Ho votato all’estero 

Questo articolo è stato pubblicato ieri, 3 dicembre 2016, sul Corriere  del Veneto. Sia chiaro, non si tratta di una dichiarazione di voto.



Il referendum è fissato fra pochi giorni, ma io, come tantissimi altri veneti all’estero, ho già votato. È stata la prima volta. Sono in Francia per un periodo di lavoro ed è stato facile segnalare al comune dove risiedo, Venezia, la mia assenza dal territorio italiano il 4 dicembre. È bastata un’autocertificazione e l’indirizzo del domicilio dove mi trovo a Parigi e in pochi giorni il plico elettorale è arrivato. Non nascondo di avere provato una certa emozione, che però non saprei definire. So che quel plico – chiuso – me lo sono portato in giro per un paio di giorni, dentro lo zaino. C’era qualcosa di solenne che aleggiava. Mi sentivo vagamente istituzionale, ecco. Per me – per molti, credo – il momento del voto ha una forza rituale enorme. Sarà perché appartengo a quella generazione formatasi anche con le ore di educazione civica a scuola, una generazione che sa quanto sangue è stato versato per conquistare la democrazia e il diritto dei cittadini a esprimersi attraverso il voto. Insomma, questa cosa di non votare al seggio, col presidente che alla fine dice “il signor Roberto Ferrucci ha votato”, mi sarebbe mancato e volevo in qualche maniera ricrearlo.Così ho votato al bistrot, uno dei miei preferiti, dove mi piace andare a scrivere. Ho sostituito la solennità con l’intimità Ho scelto un orario poco frequentato e un tavolino appartato dove nessuno potesse vedermi. Ho aperto il plico con su scritto Consolato Generale d’Italia e, di sbieco, Référendum, alla francese. L’ho fatto con molta attenzione. Dentro: il certificato elettorale, il foglio con le istruzioni per gli elettori, chiarissime e con dei disegni a colori, due buste, una preaffrancata e con l’indirizzo del Consolato, una più piccola, bianca, di quelle che trovi in ogni tabaccheria, e la scheda elettorale rosa. Ecco, la scheda. Avevo letto delle polemiche sulle dinamiche del voto all’estero, i dubbi in proposito, le perplessità. Sapevo dell’appetibilità di chi vota fuori, della caccia all’elettore _foresto_. Anche solo tutti i veneti sparsi per il mondo possono essere decisivi. Ora quelle perplessità le avevo davanti ai miei occhi. Chi ha fatto lo scrutatore sa che ogni scheda – una per ogni avente diritto al voto in ciascun seggio – viene timbrata e siglata dagli scrutatori. Questa, immacolata. Si raccomanda di votare con penna blu o nera, scelgo la blu, faccio la x e infilo la scheda nella busta bianca del tabaccaio che infilo a sua volta nella busta preaffrancata del Consolato. Altra raccomandazione: non scrivere il mittente. Urna temporanea: il mio zaino. Ho fatto tutto alla svelta. Non volevo passasse il cameriere e poi anche in cabina mica puoi dilungarti. Mi sono dilungato invece sui quesiti. Non quelli referendari, bensì quelli che il gesto che avevo appena compiuto mi suggeriva. Quella busta bianca con una scheda priva di ogni riscontro istituzionale potrebbe essere sostituita in ogni momento, oppure, più semplicemente, smarrita. Tocca fidarsi delle poste (francesi in questo caso) e la loro rapidità: deve arrivare in Consolato entro l’1 dicembre. Non dovesse, mai mi sarà dato sapere. Insomma, a voler pensar male, il voto all’estero presenta falle a ogni passaggio. La trafila ricalca il classico pressappochismo italiano. E mi limito al pressappochismo. A quando il voto on line? Lo si fa quasi ovunque ormai. Così, pieno di titubanze, esco, individuo poco lontano una buca delle lettere, gialla, prendo la busta, la infilo nella fessura e comunque con un po’ di emozione sussurro: “Il signor Roberto Ferrucci ha votato”.

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