Venezia che muore

C’è quella canzone, vecchissima e bellissima, di Francesco Guccini, dedicata a Venezia, che sembra sia stata scritta oggi. Si adatta ahimè alla perfezione al caos – soprattutto mediatico – di questi giorni. Giorni in cui tutti gridano e inveiscono contro quella manciata di turisti idioti che sono sì degli idioti, ma che sono comunque solo una manciata. Delle grida isteriche che suonano come un’auto assoluzione. La solita individuazione di un nemico, di un responsabile cui addossare le colpe ed evitare, così, anche solo un minimo di autocritica, di riconoscimento di una responsabilità collettiva che è solo e soltanto nostra. Se Venezia è ridotta com’è ridotta, non è difficile individuarne i responsabili: noi veneziani. 

Ieri, mentre tutti gridavano, io, sommessamente, proponevo sul Corriere del Veneto questa riflessione. Senza scagliarmi contro i turisti (anch’io ne vorrei meno, molti di meno, a incominciare da quelli delle grandi navi, e li vorrei tutti educati e rispettosi e consapevoli del luogo in cui si trovano) e senza scagliarmi contro altri eventuali nemici o responsabili, ma con la consapevolezza che questa Venezia ce la siamo voluta tutti noi. E che quelli che gridano e che accusano la manciata di maleducati sono proprio coloro che sulla speculazione del turista ci campano, e ci campano benissimo. Ieri qualcuno mi ha scritto: e allora tu cosa proponi? Io? Io faccio lo scrittore, racconto storie, epoche, luoghi. Da anni sto cercando di raccontare la Venezia di oggi. Io racconto, non amministro, non governo nulla se non le mie pagine. Però so che su questo tema noi veneziani abbiamo fallito, e allora forse è il caso di chiedere aiuto altrove. A chi ne sa di più, a chi – paradossalmente – ama, altrove, la nostra città più di noi. Non so, ma forse chiederei proprio all’Unesco, che il sindaco ridicolizza un giorno sì e un giorno anche, chiederei a loro di darci una mano. Ma finché non ammetteremo la nostra incapacità – o almeno soltanto la nostra incompetenza – fino a che daremo in mano la città a degli inetti ignoranti, sarà del tutto inutile mettersi a gridare. Basterà solo guardarci allo specchio. 



Venezia e i veneziani sono allo stesso tempo le vittime e i carnefici di se stessi. All’improvviso, i turisti sembrano essere diventati il nemico comune, da abbattere (Siete la rovina della città, c’è scritto su cartelli apparsi spontaneamente) anche se poi, senza di loro, tre quarti dei veneziani (tutti quelli che più o meno direttamente vivono di commercio e di turismo), andrebbero in rovina. Venezia senza turisti è un paradosso, così come assurdo e impossibile è pensare a un numero limitato di visitatori al giorno. C’è poco da fare: Venezia, come ogni altra città del mondo, appartiene a tutti e tutti hanno il diritto di vistarla. Altrimenti, al contrario, dichiariamo ufficialmente di essere diventati Veneland, facciamo pagare il biglietto d’entrata e arrivederci e grazie. Certo, il turismo di massa è un problema mondiale e epocale, e lo è ovunque. Alcune zone di Venezia sono diventate off limits per gli stessi residenti. Solo che l’impressione è che tutto ciò ce lo siamo voluto. Venezia vittima e carnefice, perché se da una parte c’è chi giustamente lamenta una situazione diventata insostenibile, dall’altra c’è chi non demorde e sulla vendita del prodotto Venezia specula senza scrupoli. E chi ha in mano la città un giorno ti dice che i flussi turistici vanno ridimensionati, che ci vuole il numero chiuso e il giorno dopo invece dichiara che va incentivato il numero delle navi da crociera in arrivo in laguna. Confusione assoluta. E, soprattutto, incapacità assoluta. Perché una cosa è chiara, evidente, incontrovertibile: nessuno a tutt’oggi ha la benché minima idea di come far fronte a questo problema. Qualche proposta è stata fatta, certo, ma ciascuna di esse è immediatamente discutibile, controvertibile. Forse bisognerebbe incominciare dalle piccole cose, tipo abolendo le doppie tariffe nei bar, con un prezzo (maggiorato) per i turisti e uno per i veneziani, oppure, visto che ci lamentiamo della quantità di rifiuti prodotti dai turisti, incominciare a mettere dei cestini agli imbarcaderi dell’Actv.

L’amministrazione comunale chiede poteri speciali allo Stato per arginare il fenomeno delle esagerazioni, di chi si tuffa nei canali, di chi si ubriaca, di chi trasforma certi angoli veneziani in toilette en plein air. Solo che questi poteri speciali sembrano in realtà degli effetti speciali, proclami fatti per celare la propria impotenza (incapacità?), perché è impossibile non sappiano che è la Costituzione a impedire – giustamente – di avere degli sceriffi al posto dei sindaci. Forse, sarebbe più opportuno informare, perché alla fine è sempre questione di cultura. Di gente che si butta in acqua a Venezia ce n’è sempre stata, veneziani compresi, solo che adesso tutto è documentato, foto e video non risparmiano nessuno. Ma avete mai visto voi in giro cartelli che dicono che è vietato bagnarsi nei canali? Avete mai visto in giro cartelli col divieto di andare in bicicletta? Mai. Direte: ma la gente dovrebbe saperlo. Vero. Ma da chi a Piazzale Roma ti domanda quale autobus porti in Piazza San Marco – domanda che negli anni mi è stata fatta almeno una dozzina di volte e sempre da italiani – cosa possiamo pretendere? E poi, come dice il sindaco, prevenire è meglio che curare, quindi un paio di cartelli alla stazione, a Piazzale Roma, qualche depliant qua e là, aiuterebbero molto, e se qualcuno continuasse a esagerare, allora li si potrebbe allora multare. E pesantemente. Insomma, Venezia ha un assoluto bisogno di essere salvata da gente competente e piena di buone idee, non dagli sceriffi.

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