Librerie veneziane (che chiudono)

Un mio editoriale pubblicato il 19 gennaio 2017 sul Corriere del Veneto, dove si parla di vere librerie veneziane che chiudono e di una finta libreria veneziana definita la più bella del mondo.


L’immagine è desolante, arrivi poco prima di Campo San Giovanni e Paolo e là dove l’occhio coglieva puntuale i colori delle copertine e dei titoli della Librairie Française, ora c’è solo del grigio, a oscurare la vetrina. Niente più colori dei libri, niente più storie, niente più quella sensazione, guardando la vetrina, di essere a Parigi, e poi entrare e comprarne qualcuno, per affinare il tuo francese, o anche solo provare a capirne qualcosa.È l’ennesima libreria a chiudere a Venezia, fra l’indifferenza generale, soprattutto delle istituzioni cittadine. Questa strage culturale non riguarda soltanto Venezia, ma Venezia è la città dove è nato il libro e un minimo di riguardo in più non guasterebbe. Sono tanti i motivi che costringono i librai a chiudere, ma c’è una questione di fondo, al contempo assurda e sciocca: considerare la libreria come un puro esercizio commerciale. Il libraio è da sempre un vero e proprio operatore culturale che offre ai cittadini del territorio ciò che le istituzioni non offrono più da anni e anni: promozione (e produzione) culturale. La sua è una funzione educativa. Per le istituzioni cultura è sinonimo di museo, di patrimonio artistico, qualcosa insomma di facilmente monetizzabile. Per quale motivo le librerie non possono usufruire, almeno a Venezia, delle stesse tutele di musei e chiese? Forse perché continuiamo ad avere un “ministero dei beni culturali”, che con questo nome si occupa soprattutto del patrimonio artistico e storico, e non invece – come altrove – un “ministero della cultura”, che dovrebbe dedicarsi anche della produzione culturale e della sua diffusione.

Il paradosso è che, mentre le vere librerie chiudono, i media italiani e internazionali, stanno esaltando un vero e proprio magazzino che, non lontano da dove stava la bellissima libreria francese, ha montagne di libri accatastati alla rinfusa, trattati come si trattano le cose smesse che butti in soffitta, ma siccome si affaccia su un canale, e dentro c’è una gondola piena di libri, e libri sono usati come oggetti qualunque, e il “libraio” sembra un pirata, viene definita la più bella libreria del mondo. E purtroppo pure da addetti ai lavori: scrittori, editori, lettori di professione. No, alt. Il mestiere di libraio è una cosa seria, così come le librerie. La “libreria” in questione ha il nome suggestivo di “Acqua alta”, e non può nemmeno considerarsi un bouquiniste (quelli che vendono i libri usati sulle rive della Senna, per esempio), che hanno l’amore per i libri e con passione li mettono in ordine, li proteggono. Li leggono. Ecco, la mitizzazione di “Acqua alta” conferma la visione sempre più frequente della cultura come folclore, oltre a ribadire l’immagine-cartolina di Venezia. Potrebbe benissimo essere la “libreria” veneziana della finta Venezia di Las Vegas. Intanto, la vera Venezia si spopola e al posto delle vere librerie aprono ristoranti.

Certo, se dobbiamo considerare autentico quello studio che dice che il 70% degli italiani sono analfabeti funzionali, cioè non in grado di riassumere, interpretare, criticare, e quindi di capire ciò che hanno letto sul giornale o sentito alla tv, allora ai librai non resta che cambiare mestiere: la gente non legge, non si informa, non approfondisce e vota sistematicamente (ovunque, ormai), per i candidati più improbabili. Avvilente. E allora, che si fa? Ci si rassegna?

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