Tabucchi, sono già quattro anni

Oggi, quattro anni fa, moriva a Lisbona Antonio Tabucchi. Ci manca, tanto, ma i suoi libri ce lo fanno sentire presente. Eccome. Tutti i suoi romanzi, tutti i suoi racconti, tutti i suoi saggi. E poi altri libri, che ci parlano di lui. L’8 e 9 maggio 2008, a Fontevraud, la Maison des Écrivains Etrangers et Traducteurs di Saint-Nazaire, la Meet, ha organizzato un convegno intitolato Pour Tabucchi. Lui era presente, naturalmente, e aveva voluto invitare anche me. Di quel convegno poi è stato fatto un libro. Il mio testo è questo.

 Ogni scrittore assomiglia, chi più chi meno, ai propri personaggi di finzione. O, forse, sono loro stessi, i personaggi, a pretendere di assomigliarci, sono loro ad assumere le nostre sembianze nostro malgrado. I miei incontri con Antonio Tabucchi mi hanno sempre fatto pensare ai suoi personaggi. Sono stati sempre letterari, i nostri incontri. Del resto, è stato così fin dalla prima volta, a Venezia, mentre lavoravo alla tesi un cui capitolo era dedicato al suo romanzo, Notturno Indiano. Era un pomeriggio di primavera del 1990 e io subii lo scherzo di Daniele Del Giudice (un altro capitolo della mia tesi era sul suo Lo stadio di Wimbledon), che dopo avermi telefonato per dirmi di raggiungerlo, arrivato lì mi disse che no, che quello seduto accanto a lui non era Antonio Tabucchi, bensì Michele, un suo amico impiegato delle poste. Quel primo incontro – bellissimo – ha forse caratterizzato gli altri. Il secondo fu a Vecchiano, pochi mesi dopo, d’estate, a casa sua, quando la tesi l’avevo finita, discussa. Io dottore in lettere e lui lo scrittore che andavo a trovare, tesi sottobraccio, nel suo luogo complessivo, casa di famiglia, dov’è nato, cresciuto, dove ha letto, studiato e poi scritto, quella casa, quel giardino, diventati luoghi letterari essi stessi, nonostante il suo continuo errare tra Francia e Portogallo. O forse, luogo centrale, Vecchiano, proprio per via di quei continui spostamenti. E anche quel secondo incontro non poteva non avere una deriva letteraria, una variante narrativa improvvisa. Stavamo bevendo un bicchiere di vino, sotto l’albero, lui sfogliava la mia tesi e io provavo a vincere l’imbarazzo infilando sempre di più il naso dentro al bicchiere. Lo guardavo da sotto in su – portava ancora i baffi, all’epoca – impressionato da quella sua rassomiglianza a Pessoa e a Kipling o, quanto meno, ai loro ritratti che avevo visto in qualche libro. Era un pomeriggio caldo, di fine luglio e l’imbarazzo riguardava anche i tempi. Quanto tempo potevo fermarmi a casa sua? Ero io che a un certo punto dovevo capire che era il momento o dovevo aspettare fosse lui a congedarmi? Di sicuro, avevo in tasca il foglietto con gli orari del pullman che mi avrebbe riportato a Pisa. Pensavo a quello mentre lui sfogliava la mia tesi, e mi chiedevo anche se avrebbe trovato così ridicole le pagine color malva e la rilegatura color tabacco. Domande preoccupate sulla forma e – strano – non sui contenuti e naso dentro al bicchiere. Poi ci fu un botto. Proveniva dalla strada. Un botto e il rumore inconfondibile di qualcosa di metallico che sbatte e striscia sull’asfalto. Corremmo fuori dal cancello e per terra, sull’asfalto, un Ciao bianco e una ragazza distesa accanto, che già accennava però a rialzarsi. Sono caduta, disse guardandoci. Antonio la aiutò a tirarsi su, a sollevare il motorino e quando lei mi guardò pensai a Piccoli equivoci senza importanza. A un racconto di quella raccolta che però non era stato pubblicato e che si stava invece scrivendo lì, in quell’istante, davanti alla casa di Antonio Tabucchi, a Vecchiano. Potrei descriverla minuziosamente, la ragazza col Ciao bianco, dirvi a quale altezza i suoi jeans si strapparono sopra la pelle leggermente graffiata dalla caduta. Potrei farlo, ma questo piccolo equivoco non così senza importanza si stava scrivendo lì, nel luogo nativo e narrativo di Antonio Tabucchi, e non adesso, su queste pagine. Lui si premurò ancora, le chiese se non avesse preferito fermarsi un po’, bere qualcosa. Sei la figlia di non capii quale nome, le disse anche. Lei replicò sì, grazie di tutto, diede un’occhiata al motorino, lo fece ripartire, e sparì. Poco importa di come proseguì quel pomeriggio. Nemmeno lo ricordo bene e non so se per l’episodio della ragazza, o per il vino.

