Venezia il giorno dopo

Questa è la tribune uscita su Le Monde del 17 novembre 2019, con la traduzione di Lucie Geoffroy, e pubblicata anche da Repubblica sul suo sito. Qualcuno mi ha rimproverato l’utilizzo, nel titolo, della parola agonia. L’hanno trovata esagerata e fuori luogo. Tengo a precisare che nel testo non uso quel termine e che non è mai l’autore a fare il titolo del proprio articolo. È il primo di una serie usciti anche sulla Nuova Venezia e il manifesto. (E un po’ di imbarazzo, da parte mia, per il bel ritratto di Yann Legendre, così evidente accanto a un testo che racconta un evento tanto drammatico).

La notte scorsa Venezia è morta. Nulla a che vedere con La morte a Venezia di Thomas Mann. Qui si tratta della città intera. E non è solo un pensiero, perché la logica si rifiuta di lasciarsi andare alle emozioni del momento. No, è un sentimento quello che mi pervade più cammino, più mi guardo intorno. Un sentimento doloroso e incredulo. E una presa d’atto, anche: che in certi casi la frase fatta “non ci sono parole”, ha un suo fondo di verità. Potete leggere mille reportage, compreso questo, ma nemmeno dei maestri come Ernest Hemingway o Emmanuel Carrère riuscirebbero a trasmettere il dolore, la rabbia, lo sconcerto, la paura, tutta quella gamma di sentimenti che solo chi ci vive, a Venezia, solo chi l’ha scelta per la sua unicità o ci è nato, può davvero sentire. Solo chi è radicato in questo posto come i tronchi che da secoli fanno da fondamenta alla città più bella del mondo sa e sente davvero cosa è successo. Ma nessuno di noi troverà mai le parole per raccontarlo, anche se poi, alla fine, lo scrittore ha il dovere di provarci. Esco di casa, taccuino, penna, smartphone per gli appunti visivi e via. Lo avevo già fatto la notte del disastro, ma quello non era proprio il momento del racconto. Vaporetti affondati, alberi sradicati, capitelli polverizzati, e poi negozi distrutti, appartamenti resi inabitabili. I vaporetti affondati sono a pochi passi da casa mia. Sono le imbarcazioni numero 191 e 203 dell’Actv. Erano ormeggiati lì per la notte. La mareggiata deve averli fatti sbattere l’uno contro l’altro, frantumandoli. Di fronte a loro, nel parco di Sant’Elena, una manciata di alberi sradicati. Infilo una mano nel taschino, la mattinata è grigia, ma sono costretto a mettere gli occhiali scuri. Voglio che le mie emozioni rimangano mie, nascoste là dietro. Più in là, via Garibaldi, uno dei luoghi più vivi e vivaci della città, dove i residenti all’ora dell’aperitivo scendono e se ne stanno lì a chiacchierare in uno dei tanti (forse troppi) caffè che la riempiono. Quel posto, uno dei pochi ancora autenticamente veneziano, è stato invaso l’altra sera da una vera e propria ondata d’acqua, sembrava uscito direttamente da una delle foto in bianco e nero di quel lontano e famigerato 4 novembre 1966, di quell’alluvione devastante, solo che sono passati cinquantatré anni, non più foto in bianco e nero ma video digitali in HD, ed è successo di nuovo, mezzo secolo dopo, mezzo secolo di evoluzione in ogni settore della nostra vita, ma per Venezia, noi, veneziani e italiani, non abbiamo fatto nulla affinché quell’episodio tragico non si ripetesse. Niente di niente. Abbiamo fatto ridere il mondo intero con l’opera faraonica e incompiuta chiamata Mose e nel frattempo – ripeto: cinquantatré anni – abbiamo solo contribuito a peggiorare le cose. Abbiamo trasformato Venezia in una Disneyland speciale, unica. Non abbiamo fatto più nulla per tramandare la sua storia, la sua arte, la sua unicità e, soprtattutto, la sua fragilità. I turisti oggi si guardavano intorno e sorridevano, si facevano selfie a rotta di collo. Avrei voluto insultarli, rovesciargli addosso tutta la mia rabbia, ma poi mi sono detto che anche in questo caso è colpa nostra, siamo riusciti a far passare solo l’immagine più stereotipata e sciocca di Venezia, quella di una cartolina permanente. E dentro quella cartolina hanno pensato che forse qualche buontempone ci avesse messo anche l’acqua alta e le sue conseguenze, quelle robe che ci siamo abituati a vedere nelle serie tv. Venezia per la maggior parte di chi arriva è un bon bon da gustare in fretta, e a noi veneziani, da troppo tempo va bene che le cose vadano in questo modo. Eppure, oggi finalmente riaffiorano i contrasti che per decenni abbiamo finto di non vedere, emergono dall’acqua, insieme a spazzatura e frattaglie. Oggi, subito dopo il dolore, possiamo mettere in fila gli episodi drammatici che si sono succeduti quest’anno: grandi navi, trombe d’aria, acque alte eccezionali, oltre al resto, ormai in atto da anni: palazzi storici trasformati in alberghi, negozi artigianali che si trasformano in souvenir a un euro, appartamenti affittati esclusivamente a turisti. Questo elenco dovrebbe produrre un’unica conseguenza: farci aprire gli occhi. Credete accadrà?

