Centre Pompidou, 40 anni

Oggi 31 gennaio 2017, il Beaubourg, Centre Pompidou, il museo creato da Renzo Piano, compie quarant’anni. La prima volta che ci sono stato, era il gennaio 1982 e io, della generazione del Meccano, ne rimasi incantato. Ci passai dentro una giornata intera, e presi subito un bel po’ di appunti che per anni restarono solo delle paginette colme di ricordi di quel mio primo viaggio a Parigi. Qualche anno dopo, non tanti, cinque o sei, iniziai a scrivere dei racconti. Fra questi, cercai di scriverne uno anche sul Beaubourg che, alla fine, come altri racconti di quel periodo, diventò un capitolo del mio primo romanzo, Terra rossa, che uscì nel 1993 pubblicato dalla casa editrice Transeuropa. Il romanzo, ripubblicato nel 1998 da Fernandel e nel 2005 da Amos, è oggi introvabile (pare ne circoli qualche copia usata su Ebay) e non esiste nemmeno in ebook. Ripubblico qui quel capitolo. Buona lettura.



6. Beaubourg
Anche se sono passate da poco le due del pomeriggio, il piazzale di fronte al Beaubourg – o, se si preferisce, Centre Georges Pompidou – è pieno di gente, come al solito. Mi sono fermato all’edicola all’angolo fra rue Rambuteau e rue St. Martin a comperare l’ultima edizione dell’Equipe e il numero speciale di Tennis de France dedicato al Roland Garros. Davanti all’atelier Brancusi ci sono dei ragazzi che recitano e mi fermo a guardarli. C’è molta gente attorno e non riesco a sentire cosa sta dicendo la ragazza seduta sul cubo bianco che con la mano destra accarezza i capelli del giovane biondo seduto per terra di fronte a lei. L’ipotetico palco è occupato soltanto dai due attori e dal cubo. Mi piacerebbe restare ancora un po’ per vedere se qualcun altro entra in scena, magari un altro cubo di diverso colore per il giovane attore in posizione scomoda, ma sono scomodo anch’io e, dispiaciuto, me ne vado.
Quando arrivo quasi al centro del piazzale indietreggio di qualche passo e alzo la testa. Ogni volta che ci ritorno dopo tanto tempo ho bisogno di guardarlo nella sua interezza e ogni volta resto sorpreso da questo enorme parallelepipedo di vetro e acciaio lungo 166 metri, largo 60, alto 42. E ancor più sorprendente è pensare che in questo preciso momento lì dentro possano esserci 5 o 6 mila persone di tutte le età e di ogni razza. Con un po’ più di pazienza, credo, avrei potuto immaginare di ripartirli lungo tutti i sei piani, compreso quello sotterraneo e contare con esattezza, poi, quanti stanno salendo in questo momento sulle rampe del serpentone delle scale mobili esterne.

Entro.

Prima di dare atto al mio progetto (sedermi nella sala di musica, scegliere non so quale disco, infilare le cuffie e leggermi cosa sta accadendo nel torneo), decido di fare un giro per i piani. Comincio dalla libreria a pianterreno, ricavata da una specie di breve corridoio sempre intasato di gente e divisa in due corsie dal banco dei cataloghi di tutte le mostre organizzate al Centre dalla sua inaugurazione a oggi. Gli volto le spalle mentre sfoglio un romanzo che si intitola Longue vue, cannocchiale. A una trentina di centimetri dalla mia spalla destra fa bella mostra il catalogo di un’esposizione tenutasi al quinto piano dal 5 novembre 1983 al 23 gennaio 1984. Era lì anche l’anno scorso, quando avevo pensato di spedirlo in Brasile a Maria. Ci penso per un attimo anche adesso, potrei comperarlo e darglielo fra poco: alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto sulla lettera.

Al banco delle informazioni prendo il programma della settimana e leggo le notizie riguardanti le attività permanenti del Centre. Deve esserci una fantasiosa équipe addetta esclusivamente alla stesura degli slogan che cambiano ogni volta. Quello oggi più divertente riguarda la Bibliothèque publique d’information. Dice: “Per tutti e gratuitamente, una enciclopedia del tempo presente attraverso il libro, l’immagine e i mezzi più moderni della comunicazione”. Me lo leggo con il tono di un venditore di libri a domicilio e sorrido.

Salto la sezione dibattiti e cinema, oggi scadenti, e mi soffermo sui concerti e gli spettacoli. Concerti, niente. Alla Petite salle, invece, primo piano sotterraneo, alle 17 Les Comèdiens de l’Orangeries mettono in scena Un amour tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Scelgo di salire al quarto piano dove il Musée d’art moderne offre: “una prestigiosa collezione, delle grandi esposizioni temporanee. L’arte contemporanea in tutti i suoi stadi, conferenze, incontri fra i creatori e il pubblico. Animazione, formazione pedagogica”.

