Il ragazzo con la rana

Ieri, un post della consigliera comunale Monica Sambo, che pubblicava questa foto di Punta della Dogana quando ancora c’era l’opera Il ragazzo con la rana, di Charles Ray, ha riaperto un annoso dibattito: quello sul recupero di quel luogo da parte dell’imprenditore francese François Pinault e sulla tanto odiata scultura, rimossa a un certo punto e sostituita con un lampione, copia di quello che stava lì in origine. Al di là del fatto che il restauro di Tadao Ando è a mio avviso meraviglioso, e che, sempre a mio avviso, Venezia città d’arte poteva anche permettersi di lasciarlo lì, il ragazzo con la rana, al di là di questo credo che il vero tema, ogni volta che si parla di Punta della Dogana, è e deve essere il mecenatismo. L’imprenditore François Pinault investe il suo denaro per offrire al mondo intero spazi di cultura e di creatività. E non fa politica. Vorrei fossero tutti come lui, io, gli imprenditori, e non beceri personaggetti che a un certo punto si sentono talmente onnipotenti da credere di poter fare politica. Ci riescono, ovvio, sono ricchi, e quando decidono di “scendere in campo” dall’alto delle loro fortune, fanno campagne elettorali faraoniche, solleticano gli intestini dei loro elettori con discorsetti insulsi e demagogici e xenofobi, li fanno sentire ignoranti come loro in modo da potersi riconoscere, parlano lo stesso povero linguaggio, si identificano gli uni agli altri. È un meccanismo perverso e indegno che però funziona da decenni. Ne sappiamo qualcosa noi italiani e, da un paio d’anni, in particolare noi veneziani. Per questo non finirò mai di ringraziare François Pinault. 


Aggiungo l’editoriale sull’argomento che scrissi per il Corriere del  Veneto del 4 giugno 2009.

Dovremo abituarci, al ragazzo con la rana, l’opera di Charles Ray che da ieri trionfa sulla Punta della Dogana di Venezia. E ci abitueremo, così come ci siamo abituati al Ponte della Costituzione, il ponte di Calatrava. Il quotidiano Le Monde di oggi dedica una pagina intera al nuovo museo di François Pinault. E così come il giornale francese ha sempre criticato le scelte fatte dal magnate riguardo Palazzo Grassi, ora esalta l’insieme della struttura progettata dall’architetto Tadao Ando e la scelta delle opere al suo interno. Non passerà molto, invece, all’arrivo delle polemiche tipicamente veneziane. Forse sono già incominciate ma, per fortuna, quassù, in Francia, non si sentono. Accadrà quanto successo per il Ponte di Calatrava, anche se in questo caso non sono stati spesi soldi pubblici. Ci sarà chi griderà allo scandalo, chi parlerà di lesa bellezza della Serenessima e chissà cos’altro. È sempre il solito dibattito su cosa si può fare e cosa no, a Venezia. Dibattito infinito. Quando ci vivi, dopo qualche anno una cosa diventa ben chiara: siamo noi veneziani – gran parte di noi – a volerne l’immutabilità. Per un semplice motivo: abbiamo capito che così com’è, senza pensarci troppo e senza troppi sforzi, la città è vendibile a peso d’oro. Guai perciò mutarla di un solo millimetro. Chi la ama sul serio, ormai, sono gli stranieri. Non i turisti, no. Quelli che scelgono di viverci. Quelli che prendono casa a Castello o a Cannareggio, non certo sul Canal Grande. Si incaricano, nel loro piccolo, di recuperi formidabili di luoghi che i veneziani avevano abbandonato al loro destino. Così, mentre la gran parte dei veneziani vende Venezia al chilo, o al trancio, c’è chi questa città la ama, la coccola. la recupera. Un po’ come François Pinault, insomma, che ha ristrutturato e rivitalizzato un luogo che da decenni ormai era solo un rifugio per le pantegane. E ben vengano allora gli imprenditori che investono nella cultura anziché – che so – nel calcio prima e nella politica poi. Imprenditori che investono nel futuro anziché spremere fino al midollo il presente. Così, questa giunta Cacciari non passerà alla storia – per fortuna – solo per le trovate del suo vicesindaco sceriffo, o per i mesi del decoro della città. Resterà anche per queste nuove opere che hanno visto la luce in questi ultimi tempi. Opere che hanno cambiato il volto di punti cruciali della città. In meglio? In peggio? Li hanno cambiati, questo è l’importante. Perciò ci abitueremo presto al ragazzo con la rana, e impareremo ad apprezzare la nuova Punta della Dogana. Così come ci siamo già tutti abituati al Ponte della Costituzione. Perché Venezia, per fortuna, non è immutabile.

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