Italia-Germania 4-3

Oggi è morto Franz Beckenbauer. Chi ha più o meno gli anni miei, ricorderà la semifinale storica, Italia-Germania 4-3 e l’immagine di Beckenbauer con il braccio al collo, e poi il gol di Rivera e tutto il resto di quella partita, la più romanzesca della storia del calcio. Il brano che segue è tratto dal libro Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo (Limina Edizioni), che ho pubblicato nel 2010.

Italia-Germania 4-3

A differenza di Andrea Pirlo, Gianni Rivera non è mai diventato campione del mondo. Per dirla alla Nicolò Carosio, nel 1970 fu «quasi campione del mondo». Però, in quel Mondiale del Messico, lui e gli altri della Nazionale, giocarono la partita più famosa della storia del calcio, e lui, di quella partita, segnò il gol decisivo. Se si potesse mettere una partita di calcio dentro a un museo, lì dentro ci finirebbe Italia-Germania 4-3. La partita del secolo, quello scorso. Ma non sarebbe esposto il video dell’incontro, né i cimeli dei giocatori o il pallone. No, dovrebbe esserci proprio la partita intera, quella vera, da giocare e rigiocare sempre identica, con Rivera, Beckembauer, Riva, Overath e tutti gli altri in carne e ossa, giovani in eterno, perpetuati per sempre nel momento di quel 17 giugno 1970. Già. Sono passati quarant’anni e fa una certa impressione ricordare perfettamente quella notte. Erano gli anni in cui potevi caricare un’utilitaria fino a farla scoppiare e partire per le ferie. La villeggiatura, si chiamava. Un mese al mare e spesso uno anche in montagna. Anni in cui un impiegato dell’Agip poteva portare la propria famiglia (una famiglia classica, due più due) per un mese a Jesolo. In albergo, pensione completa. Erano gli anni di Domenghini e Riva, della staffetta Rivera-Mazzola, in porta c’era Albertosi e si giocava ancora col pallone a esagoni neri e bianchi, oggi sparito. Erano gli anni del «Corriere dei Piccoli», che io chiamavo il «Corrierino», e che aveva regalato ai suoi lettori una cartolina con le facce dei giocatori disegnate sopra, non so da chi. Sul retro della cartolina, prestampato, c’era l’indirizzo del ritiro azzurro in Messico. Suggerivano di mandarla al proprio giocatore preferito, ma era così bella che a Gianni Rivera non la spedii mai. L’ho conservata per anni, ma non so dove sia finita. E stavolta Google è fatale, digito «cartolina Mondiali 70» ed eccola. Erano anche gli anni di «dopo carosello tutti a nanna». E mica ero riuscito a convincerli, i miei, di lasciarmela vedere Italia-Germania Ovest, giù. Tutti su, a letto, in camera, decisero i miei. Gli unici italiani al mondo, protestai inutilmente. Del resto, era il 1970, e non erano molti gli hotel o i bar con la televisione, ma gli altri clienti si erano sparpagliati nei dintorni e io sapevo benissimo dove fosse il televisore più vicino. Non ricordo poi come mi riuscì, in camera, di trafugare dal basso fino a lassù, al piano superiore del letto a castello, la radiolina a transistor di plastica azzurra, comunque di mia proprietà (si fa per dire). So però che la radiocronaca di Enrico Ameri me la ricordo bene. Mi ricordo di come mi facesse sorridere ogni volta che nominava Burgnich con la c finale dura anziché dolce, come se finisse con la k e fosse tedesco pure lui. Non chiusi occhio per tutti i centoventi minuti. Ricordo la rabbia, di me piccolo tifoso milanista, per il gol dell’uno a uno a tempo scaduto del milanista Karl Heinz Schnellinger, che lì per lì presi come una sorta di tradimento, ma durò poco, perché pur soltanto a nove anni, ma già capivo che giocare per la propria Nazionale era un’altra cosa rispetto alle squadre di club. Ma accidenti, mi ripetevo, proprio lui doveva segnare?