Intanto, sulla prima rampa delle scale mobili mi chiedo se è stato giusto tradurre états con stadi.

Il museo occupa uno spazio di 17.200 metri quadrati. Tutte le volte che ci sono stato, non sono mai riuscito a compiere il percorso netto, a visitarlo tutto. E oggi non ho proprio voglia di riprovarci: faccio un giro, mi fermo un po’ più a lungo solo davanti a un Mondrian, scendo giù.

Fu quando Alice stava cantando Spleen di Eric Satie e io stavo leggendo Tennis de France, che mi sentii battere sul braccio. (Avevo scelto Mélodie passagère cantato da una italiana forse per riequilibrare in qualche modo il fatto di trovarmi a Parigi). Tolsi la cuffia e in un francese americanizzato una giovane donna, che adesso so chiamarsi Kim, mi chiese se poteva dare un’occhiata a L’Equipe che tenevo appoggiata sulle ginocchia. La guardai trascrivere i risultati del torneo di tennis su quello che doveva essere il programma ufficiale e, alla vista di quel documento, non riuscii a trattenermi dal domandarle come mai ne fosse in possesso.

Così, ora, mentre al bar del quinto piano mi sta parlando dei tornei che ha seguito quest’anno, so che è americana, che è laureata in francese, che lavora per una ditta di abbigliamento sportivo e che non ne può più di sentirsi chiamare Basinger da amici, conoscenti, colleghi – e per un pelo anche da me se avesse ritardato di un attimo questo avvertimento. Intanto spero continui a parlare, che non mi chieda nulla. Non ho voglia di dirle perché sono qui, di raccontarle di Ilana rimasta in albergo a fare finta di dormire. Ma non ho nemmeno voglia di mentire.

«Oggi mi sono presa una giornata di libertà», mi dice, «anche se non avrei potuto».

Dalla rampa più alta delle scale mobili guardo Parigi. Lei mi sta accanto, un gradino più giù.

Assurdo che la chiamino Basinger: ha dei lunghi e mossi capelli neri, gli occhi scuri e – devo proprio dirlo – un seno che anche la Basinger nemmeno si sogna.

La scala scende lentamente quando lei a un certo punto dice: «Il mio albergo è laggiù», e a me sembra stia indicando la Tour Eiffel ma non le chiedo precisazioni e poco dopo – dopo un arrivederci poco probabile e un: «Se decide di venire al Roland Garros, passi al nostro stand. Io sono sempre lì» – la guardo sparire fuori.

Pensando ai giornali rimasti sul tavolo del bar, mi appoggio a una balaustra metallica e mi abbandono a controllare i movimenti lenti degli occupanti in questo momento la zona che riesco a vedere. Il ritmo frenetico della capitale rallenta vistosamente dentro a questa enorme scatola di vetro. Ognuno qui dentro è disposto a calcolare con calma la perdita – se di perdita si tratta – del proprio tempo. A questo proposito un mio amico parigino, Jean, anni fa, ha inventato con il suo stentato italiano una personale teoria scherzando sul nome dell’architetto autore del progetto del Centre. Una sera egli mi si avvicinò con l’atteggiamento di chi vuole confessare una straordinaria scoperta. Sottovoce – pur essendo soli – mi disse: «J’ai compris: la gente si aggira piano piano a ogni piano progettato da Renzo Piano». A queste parole avrei voluto far seguire “e qualcuno suona il piano al primo piano”, ma ebbi il buonsenso di tacere. Eppure è vero che quando si entra qui dentro è come se si entrasse in una dimensione diversa, tutto rallenta e non so proprio se per perdere del tempo o per perdersi, come sto cercando di fare io oggi. Anche se tra un po’ ritroverò qualcuno.

Abbandono tali riflessioni e mi giro intorno alla ricerca di un telefono. Ne trovo uno libero vicino alla libreria e in albergo mi dicono che Ilana è uscita nel primo pomeriggio e ancora non è rientrata. «Sola?», chiedo stupidamente. «Sola», mi risponde il portiere.

Torno su al quarto piano, al museo d’arte moderna e ho un obiettivo preciso: il quadro che Ilana più desiderava vedere. Non ci vado subito, seguo il percorso delle sale con un passo molto lento ma che non si sofferma davanti a nessun dipinto. Quello che ho scelto di guardare è uno di quelli da far scendere dall’alto premendo un bottone: schedario metallico semovente, l’hanno chiamato. Mi piace vedere il pannello venire giù piano dall’alto con il quadro in mezzo. Inclino la testa per non perdere neanche un centimetro del percorso, premo il tasto che mette in moto il pannello e invece di Le rêve di Matisse vedo al centro un cartello con scritto che il quadro è momentaneamente esposto in un’altra città francese.

