De André a Venezia

L’1 dicembre 1997, al Palafenice di Venezia, ho visto il concerto “Fabrizio De André a teatro”. Il teatro vero, La Fenice, era andato in fumo l’anno prima. De André e i suoi musicisti hanno così suonato sotto a un tendone, attrezzatissimo, certo, ma che nulla aveva a che vedere con il magnifico teatro veneziano, oggi ricostruito dov’era e com’era. C’era dunque questo côté triste, fra i veneziani, là dentro, ma non appena partirono le note del primo brano, non eravamo più sotto a un tendone temporaneo, bensì immersi dentro la musica, dentro la poesia. Lo avevo visto un’altra volta, quasi vent’anni prima, il 9 gennaio 1979, in concerto con la Premiata Forneria Marconi al palasport di Mestre. Due serate indimenticabili. Un paio di giorni dopo il concerto al Palafenice, sulla Nuova Venezia, è uscita questa mia cronaca.

Prima di uscire per andare al concerto di Fabrizio De André, volevo allenare un po’ l’orecchio, rinfrescare la memoria. Riascoltare qualche suo disco. Alla fine, però, mi sono accorto che De André ce l’ho solo in vinile e il piatto del giradischi giù in magazzino. Così mi sono “accontentato” di Leonard Cohen e Bob Dylan, quelli che lui considera i suoi maestri, che ha tradotto e poi ricantato in italiano. Mi sono preoccupato di questa colpevole mancanza, oppure soltanto disattenzione, forse. È triste questo abbandono del vinile; ci preoccupavano i fruscii, gli strisci, ma è davvero così migliore la pulizia dei nuovi sistemi?

Da quanto tempo non lo riascolto De André? Molti anni, dall’avvento del cd, come minimo. Poi, a ben pensarci, mi sono reso conto che De André è uno di quegli autori (cantautore? poeta?) che ormai fa parte di te, che ti sembra di averli tutti i suoi dischi, anche l’ultimo, Anime salve, eseguito per intero nel tour che sta toccando tutta l’Italia.

Anche dentro al Palafenice, guardandomi intorno, mi chiedo quanti siano nella mia situazione, quanti lo riascoltano regolarmente, si alzano dalla poltrona, prendono il disco, accendono lo stereo, si risiedono e cantano magari insieme a lui. Generazioni intere, questa volta sì, qui al concerto, con molti fra i giovani che capisci essere arrivati a Fabrizio attraverso suo figlio Cristiano, che in questo tour si dimostra anche ottimo chitarrista e violinista. Toccherà a lui riaprire dopo la pausa con Nel bene e nel male e Invincibili, eseguiti con la sola chitarra e accompagnato da molti ragazzini che cantano insieme a lui. Ma tutti cantano durante il concerto, fin dall’inizio, tre brani tratti da Creuza de ma, e poi le nove canzoni di Anime salve, scritto insieme a Ivano Fossati, ed è un canto non certo da coro da stadio, ma qualcosa di più sommesso, una sorta di accompagnamento emotivo, forse. La voce di De André, invece, quella di sempre, inconfondibile, uguale ai due concerti dal vivo che ho già visto più di quindici anni fa, al Palasport di Mestre uno, e quello con la P.F.M. prima ancora, non ricordo più dove e di cui sono rimasti alcuni arrangiamenti anche nel concerto di questa sera. Canta seduto, come sempre, si alzerà solo alla fine, per presentare i musicisti, bravissimi, su tutti Mark Harris alle tastiere, Ellade Bandini alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni. La scenografia è semplice, uno sfondo monocolore come fosse un cielo, a volte arancione come un infuocato tramonto, a volte azzurro, con le ombre dei musicisti a fare da nuvole. Ai due lati, degli enormi tarocchi che a sinistra sono messi insieme a comporre un castello di carte e a me piace pensare che quell’equilibrio così precario ma perfetto sia l’esemplificazione del suo fare musica.

Ma è la seconda parte a essere necessariamente la più seguita, la più intensa, quella dei classici: quei brani che dire che fanno parte della nostra vita è pura verità. Si parte con cinque brani da La buona novella, album del 1970 che, in un periodo di pieno fermento studentesco, fu accolto male da chi pensava fosse sbagliato occuparsi della vita di Cristo. Eppure, nonostante ciò, anche qui la partecipazione è intensa, qualcuno non trattiene le lacrime. Finite (le canzoni; le lacrime, quelle, ci saranno anche dopo) parte il gran finale con Bocca di rosa, Amico fragile, Via del campo, Sand Creek e si mette in moto tutto l’immaginario emotivo: quanti anni avevo quando ho sentito per la prima volta Bocca di rosa, se non conoscevo ancora l’esistenza del verbo parafrasare che io capivo “parafrasario” per far rima con commissario? E che dire della madre di una mia amica che vietò a sua figlia di ascoltare De André dopo averne letto i testi? E poi vengono in mente Mauro Pagani (avrà insegnato lui il violino a Cristiano?), la P.F.M., Massimo Bubola. E sul meraviglioso fuori scaletta, Geordie, cantato insieme alla figlia Luvi, non puoi non ripensare a Dori Ghezzi, al rapimento, alla bravura anche di questa figlia (ma che cosa significa essere figli di De André e fare il suo stesso mestiere?).

Si chiude con Marinella e Sand Creek ed è l’apoteosi, con la gente in piedi sotto il palco. Sarebbe da prendere l’accendino dalla tasca, adesso, ma dato il luogo forse è meglio lasciar perdere. Finiti i ringraziamenti è tutto uno stringere le mani sotto il palco, per ringraziare un amico, un compagno di vita, mica solo un semplice cantautore. Fuori, mi chiedo chi altri in Italia, possa essere paragonato a De André, a uno che, per chi è attorno ai quaranta, c’è sempre stato, da quando abbiamo acceso per la prima volta la radio e stasera era qui a cantare ancora quelle canzoni, e altre di nuove, belle come le vecchie. Verso casa, la notte, invece di fischiettare le canzoni appena ascoltate, canticchio tutte quelle che non ho sentito. E poi una domanda: la serata per me è cominciata ascoltando Leonard Cohen e Bob Dylan. Chissà se ha proprio ragione Fernanda Pivano, quando dice che se De André fosse nato negli USA sarebbe stato ancora più grande di questi grandi?

Leggi questo post in e-bookLeggi questo post in e-book


Also published on Medium.