Venezia è laguna (3)

Il libro è arrivato in questi giorni in casa editrice. E io sono felice di essere lontano da Venezia, di percepire questo, che è comunque un piccolo evento, in maniera attutita, ovattata. Da un po’ è incominciato il momento per me meno entusiasmante di quando scrivo un libro. Inizia con le prime bozze, la preoccupazione per i refusi, interi brani che ti viene voglia di riscrivere (e li riscrivi), incertezza complessiva sulla tenuta del testo che si alterna all’euforia per la evidente tenuta del testo, oltre a – in questo caso, trattandosi del primo volume di una nuova collana – tutta una serie di dubbi tipografici sui quali però, giustamente, l’autore ha alla fine poca voce in capitolo. Quando si arriva a questo punto della genesi di un libro, l’editore si trova davanti a tutte le nevrosi, tutte le insicurezze, tutte le paure che ogni scrittore porta con sé. Sono, per quanto mi riguarda, i momenti meno esaltanti della scrittura, proprio perché con la scrittura hanno poco a che fare. Non avessi fin da subito, dal 1993, trovato il modo di innescare una modalità quasi zen, ora mi ritroverei davanti alle solite domande. Come sarà venuto il libro? La copertina avrà i colori che avevo immaginato? Avranno avuto davvero ragione i grafici? Ma questo è niente, perché spesso, ancora prima, c’è l’incubo del titolo, quando non lo trovi o quando, peggio, non piace all’editore. Finora, però, dal mio primo libro a questo, mi è sempre andata bene. I titoli li ho sempre azzeccati (o velatamente imposti?). Tralascio le battaglie sulla copertina, perché anche lì, ho sempre avuto fortuna. Poi arriva il momento di preparare la lista delle spedizioni alla stampa, agli amici scrittori, ai librai. Avrò dimenticato qualcuno? Ma soprattutto: piacerà? Lo capiranno? Potrei mai sopportare le osservazioni di quella critica del Corriere? O del mio amico di Repubblica? O i rimproveri dei miei scrittori preferiti? E poi: arriveranno in tempo i libri? O si perderanno, come spesso accade, nei meandri degli uffici postali? Ansia. Consapevole, alla fine, che anche le recensioni sui giornali, servono a poco o niente, in un Paese dove i lettori sono una sparuta compagnia in via di estinzione. Preoccupazione, dunque. Paura. Meglio evitare, poi, i giri nelle librerie, evitare la frustrazione di vedere che il tuo libro non c’è, e se sì, vederlo confinato in uno scaffale là in basso, laggiù in fondo. E in libreria, poi, ci sono le presentazioni. Ci sarà gente? Quelli che si scapicollano per avere per primi le date, saranno poi all’altezza di organizzare al meglio le serate? E, dato, l’argomento così delicato di questo libro, ci saranno polemiche? Sarò in grado di gestirle? La tiratura è di millecinquecento copie, quanto venderà? Funzionerà la distribuzione? Per non parlare poi di quelli che ti conoscono, che ti incrociano per strada e si complimentano con te: Ah, ho visto il tuo libro in vetrina, complimenti. Oppure: ho sentito che è uscito un tuo nuovo libro, bravo. E nei loro occhi, l’indifferenza più totale, la certezza che quel libro non andranno mai a comprarlo, soprattutto quelli che chiosano con un violentissimo: quando me lo regali?

Sia chiaro: è sempre un grande piacere incontrare i lettori, fare le dediche cercando di non scrivere mai le stesse frasi, rispondere alle domande più curiose, che vengono puntualmente fatte quando l’incontro è però finito. È bello, ma mette ansia, è snervante. Ed è frustrante, quando fai magari centinaia di chilometri per ritrovarti davanti a cinque persone e te ne vai senza che il libraio ne abbia venduto una sola copia. Capita a tutti, a ogni scrittore, chi più chi meno, sappiatelo.

Quando racconto questo, pochi mi credono, tutti convinti che l’elenco che ho appena fatto sia eccitante. Chi frequenta i laboratori di scrittura, nelle librerie o all’università, ha la giusta ambizione di vedere il proprio nome stampato su una copertina. Solo che quasi tutti pensano debba essere quello l’obiettivo. Anche nella scrittura, ci comportiamo come nel viaggio, quel che conta è la destinazione, e non il percorso. Per questo, quando dico che l’unico momento che conta davvero, per uno scrittore, dovrebbe essere (lo è per me) il momento della scrittura, sono in pochi a credermi. E si tratta di un momento lungo, a volte lunghissimo, con alti e bassi vertiginosi. Splendido e doloroso.

Perciò, se mi chiedete se sono emozionato per l’uscita di Venezia è laguna, vi risponderò no. Se mi chiederete se sono felice, risponderò no. Perché, grazie anche a un paio di preziosissimi maestri, ho subito capito – sentito – che ciò che conta è scrivere. Ciò che conta è percorrere i lunghissimi, estenuanti ma bellissimi sentieri del racconto. È durante questo tragitto che lo scrittore deve dare il meglio di sé. La pubblicazione ne è una inevitabile e comunque più piccola conseguenza. Non deve mai essere l’obiettivo. Ed è talmente splendido il momento della scrittura, che io ormai so di dilatarlo scientemente e, anche, sì, inopinatamente. Ma ormai sono così e non cambierò certo adesso. Tanto prima o poi li finisco, i miei libri. O li faccio finire, perché a me non sembrano mai finiti.

A questo punto, dunque, se mi chiedete come mi sento per l’uscita di Venezia è laguna vi risponderò: sono soddisfatto. Perché io ho fatto quanto ho potuto, così come l’editore e i grafici. Se poi tutto ciò si è trasformato in qualcosa di bellissimo, saranno i lettori a sancirlo. E se qualcuno vorrà invitarmi in giro a presentarlo, verrò, ma spero sia a questo punto chiaro il mio sentimento. In tutta sincerità.

Un paio di inviti ci sono già:

Libreria Feltrinelli di Mestre, mercoledì 9 ottobre 2019, ore 18.30, con Gianfranco Bettin

Villa Hériot, sabato 12 ottobre 2019, ore 17.00, con Francesca Brandes

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