontando Jannik Sinner a Melbourne

Gli articoli che ho scritto sui quotidiani Nuova Venezia, Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, nei giorni scorsi.

 

 

Sinner-Djokovic, 26 gennaio 2024

Non si poteva fare altrimenti. La sveglia puntata alle 4.25 del mattino, e pazienza per le ripercussioni nella giornata successiva, lavoro o studio che fosse. Chi ne capisce e ama il tennis lo sapeva. Nessun dubbio che la notte del 26 gennaio 2024, giorno delle semifinali degli Australian Open a Melbourne, avrebbe potuto essere uno snodo decisivo nella storia del tennis. Le sensazioni erano vivide, nette. Poco importa come andrà la finale di domenica contro Daniil Medvedev. Battere Novak Djokovic a Melbourne, dove sembrava imbattibile, significava consegnare a Jannik Sinner la laurea di campione assoluto, definitivo. Un passaggio di consegne, una partita spartiacque, uno di quei momenti epocali, una di quelle notti da incastonare nel proprio immaginario.

La sveglia ha vibrato al polso puntuale. Per qualche secondo – ma solo pochi, pochissimi secondi, quando apri gli occhi fuori dai tempi consueti, le palpebre che oppongono resistenza – si è fatta avanti l’idea di vedere la partita più tardi, registrata, ché con lo streaming è possibile. Non sia mai, Djokovic-Sinner andava vista in diretta. Palpebre tenute su non si sa bene come e intanto prima parte del match sotto le coperte, con gli occhi presbiti incollati allo schermo dell’iPhone. La partita scorre via liscia, talmente liscia, talmente forte Sinner, da pensare di non esserti svegliato proprio del tutto. Invece. Invece si sta lì sotto le coperte, schermetto che vince non si cambia. Però. Però dall’altra c’è Djokovic, e allora ti aspetti che da un momento all’altro cambi tutto, si ritorni alla drammaturgia consueta, nota ormai da troppi anni. Ma sono cambiati gli autori, ci sono nuovi schemi, c’è freschezza e leggerezza, e nemmeno il numero 1 al mondo, l’imbattibile, può rimettere in discussione un andamento, una sceneggiatura che sembra scolpita sulla pietra.

Vince Jannik Sinner. Batte il numero 1, l’imbattibile di Melbourne, Novak Djokovic. Altri, alla fine, si sarebbero stesi a terra, stravolti dalla gioia e dalla fatica, sarebbero scoppiati in lacrime, increduli per aver sancito il termine di un’epoca della storia del tennis. Jannik Sinner no, ha alzato le braccia al cielo, ha sorriso in direzione del suo team ed è andato verso la rete per quel rituale che mai come questa volta ha manciate di significati in più, differenti. Ha stretto la mano a Djokovic e chissà cosa si sono detti, nell’abbraccio. Tutto qui, la svolta decisiva della storia del tennis consacrata con un sorriso, perché Jannik Sinner è un tipo così, assomiglia più a Björn Borg che a John McEnroe. Qualcuno dirà che era soltanto una semifinale, niente da gioire. Vero. Ma fra qualche anno qualcun altro scriverà che quella fra Djokovic e Sinner è stata “la” semifinale, quella della svolta, della fine di un’epoca, dell’inizio di un’altra.

Sinner-Medvedev, 28 gennaio 2024

Epico. Jannik Sinner è stato epico nella finale che lo ha visto vincere, ieri, il suo primo torneo dello Slam. Quarantotto anni dopo Adriano Panatta, che vinse al Roland Garros. Era il 1976 e la finale l’avevamo vista in bianco e nero. È cambiato il mondo nel frattempo, in meglio o in peggio, chissà. Ed è cambiato del tutto il tennis, che oggi va almeno tre volte più veloce di allora. Epico, sì, Jannik Sinner, nessuna esagerazione, stavolta, ché, si sa, spesso nello sport si fa abuso di aggettivi altisonanti, quasi sempre fuori luogo. No, stavolta la finale degli Australian Open del 2024 è stata davvero indimenticabile. Si fosse giocata alla stessa ora della semifinale con Djokovic, allo scoccare della seconda ora, con Sinner sotto di due set, incapace di qualunque tipo di reazione davanti all’aggressività di Daniil Medvedev, avremmo forse spento tutto e saremmo ritornati a a dormire. Ma alle 11.30 del mattino si poteva resistere, ci si poteva ancora aggrappare a qualcosa, anche se non si riusciva nemmeno lontanamente a intravedere che cosa. Intanto cercavamo le cause a quella situazione. La più ovvia e comunque più facilmente reversibile e perciò rassicurante era l’emozione per la prima finale Slam, che sembrava averlo paralizzato. Abbiamo ripetuto dentro di noi come un mantra che adesso gli passa, adesso gli passa. Ma non passava, e come ha detto lui “nei primi due set non ho visto palla”. I gesti scaramantici si sono sprecati, ma uno – devo confessarlo – alla fine ha funzionato: ho preso dalla libreria un libro di Gianni Clerici, il maestro del tennis narrato, e da lì è incominciata lenta la risalita, “punto dopo punto” suggeriva Vagnozzi a Sinner dagli spalti, e pazienza se alla fine avremmo pranzato verso le tre, mica potevamo perderci la premiazione e le interviste.