A pianterreno entro in libreria e nell’espositore delle cartoline trovo la riproduzione del manifesto ufficiale del torneo degli Open di Francia del 1981, quello dipinto da Arroyo: la capigliatura bionda di Borg vista da dietro. Scrivo: “Kim (pas Basinger)”, poi: “autour de la Tour Eiffel”, il nome della ditta per cui lavora e, infine, l’indirizzo del Roland Garros, in Avenue Gordon Bennet. Accanto, sullo spazio riservato al messaggio, scrivo solo il mio nome e nient’altro, prendo un francobollo dal portafoglio, pago, vado fuori, ma dopo pochi secondi la cassiera mi vede rientrare come una scheggia, dirigermi sicuro verso le cartoline, prendere il Matisse in tournée che spedisco a Ilana, a casa nostra, scrivendo: “Eccolo qui, l’originale è a Lione. Che si fa?”. Altro francobollo, la commessa, forse preoccupata, mi chiede se serve altro, no, saluto e nell’atrio, mi viene voglia di cercare subito una buca delle lettere.

Esco.

Ne trovo una poco lontano, in rue St. Martin, dove al numero 61, una legatoria, compero della carta da lettera e un taccuino forse per Ilana.

Poco più in là passo accanto alla fontana, mi fermo davanti alla scultura rossonera di Calder e, sincerandomi che nessuno mi stia guardando, alzo il pugno come fa Van Basten dopo ogni suo gol. Quando arrivo di fronte all’atelier Brancusi i due giovani attori stanno recitando più o meno la stessa scena di qualche ora prima. La ragazza è seduta sul cubo bianco – che poteva voler essere una pietra – e, chinata leggermente in avanti, parla a bassa voce. Il giovane attore seduto per terra accanto a lei la sta ascoltando con un’espressione tesa, la sua mano destra stringe la sinistra di lei. Da qui ho una visione più chiara di quella di prima anche se ancora non mi riesce di distinguere bene il dialogo. Quello che mi era sembrato un palco altro non è che un telone marrone non molto grande, quadrato, che contiene i due attori, la falsa pietra bianca e, prima non c’era o non l’avevo vista, una scatola viola dalla quale esce un foglio completamente bianco. Non sembra essere lì per raccogliere denaro, ma proprio come parte dell’arredamento scenografico. Non sento niente e mi giro verso il Centre.

Entro.

Appena varcata la soglia, mi giro di scatto, come avevo fatto prima, verso l’indicatore luminoso che, posto a mezza via fra entrata e uscita, registra – addizionando e sottraendo – il numero esatto dei visitatori all’interno della costruzione; se il numero dovesse superare una certa cifra, per motivi di sicurezza sarebbero bloccate temporaneamente le entrate. Fin dalla prima volta che sono stato qui, quel tabellone luminoso mi ha subito sedotto. Ho passato intere mezze ore a guardare l’ininterrotto va e vieni di gente, registrato da quel su e giù di numeri. Ma ciò che più mi piaceva fare era riuscire a isolare il visitatore numero X, vedere cioè entrare qualcuno e poter pensare “quello è il visitatore numero – che ne so – 4631”. Quando mi riuscì, un pomeriggio di qualche anno fa – si trattava di un signore sulla quarantina sicuramente parigino: soltanto loro, in pieno inverno, se ne vanno in giro in giacca e tutt’al più una sciarpa – quando mi riuscì, dicevo, provai subito il desiderio di vedere me stesso come unità precisa sommata a un gruppo.

Mi resi conto che avevo a disposizione due possibilità: la prima, quella che definii “d’impatto”, mi avrebbe costretto a una lunga serie di tentativi dalle diverse modalità e da ripetere in successione: entrata controllata aspettando il momento giusto, entrata di corsa, entrata di schiena per avere subito la vista dell’indicatore; la seconda, che definii “soft”, fu quella per cui optai, lasciava più spazio al caso e avrebbe certamente dato meno nell’occhio: bisognava, a ogni entrata, voltarsi subito. Un’unica possibilità per ogni visita.

Così durante tutti i miei brevi soggiorni parigini tentai di portare al successo il mio esperimento senza, però, riuscirci mai. Fino a oggi. Fino a quando, un momento fa, ho deciso di passare alla possibilità numero uno.

Infilo nella tasca dell’impermeabile il pacchetto con la carta da lettera e il taccuino forse per Ilana e mi avvio.

Esco.

A pochi metri dall’entrata mi fermo. Aspetto un momento di vuoto sia da questa parte, sia, per quanto posso vedere da qui, dalla parte dell’uscita. Ecco, quando il momento mi sembra arrivato mi metto in moto con un passo deciso.

Entro.

Subito giro la testa verso l’indicatore, che proprio in quel momento diminuisce di qualche unità: un gruppo di studenti è uscito più o meno contemporaneamente alla mia entrata.

Esco.