 Poi ci vedemmo altre volte, ma non spesso. Però l’incontro più importante, è stato forse quello a Saint-Nazaire. No, non c’è mai stato, Antonio Tabucchi, a Saint-Nazaire, ma la sera in cui ci arrivai per la prima volta, in residenza alla Meet, il 18 febbraio 2008, ho incontrato di nuovo Antonio Tabucchi, quando Patrick Deville mi disse che stava organizzando un convegno su di lui a Fontevraud. Gli raccontai di quel primo incontro a Venezia, della tesi e il giorno dopo, a Parigi, Deville incontrò Tabucchi e decisero di invitarmi al convegno. L’incontro più importante, dunque, a Saint-Nazaire, perché in quei giorni, mentre pensavo a cosa avrei potuto dire al colloque, capii quanto importante Antonio Tabucchi e i suoi libri sia stato per gli scrittori italiani della mia generazione. Noi narratori italiani abbiamo un problema di tradizione. Non abbiamo alle spalle la storia del romanzo che hanno i francesi, i russi, gli inglesi. I nostri punti di riferimento non possono andare molto lontano. I maestri siamo stati costretti a cercarceli dietro l’angolo del tempo, poco prima di noi. E così, Antonio Tabucchi, con Daniele Del Giudice, Pier Vittorio Tondelli e pochi altri sono stati per noi dei riferimenti importantissimi. Venuti subito dopo Italo Calvino. Sono loro ad avere riportato il romanzo al centro dell’attenzione letteraria italiana dopo anni di vuoto o, quanto meno, di smarrimento. Per questo posso dire di avere iniziato a scrivere spinto anche dai libri di Antonio Tabucchi, un autore fondamentale per gli scrittori della mia generazione. È stato un percorso a ritroso, nelle settimane successive, di libro in libro, dal politico L’oca al passo, un ritratto dell’Italia di oggi che solo l’acutezza di uno scrittore può dare in maniera così nitida, raccontando le fosche tinte di un quotidiano inaudito e inaccettabile. Un libro che può stare accanto, per lucidità e coraggio, agli Scritti corsari di Pierpaolo Pasolini. Un percorso che mi ha riportato, di libro in libro, a Notturno indiano e indietro ancora, fino al primo, Piazza d’Italia. Un incontro ininterrotto, alla fine, quello con Antonio Tabucchi. Un’appartenenza reciproca al racconto di un’epoca, l’odierna, che deve essere messa in luce con la precisione di un esploratore, per cercare di ridare, al lettore, il sentimento stesso – e, per quanto possibile, vero – di quest’epoca. Ho provato a farlo con Cosa cambia, tenendo fede a quanto Antonio, attraverso i suoi libri, mi ha insegnato. Così, a Fontevraud, tanto tempo dopo il nostro primo incontro veneziano, mi sono accorto che non l’avevo abbandonato mai, Antonio Tabucchi. E quando me lo sono rivisto davanti, diciott’anni dopo – e che botta, sul petto, che mi ha dato salutandoci – è stato sì come incontrare un vecchio amico ma, al contempo, anche la letteratura. Tutta intera.

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