Questa volta, al punto del match point, si è lasciato andare, letteralmente, è crollato a terra, steso a braccia larghe, probabilmente più per la stanchezza che per la gioia. Poi la scalata in tribuna, verso il suo team, a nascondere – sembrava, pensavamo – le lacrime sulle spalle di Simone Vagnozzi e di Darren Cahill. Sembrava, perché poi, tornato giù, nessuna traccia di commozione, nemmeno questa volta. Tanta fatica, alla fine, anche per noi, quattro ore davanti alla tv, prima delusi, rassegnati per oltre due ore, increduli dopo un paio di settimane giocate in maniera impeccabile da Sinner, e i tre set finali, dopo. In mezzo, momenti, tanti piccoli momenti, tipo quando, dopo il punto più bello giocato da Sinner, nel quinto set, è stato inquadrato Rod Laver – splendido ottantaseienne, unico vincitore del Grande Slam – che applaudiva con convinzione, sorridendo. Sorridono, i veri campioni, niente urla, niente esagerazioni. Vincere è il loro mestiere. Il mestiere di Jannik Sinner.

Il giorno dopo

Ha stretto la mano al suo avversario, ha lanciato pallina e polsino ai ragazzini di cui ormai è il nuovo idolo e poi, la prima cosa che Jannik Sinner ha fatto dopo aver vinto gli Australian Open, è stato arrampicarsi in tribuna e abbracciare il suo team. Un abbraccio lungo, intenso, il viso appoggiato sulle spalle di Simone Vagnozzi e Darren Cahill, per nascondere finalmente le lacrime, credevamo. Tornato giù, invece, nessuna traccia di commozione, nemmeno questa volta. Qualcosa che non è freddezza bensì semplicità. Un team, il suo, la cui notorietà è ormai quasi pari a quella dello stesso Jannik, che non perde occasione di parlarne nelle interviste, non smette di dimostrare una gratitudine infinita. E affetto, soprattutto. I team che seguono i giocatori sono delle vere e proprie famiglie, per i ragazzi del tennis. A parte coloro che hanno i genitori come coach, tipo Tsitsipas o la mamma di Rune, che dovrebbero ascoltarsi per bene il discorso fatto da Sinner durante la premiazione, quando ha ringraziato la sua famiglia, quella vera, per la libertà delle scelte che gli hanno concesso fin da quando era piccolo. Saggezza altoatesina. Era ancora bambino, Jannik, quando è sceso dalle sue montagne per raggiungere la Liguria, per seguire la guida di Riccardo Piatti, uno degli allenatori più bravi e prestigiosi. Era agli inizi dell’adolescenza, il piccolo Sinner, e Piatti è diventato subito come un secondo padre. Per questo quando esattamente due anni fa è arrivata la notizia della loro separazione, le reazioni sono state di stupore. Sinner veniva da un periodo difficile, costellato di alti e bassi, e soprattutto di infortuni. Il suo tennis sembrava basato solo sulla potenza dei colpi, ma poca tattica, nessuna strategia. “Uccidere” il padre, si sa, non è una frase fatta, ma un passaggio fondamentale nella crescita di ogni persona. È arrivato Vagnozzi, seguito da Darren Cahill, che è stato l’allenatore di André Agassi, non uno qualunque. È cambiato tutto, il tennis di Sinner è diventato più vario, il servizio pressoché inesistente si è trasformato in uno dei più solidi del circuito. E poi la sicurezza mentale, la resistenza fisica. C’era tutto questo nell’abbraccio sulla tribuna di Melbourne. È grazie anche a loro se oggi Sinner è diventato il fuoriclasse che aspettavamo da decenni.


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