Cambio posizione di partenza. Mi fermo questa volta a una trentina di metri dal parallelepipedo trasparente: probabilmente l’entrare di scatto senza poter tenere sotto diretto controllo visivo l’uscita mi impedisce di prevenire sorprese come quella di poco fa. Da questa distanza riesco a vedere abbastanza bene anche chi sta per andarsene dal Centre, così adesso parto con una specie di rincorsa controllata tenendo d’occhio il flusso d’entrata e, molto meglio di prima, quello in uscita. Cerco di cadenzare il mio passo al ritmo di quei due flussi e negli ultimi metri accelero fin quasi a correre.

Entro.

E lo faccio proprio quando, secondo i miei calcoli, dovrei essere il solo a passare fra le cellule fotoelettriche dell’indicatore. Mi giro e questa volta i numeri stanno aumentando di tre unità, quei tre qui dietro di me che devono essere entrati arrivando lateralmente rispetto al mio percorso, invisibili al mio sguardo tenuto fisso sulle due porte. Certo, mi basterebbe sottrarre un 3 al numero attuale, ma non sarebbe lo stesso. Io il mio numero voglio vederlo.

L’occhiata torva di un sorvegliante mi consiglia un breve intervallo, forse non ha gradito il fatto di avermi visto uscire dall’entrata. (A proposito, cosa segna l’indicatore nel momento in cui esco dall’entrata?). Mi avvio senza indugi verso la libreria dove passo veloce davanti alla cassiera. È lei adesso a guardarmi in modo strano. In effetti è già la quarta volta, nel giro di qualche ora, che mi vede entrare qui dentro. Prendo un libro qualsiasi da uno scaffale, un romanzo di spie scritto da due giovani autori italiani, e in perfetta linea con la storia che ho in mano, la guardo da sopra le pagine. Mi sta proprio lanciando una di quelle occhiate che non ti scordi: che mi abbia preso per uno che sta cercando il modo di portarsi via qualche libro nonostante il sofisticato sistema di allarme? Nella speranza non mi consideri così sciocco, opto per un suo più probabile e per me lusinghiero sospetto di corteggiamento da parte di uno dei tanti clienti. Convinto di ciò continuo a guardarla da sopra le pagine, questa volta senza cercare di nascondermi, ma addirittura pensando di giocare di sopracciglio. Per fortuna uno deve pagare, lei si distrae, e io, fuori dalla libreria, lascio l’impermeabile appoggiato a una balaustra.

Esco.

C’è un piccolo gruppo di studenti qui sul piazzale che sta per entrare. Procedono quasi in fila indiana e io decido di mettermi in mezzo a loro. A pochi metri dall’entrata mi giro di schiena e dispongo gli occhi già in direzione dell’indicatore.

Entriamo.

Non faccio caso allo stupore dei ragazzi e guardo subito le cifre che – non ne posso davvero più – stanno girando come nel display di un distributore di benzina. Faccio dietrofront e mi dirigo verso la stessa porta. Ricapitolando per intero il mio progetto mi accorgo che rimane soltanto un’ultima possibilità. Sono tutto sudato, stanco e mi chiedo se non sia il caso di richiamare in albergo per sentire di Ilana.

Esco.

Ormai è buio, controllo con attenzione entrata e uscita. Sarà per via dell’ora quasi prossima alla cena, ma mi sembra che adesso sia meno la gente che va su e giù da queste parti. Mi guardo intorno: non c’ è dubbio, finalmente è arrivato il momento giusto, allora comincio a correre all’indietro in direzione della porta, ma più che una corsa viene fuori una serie di buffi saltelli.

Entro.

Sbatto contro qualcosa e l’indicatore, eh sì, mi sembra proprio si sia fermato a un numero preciso che vedo male o mi illudo di vedere. Le due braccia che mi bloccano sembrano avere anche una voce che mi sta chiedendo se c’è qualcosa che non va. «Funziona davvero perfettamente quel coso», rispondo io. Mi giro e vedo il sorvegliante di prima con una espressione un po’ preoccupata. Ha tutta l’aria di uno con l’intenzione di farmi passare dei guai. Allora cerco di mettermi in ordine e gli parlo di cellule fotoelettriche, di cronometri, di sensori e, sperando di essere credibile, di mio cugino Alberto Tomba. «Ah, Tombà, le champion du ski», dice l’uomo. Già, proprio lui: «Mon cusin», sottolineo. E con un sorriso, non so se di compatimento o di compiacimento, mi lascia andare a prendere l’impermeabile.

Sono sfinito, lo infilo e mi siedo per terra. Alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto Maria sulla lettera. Manca davvero poco e allora me ne sto lì, a guardare la porta, ad aspettare di vederla entrare. A fissarmi nella mente, adesso che sta varcando la soglia, il suo numero sull’indicatore: 4162.

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