Venezia 73: Kim Ki-duk, Wenders, Martins

Non è mia intenzione (ri)mettermi a fare il critico, ma ho voglia, quest’anno, di parlare, e soltanto qui, dei film che vedrò a questa Mostra del Cinema di Venezia. Un festival il cui tema principale, in questi giorni, è quello delle misure di sicurezza in vista di quell’attentato che media e istituzioni italiane sembrano agognare ormai da tempo. Mi rendo conto di sembrare esagerato, ma mi pare altrettanto esagerato blindare un’isoletta quale è il Lido di Venezia, dove sono stati piazzati addirittura dei blocchi di cemento per evitare attentati tipo Nizza, non fosse che poi, per arrivare qui, i camion, devono farlo col ferry boat, e allora, pur non essendo un esperto, direi che sarebbe più semplice controllare chi sale sul ferry, no? Poi, i grandi controlli sono comunque fatti a campione e in questi tre giorni nessuno ha mai guardato dentro al mio zaino né dentro a quelli della stragrande maggioranza delle persone che sono qui. E allora la tanto sbandierata sicurezza diventa una comica, col paradosso che c’erano più conttrolli negli anni scorsi, quando un aggeggio a infrarossi lo passavano comunque su borse e zaini. Ma ormai è evidente che questa storia della sicurezza è più una messa in scena che altro. Una messa in scena del tutto inutile e soldi pubblici buttati. Ma tant’è. 

Il primo film visto è The Net del regista coreano Kim Ki-duk, uno che non manca mai alla Mostra e che mai tradisce le aspettative. Sorprende sempre, con i suoi film, e anche questa volta. Solo che la vera sorpresa c’è stata prima della proiezione. Dico subito che la nuova Sala Giardino, meglio nota come il Cubo rosso, da fuori è bellissima così come il prato che la attornia e che copre il famigerato Buco che per cinque anni è stato un incubo (buco-incubo-cubo) per ogni cinefilo e per ogni residente del Lido. Solo che poi, dentro, appena gli spettatori hanno preso posto, patatrac, molte delle file di poltroncine si sono sradicate dalle proprie sedi. Subito, una squadra di pronto intervento si è messa all’opera munita di trapani e viti. Almeno una ventina le riparazioni fatte con dei piccoli, formidabili trapani, che hanno ritardato la proiezione di quasi mezz’ora. Non proprio una bella figura insomma (sorvolo sulle ironie dei giornalisti stranieri riguardo al pressapochismo italiano) per uno spazio che però è ritornato a essere risorsa della Biennale e del Lido, ma che non è – sia ben chiaro – un miracolo dell’inadeguato sindaco di Venezia, lo smargiasso Luigi Brugnaro. Lui se ne vanta, ma impropriamente e su questo tornerò con un altro post.

The Net, dunque, La rete, di Kim Ki-duk, racconta la lacerante divisione fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Non mi soffermo sulla trama, che vede un pescatore del Nord finire nelle acque territoriali del Sud a causa di un guasto alla sua barca, ma sull’importanza di un film che ci mostra gli aspetti più profondi di questa divisione, quelli che intaccano l’anima dei coreani e di cui noi non sappiamo niente. Quello che passa dai nostri media, le poche volte che l’argomento viene affrontato, è una visione superficiale, dove da una parte abbiamo solo l’immagine ridicola e al contempo sanguinaria del dittatore del Nord, e dall’altra l’avanzatissimo e ipertecnologico Sud. Non manca, sia dal punto di vista della narrazione che da quello estetico, il tocco inconfondibile del maestro del cinema coreano.


Altro Maestro per me indiscutibile è Wim Wenders, che dopo qualche decennio ritorna in concorso alla Mostra con un film tratto da una pièce teatrale di Peter Handke, Les Beaux Jours d’Aranjuez. Un film che può risultare difficile per chi sia digiuno della grammatica cinematografica di Wenders e della scrittura di Handke. La vicenda si svolge nel giardino di una casa di campagna dell’Île de France con, sullo sfondo – davanti ai due protagonisti che dialogheranno fra loro lungo tutto il film, argomento: l’amore e il sesso – una Parigi che Wenders ci mostra in alcuni quadri nei primi cinque minuti del film. Cinque minuti che valgono l’intera pellicola (compresi anche i due cammei di Peter Handke e Nick Cave). Per il resto, è come essere a teatro, in questo lungo dialogo che di sicuro non piacerà a tutti. 

São Jorge è il film del portoghese Marco Martins. L’ho scelto per via della trama, che inizia così: “Nel 2011 il Portogallo iniziò il cosidetto ‘anno della Troika’ (i tagli di bilancio e la ristrutturazione economica imposti da UE, FMI, BCE)”. Il protagonista è un disoccupato, pugile fallito, che accetta di lavorare per un’agenzia di recupero crediti. Io sono affamato di libri e di film che siano capaci di raccontare l’Europa di questi ultimi anni, quella della crisi lacerante, della disoccupazione, dei debiti, della povertà. Non è facile raccontarla, eppure ogni anno, in questi ultimi, alla Mostra ci sono stati film che hanno provato a farlo, a raccontare una crisi che è ancora in atto e proprio per questo così difficile da trasporre, sullo schermo o sulla carta. Il film di Martins mostra le periferie, i casermoni con quei piccoli appartamenti dove si vive in tanti, personaggi che fino a qualche anno fa avevano un lavoro, una vita dignitosa e diventati all’improvviso border-line. Martins usa la cinepresa con uno stile che ricorda quello dei fratelli Dardenne. Il film è molto forte, duro, girato benissimo. All’uscita, la solita domanda: quando il cinema italiano sarà in grado di mostrarci con tanta forza e semplicità, di mostrarci e raccontarci l’Italia della crisi? Perché noi non ci riusciamo mai? Meglio: perché noi non ci riusciamo più? 

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