I gol nei supplementari erano seguiti da dei boati che arrivavano dall’esterno. Da alberghi e bar degli immediati dintorni. Boati una volta tedeschi, due volte italiani, un’altra volta tedeschi e pochi secondi dopo di nuovo, definitivamente, italiani. E me le ricordo quasi a memoria, le parole di Ameri al gol del 4-3 di Gianni Rivera. Poco prima, al gol dell’ennesimo pareggio tedesco, esausto, sfinito dalla tensione, dalle emozioni, e dalla fatica del racconto intenso che durava ormai da oltre due ore, e che, all’altura di Città del Messico, immagino dovesse pesare ancora di più, sfiancato, dunque, Enrico Ameri disse rassegnato di sperare che finisse in fretta, che l’arbitro lanciasse la benedetta monetina (non c’erano i rigori, allora), e che fosse il destino a decidere quale delle due squadre dovesse affrontare il Brasile nella finale. Questione di pochi secondi, e l’Italia segna il gol decisivo. Ricordo bene l’urlo di Enrico Ameri, che dice che ha segnato ancora l’Italia, «e non sappiamo dirvi con chi, gentili ascoltatori». Io intanto stringevo i pugnetti sotto le lenzuola, attento a non muovermi troppo e svegliare mio fratello al piano inferiore, e poi Ameri ha subito aggiunto «esattamente con Rivera», e io ho lanciato un urlo muto dentro al cuscino. Una decina di minuti, Ameri che dopo il fischio finale dice dei giocatori azzurri: «li stringiamo anche noi della radio al nostro cuore». Io li avevo tenuti stretti all’orecchio per oltre due ore, gli azzurri, e subito, fuori, ci fu il caos. Clacson, urla, caroselli. Nessuno dormì quella notte, a Jesolo. Anche il resto della famiglia Ferrucci si svegliò e mio padre disse che a quel punto, ma sì, dai. Scendemmo a far festa anche noi.

Ancor oggi non riesco a spiegarmi il motivo per cui, quella Nazionale, che perse la finale contro il più grande Brasile di tutti i tempi, venne accolta, al suo ritorno in Italia, a pomodori in faccia. Spesso, noi italiani, siamo dei maestri inarrivabili di stupidità (anche se va detto, la colpa è anche un po’ mia e di mio padre: avessimo iniziato da quella finale del ’70 a guardare le finali dell’Italia ai Mondiali dal divano del nostro salotto, l’avremmo vinta noi quella Coppa Rimet). Italia-Germania 4-3 forse venne replicata in televisione il giorno dopo o forse no, questo non lo ricordo, fatto sta che l’ho vista e rivista chissà quante volte. Anche adesso, come sfondo a queste righe, il dvd addirittura a colori, come non la vide nessuno quella sera in Italia e nel resto del mondo, credo. Quei centoventi minuti fanno parte della nostra memoria collettiva. Non si tratta di una partita qualunque, ma di una partita che ha nome cognome e indirizzo: Italia-Germania 4 a 3, Stadio Azteca di Città del Messico. E delle facce, anche, delle immagini, dei suoni precisi: il braccio al collo di Franz Beckembauer. Il «vinciamo, vinciamo, vinciamo» urlato da quel tecnico o quel tifoso che stava vicino a Martellini. Schnellinger sommerso dal mucchio di compagni dopo il pareggio a tempo scaduto, le facce sgomente degli azzurri lì, accanto a loro, la sensazione della sconfitta dentro le case e sotto al mio cuscino. Nando Martellini che ripete: «Che partita amici telespettatori!». Gianni Rivera in ginocchio e in lacrime dopo il gol decisivo. El partido del siglo, l’hanno chiamata, e ancora non è chiaro se fuori dello stadio Azteca esista o meno una targa a ricordo dell’evento. Verrebbe voglia di andare fin laggiù solo per sincerarsene. Ma anche se non ci fosse, poco importa. Perché Italia-Germania 4-3 è comunque la partita della nostra vita, della vita di tutti, anche dei più giovani, anche se non era una finale. Mai ci fu un’altra partita dalla drammaturgia così imprevedibile, della trama articolata, dalla narrazione così piena di tali e tanti elementi romanzeschi.

Una partita giocata a Città del Messico, il 17 giugno 1970 e sotto al mio cuscino, al piano superiore di un letto a castello dell’Hotel Patrizia di Jesolo, dove Gianni Rivera, alla fine, segnò il gol più famoso della storia del calcio. E della nostra vita.