Intanto cammino e in via Garibaldi non un solo negozio si è salvato. Osservo la disperazione e mi sento in colpa per abitare nella zona più rialzata di Venezia, risparmiata dall’acqua, mi sento solo uno spettatore imbarazzato. C’è chi si danna per rimettere in ordine quanto possibile, e chi si guarda intorno smarrito, senza sapere bene da dove incominciare. Lo smarrimento è totale, la sconfitta è manifesta. Ma svaniscono almeno un po’ quando arriva un gruppo di ragazzi muniti di guanti e grandi sacchetti di plastica. Sono gli studenti di Ca’ Foscari, affiancati da coetanei non universitari ma con lo stesso meraviglioso spirito di solidarietà. Si sono rimboccati le maniche e sparpagliati a centinaia in giro per Venezia. Aiutano chiunque abbia bisogno. Riconosco un mio studente e corro ad abbracciarlo e ringraziare lui e i suoi compagni. Ma smettetela di chiamarli angeli: sono giovani che, a differenza di noi adulti, non hanno ancora smarrito il naturale e necessario sentimento di solidarietà. Non hanno nulla di divino e tanto, per fortuna, di umano. È l’unico momento di sollievo e di speranza in una giornata grigia dentro e fuori. Alcuni dei negozi in cui i ragazzi entrano sono ridotti talmente male che mi domando se riusciranno mai a riaprire, con la consapevolezza, poi, che nei prossimi giorni ci sarà la replica: maree eccezionali, senza sosta, estenuanti e invicibili, e allora ti chiedi perché mai darsi così da fare. C’è un senso di impotenza che si mescola a rabbia, a rassegnazione, a paura. In Riva dei Sette Martiri, il bar Melograno, dove ho trascorso, negli anni, centinaia e centinaia di mattine e di pomeriggi a scrivere, ha le vetrate sfondate. Guardo dentro, e quel sentimento diventa profonda tristezza, dolore. È il mio luogo dell’anima questo, e a vederlo ridotto così, per fortuna ho gli occhiali da sole. Il mio cammino continua e l’elenco potrebbe continuare per pagine e pagine, ma poi riesco a trovare il modo di far convivere dolore e indignazione. Succede quando esco dal negozio-galleria del fotografo Marco Missiaja, vicino a San Marco. Non conosco nessuno che ami questa città quanto lui, che sa guardarla attraverso i suoi obiettivi come pochi. Quel luogo, che ho imparato a conoscere come un concentrato di bellezza e talento, che mostra Venezia al mondo intero, nel giro di pochi minuti è diventato come una specie di discarica, di foto accartocciate, macchine fotografiche da buttare, cornici divelte. Con lui, abbiamo evocato il Mose. Il Mose, quella ridicola e scandalosa grande opera, costata miliardi di euro, che ha prosciugato tutti i fondi destinati alla manutenzione ordinaria della città, un’opera mai finita e – scommetteteci – che mai entrerà in funzione, servita solo ad arricchire i soliti noti, alcuni finiti in galera, altri invece usciti indenni, quell’opera è non solo incompiuta e inutile, ma pure dannosa, visto che c’è chi ha dimostrato come sia essa stessa, oggi come oggi, una delle cause di queste maree eccezionali sempre più frequenti. Il Mose, che tutti evocano in queste ore drammatiche. « Bisogna finirlo », hanno detto a ripetizione i politici arrivati in stivaloni a fare passerella elettorale in Piazza San Marco. Compreso il sindaco di Venezia, che in conferenza stampa ne ha buttate là una delle sue, tanto per fare un po’ di propaganda fuori luogo. Un classico, ormai, di quest’epoca politica: dire qualcosa di fantasioso, fuori contesto, di modo che non ci sia nessuno che possa ribadire o contraddire. Ha detto il sindaco, parole testuali: “Lo sapete perché si è scelto di fare un sistema che sparisce? Perché gli ambientalisti non volevano che si vedesse niente. Hanno detto, non vorrai mica che facciamo le bocche di porto come in Olanda, noi siamo più bravi, noi siamo ambientalisti, non si deve vedere niente e quelli allora si sono inventati una roba stranissima”. Voilà. Colpa degli ambientalisti, sarebbero loro, a detta del sindaco, ad aver imposto il Mose. Dobbiamo ridere o piangere? Poi ci ha aggiunto il suo solito mantra: lo scavo del canale Vittorio Emanuele per fare arrivare le navi da crociera (quelle che dovrebbero stare fuori dalla laguna e basta) a Porto Marghera. Uno scavo inutile e però costoso e dannoso, tanto per scombinare ancor di più i già compromessi equilibri della fragilissima laguna veneziana.

Allora là, fuori dal negozio del fotografo Marco Missiaja, rientrando a casa, una cosa ho capito: Venezia la può salvare soltanto il resto del mondo. Una sovrastruttura internazionale composta da gente competente e capacissima, perchè noi, veneziani e italiani, ormai è assodato, non siamo in grado di gestirci da soli. Certo, qualcuno ci sarebbe, ma in questo paese ormai la gente non sceglie più chi ha competenza, cultura e buon senso. Si sceglie chi parla alla pancia, chi la spara più grossa. Abbiamo lasciato morire la città più bella del mondo e con lei noi stessi. Possiamo ancora resuscitarla, a patto che qualcuno ci aiuti, ci venga imposto, dall’Onu o dalla comunità internazionale. Salvatela voi, Venezia, perché noi, lo confessiamo finalmente a gran voce, siamo soltanto colpevoli.

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