Venezia, la Sirenissima

Oggi, 28 novembre 2019, i veneziani (quanti?) sfileranno in corteo, per dire che Venezia è esausta. Questo mio articolo, uscito sul manifesto del 17 novembre 2019, si chiude così: “Possiamo starcene lì ad aspettare la prossima sirena, rassegnati, oppure, perché no, ribellarci, almeno per una volta”.

Duei disastri che provoca l’acqua alta a Venezia ormai sapete tutto, in quale modo arriva, come sale, come va misurata in rapporto al medio mare e delle tracce che lascia dietro di sé non appena defluisce in mare. E conoscete anche decine e decine di storie, di residenti e di negozianti, migliaia, che in questi giorni sono impegnati in un corpo a corpo sfiancante e disperato fra loro e la marea. Quello che è difficile raccontare è il momento che apre le porte all’angoscia di noi veneziani. Certo, il centro maree ci informa continuamente, ci invia le previsioni sul telefonino, sappiamo (quasi) tutto in anticipo, eppure quando quel momento arriva – e sappiamo perfettamente che arriverà – veniamo sempre colti di sorpresa, c’è sempre quel tuffo al cuore, ogni volta. Sto parlando delle sirene che annunciano il livello della marea. Scatta la sirena, in questi casi, e il tuo cuore – il mio, almeno – ha come un sussulto. Ai vecchi ricorda gli allarmi aerei della guerra, l’incubo ritorna e credo proprio sia inimmaginabile l’associazione che fanno dentro di sé, il terrore. È allora anche troppo facile, dopo questo accostamento, dire che mentre camminavo fra le calli, in questi giorni, mentre guardavo dentro ai negozi o alle case, era come se lo avessero subito davvero, un bombardamento. Il primo segnale della sirena – attenson ho letto che si chiama – arriva come una staffilata. Angoscia, subito, ma anche attenzione, perché i suoni successivi, earcon si chiamano, sono vibrati e prolungati. Gli abitanti di Venezia si mettono subito a contarli, anche se l’sms che ci è arrivato ce l’ha già detta a volte anche con un giorno di anticipo, la misura esatta, ma noi li contiamo lo stesso, forse nella speranza che quelle note crescenti si fermino a una o due, a quei livelli che ciascuno è in grado di affrontare senza danni. Centoventi, centotrenta centimetri. Tutta Venezia, in quel preciso momento, è concentrata solo su quella scala di note fastidiose. Tutti contano con le dita della mano. Martedì 12 novembre 2019, la sera, quella sirena ha suonato più volte, le previsioni avevano fallito e il centro maree cercava disperatamente di annunciarci il disastro. Ma tutto è andato troppo in fretta, tutto sarebbe stato comunque inutile dato il livello eccezionale della marea. I toni crescenti, poi, arrivano fino a quattro. E invece ce ne sarebbero voluti nove. Io, quando sento quella sirena, all’angoscia affianco una buona dose di rabbia. Perché ogni volta che suona, io penso al Mose. Non credo di essere l’unico. Spero di non esserlo. Penso a quell’opera fastosa, faraonica, schifosa (anche da un punto di vista estetico), che ha consentito a decine e decine di politici, di imprenditori e funzionari vari di arricchirsi attraverso un sistema di corruzione che non ha eguali nella storia. Un’opera nei confronti della quale mi sono battuto, negli anni, insieme a poche manciate di altri veneziani. Oggi tutti lo maledicono, il Mose, il famigerato Modulo Sperimentale Elettromeccanico, ma pochi, troppo pochi hanno provato a contrastarne la costruzione. Poi, in questi giorni si è palesata, spero non soltanto ai miei occhi, la pochezza assoluta della classe dirigente locale e nazionale. Non che avessi dei dubbi, ma è vero che bisogna essere degli autentici sprovveduti se di fronte alla catastrofe di questi giorni a Venezia, ogni politico sceso in Piazza San Marco affiancato dal nostro ineffabile sindaco, non ha fatto altro che dichiarare all’istante che il Mose deve essere ultimato al più presto. Bisogna essere quanto meno degli ingenui a dire ciò ignorando lo scandalo svelato nel 2014, ignorando tutta la sequenza infinita di incidenti che rendono finora inutilizzabile quell’aggeggio che mai – statene certi – entrerà in funzione. Sprovveduti o in malafede.

Chissà se suoneranno ancora, le sirene, quando e se lo faranno funzionare quel mostro meccanico in eterna costruzione alle bocche di porto del Lido che si chiama Mose, senza accento, ché non ha nulla a che vedere con le tavole della legge, che dovrebbe proteggerci dalle acque e che finora è stato utile solo a devastare un pezzo enorme di laguna e a mandare in galera un po’ di gente, e con la legge, allora, alla fine, ha avuto molto a che fare, con quella dell’uomo però, non certo quella divina. Sì, sento la sirena e penso ogni volta al Mose. Penso al sindaco di Venezia, che ha avuto la sfrontatezza di dire che quest’opera è stata fatta così, complessa, arzigogolata, incomprensibile, per colpa degli ambientalisti, contrari, ha detto, a un’opera che fosse visibile, impattante. Dire che si tratta di una fake news è un modo per essere educati. Ma che rabbia, però. Che rabbia essere ancora qui a rivendicare, a indignarsi, a cercare di capire e non trovare risposte. A non averle da chi dovrebbe darcele, le risposte. Una rabbia ancora più forte perché poi non sono uno di quelli abituato solo a puntare l’indice davanti a me. So girarlo verso me stesso. E se oggi Venezia è in ginocchio è anzitutto colpa nostra, che abbiamo consentito di tutto, che abbiamo lasciato fare, che mentre Venezia cambiava in peggio sotto ai nostri occhi, ci siamo spesso girati dall’altra parte. Indifferenti o, addirittura, complici. In questi giorni mi hanno chiesto cosa si potrebbe fare per salvarla, questa città moribonda, la città più bella del mondo. E che ne so, io, io so solo scrivere, io provo solo a raccontarla, Venezia, e non so nemmeno quanto e se ci riesco. So solo che, ancora per troppo tempo, non potremo fare altro che starcene lì, ad aspettare la prossima sirena angosciante. Starcene lì ad aspettare oppure, perché no, ribellarci, almeno per una volta.

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