Nizza, Francia

Da qui, dalla Francia, dove mi trovo quasi da due mesi (in residenza di scrittura a Villa Yourcenar, a Mont-Noir) ho scritto questo commento su quanto avvenuto a Nizza il 14 luglio. È uscito sul Corriere del Veneto del 16 luglio 2016.


Questa sera, quando noi veneziani saremo con il naso all’insù, a celebrare la fine della giornata del Redentore, non potremo non pensare a tutti quelli che giovedì, più o meno alla stessa ora, in Francia, stavano facendo la stessa cosa, a chiusura della giornata più importante nella storia francese, quella che celebra la presa della Bastiglia. Non potremo non pensare a Nizza, a quella splendida curvatura naturale che è la Promenade des Anglais. Lo faremo perché da due giorni nessuno riesce a far altro che pensare a quel camion di oltre tre tonnellate che ha falciato centinaia di persone che guardavano il cielo, incantati – come ci succede fin da quando eravamo bambini – a guardare i fuochi d’artificio. E lo faremo perché, di conseguenza a quanto accaduto, sarà un Redentore mai così blindato e controllato.
L’altra sera ero anch’io con il naso all’insù, qua in Francia. Ogni città, ogni villaggio, il 14 luglio lo festeggia allo stesso modo: balli, musica, giochi, cene in compagnia e alla fine, immancabili, i fuochi d’artificio. Anche nella piccola Bailleul, al Nord della Francia, pochi chilometri da Lille e dal confine con il Belgio. Cena, balli, e alla fine tutti i piazza per i fuochi che qui, per via del buio, che a nord arriva più tardi, sono iniziati parecchio dopo quelli di Nizza. È per questo che i primi messaggi hanno incominciato ad arrivare che i fuochi erano ancora in corso. Messaggi poco chiari, all’inizio, poi, mentre ciascuno riprendeva la strada di casa, eravamo in tanti a scrutare il display del telefono, in cerca di notizie. Poco a poco, tutto incominciava a prendere la forma peggiore possibile. C’era qualcuno, qua in Francia, che era stato ucciso mentre stava facendo la stessa cosa che avevamo appena fatto tutti. A casa, davanti alla televisione, le conferme, terribili, e un’inquietudine, in particolare. Fin qui sottesa, celata nell’intimo dei francesi. Questa cosa, non detta, anche un po’ imbarazzante, certo, ma vera, e cioè che il terrorismo riguardasse solo Parigi. Dalla sera del 14 luglio non è più così, e quella terribile frase che il primo ministro Manuel Valls ripete da mesi, “la Francia è in guerra”, dall’altro ieri risuona dentro ogni francese con maggior forza, con più intensità, anche in coloro che hanno sempre rifiutato questa visione catastrofica delle cose. Io non so se la Francia è in guerra. Non sono un esperto di geopolitica, ma so ascoltare quel che dice la gente e nonostante il fenomenale fatalismo dei francesi, questa volta il colpo è stato forte. Le certezze vacillano, l’insicurezza, esorcizzata nei mesi scorsi in tutti i modi possibili, ora è tangibile, evidente, e sparpagliata ovunque, questa volta. Nessuno si sente più davvero al sicuro, da queste parti. Non si tratta più di armi o di esplosivi, adesso. Ora basta un camion. Quante volte è risuonato in questi mesi, nella metropolitana di Parigi il messaggio che la linea x o y erano temporaneamente interrotte per un pacco sospetto, o per un bagaglio abbandonato. Qualche volta è capitato anche altrove. Ma mentre a Parigi questi allarmi portavano con sé un significato ben preciso, dalle altre parti la preoccupazione era attutita, sfumata. Da oggi in poi non sarà più così. La Francia è stata colpita nel giorno in cui si celebravano Liberté, Égalité e Fraternité. La cosa peggiore che potesse accadere. Sì, oggi la Francia è stordita, incredula, si sente molto più insicura. Ma non è ancora terrorizzata né rassegnata. C’è ancora speranza, nonostante l’incertezza. Nonostante tutto.