Ciao Johan Cruijff

È morto Johan Cruijff. Per chi ha più o meno gli anni miei e ama il calcio, è come se fosse morto un cugino più grande, o uno zio. Un punto di riferimento, che andava al di là del calcio, al di là dello sport. Era un simbolo di ribellione, nonostante tutto, nonostante non si trattasse di politica, nonostante fosse il calcio, però quello degli anni settanta, comunque, non quello miliardario di un po’ di anni dopo. La ribellione di un calcio che usciva dagli schemi, di un atteggiamento – e non solo – che arrivava dritto da qualche anno prima, il ’68, e non si trattava soltanto dei capelli lunghi, della maglietta arancione numero 14 fuori dai pantaloncini, delle collanine di perle e delle sigarette – non solo di tabacco – fumate fra un allenamento e l’altro, all’intervallo fra un tempo e l’altro. Mica è facile farlo capire a chi non ha vissuto quegli anni, a chi non piace il calcio. Eppure Cruijff era Cruijff, e non c’è Maradona o Messi o Pelé che tenga. Mica per niente lo chiamavano il Profeta del gol. Lasciate pure perdere il gol, ma tenete il profeta, nel significato più ampio del termine. Questo era Johann Cruijff. E ho saputo soltanto oggi che ai mondiali del 1978 si rifiutò di andare non per motivi tecnici, né perché aveva litigato con l’allenatore. Fu un atto di ribellione, anche quello. Di vera ribellione. “Come puoi giocare a pallone a pochi metri da un centro di torture?”, confidò anni dopo. Johan Cruijff si rifiutò di partecipare alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina per denunciare la giunta militare al potere che da due anni torturava e faceva scomparire la propria gente, chiunque osasse opporsi. Di lui ho scritto più volte, anche nel mio primo romanzo, Terra rossa, dove lo citai solo per rendergli omaggio. Poi in un articolo per il manifesto, quando suo figlio, Jordi, distante come talento anni luce da suo padre, ebbe un momento di gloria con l’Alaves. E alla fine in Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, non una biografia, ma un racconto di e sul calcio, dove uno come Johan Cruijff non poteva proprio mancare.

Johan & Jordi Cruijff, articolo uscito su il manifesto nel 2000.

 Giocava sempre con la maglia numero 14, sia in nazionale – l’Olanda – sia nel club – l’Ajax prima e il Barcellona poi. Sulla manica sinistra la fascia di capitano con i colori della bandiera. Era il capitano di una nazionale che ai mondiali del ‘74 affascinò il mondo rivoluzionando il gioco del calcio con l’invenzione della zona e l’applicazione della melina. Una squadra composta, agli occhi dei ragazzini di allora, da giocatori culto, capelli lunghi, collanine di perle colorate al collo: noi, abituati ai compassati Rivera e Mazzola e Riva e Zoff, con tutt’al più la capigliatura non proprio capellona di Chinaglia, noi, guardavamo incantati. Una squadra dai nomi affascinanti: Ruud Krol, Wim Rijsbergen, Arie Haan, Johann Neeskens, Wim Van Hanegem, Johnny Rep. Il loro portiere Jan Joengbloed, poi, aveva un assurdo numero 8 sulla maglia giallo canarino, entrava in campo con un enorme coniglio di peluche, come un bimbo che va a nanna e spesso capitava di vederlo stazionare nei pressi della metà campo, essendo molto più efficace coi piedi che con le mani. Assurdo portiere, Joengbloed.

Erano la squadra dell’Olanda. Il loro capitano, maglia arancione numero 14, si chiamava Johan Cruijff, “il profeta del gol” lo definì Sandro Ciotti nel film-documentario che girò su di lui, il più grande calciatore europeo di sempre. Che abbiamo pronunciato in tutti i modi: con la u la a e la o, che abbiamo scritto una volta con la y, Cruyff, un’altra con le ij: misteri del fiammingo non ancora chiariti. Impressionava per la facilità con cui trattava il pallone, Cruijff, e per quella con cui motivava la sua classe: “faccio l’amore una volta al giorno”, diceva. Che giocatori, gli olandesi, che andavano in ritiro con le mogli, capaci di fare l’amore due ore prima della partita e di farsi pure uno spinello, magari. Poi, in campo, uno spettacolo che a noi, catenacciari, sembrava arrivare direttamente da un altro mondo.

Una squadra inimitabile e inimitata per anni che però non ha mai vinto niente, con la sfortuna di arrivare a due finali mondiali sempre opposta ai padroni di casa, la Germania di Gerd Müller e Franz Beckembauer nel 1974 e l’Argentina di Mario Kempes e Ruben Hugo Ayala nel 1978. Eppure, una squadra indimenticabile, che ha fatto innamorare il mondo. E il più amato fu lui, il capitano Johan Cruijff, oggi allenatore dimissionato del Barcellona, con qualche bypass nel cuore, e padre di Jordi, calciatore anch’egli.

Immaginate adesso di essere il figlio di Johan Cruijff (facile, allora tutti lo avremmo voluto come padre) e di intraprendere la strada del calciatore professionista. Agli occhi degli altri apparirai sempre con uno zaino addosso, quello di tuo padre, pieno di ricordi, di storia del calcio. Non sarai mai Jordi, ma il figlio di Johan, il più grande di tutti. Immaginate poi di capire presto che fra voi, figlio, e lui, padre, l’abisso di classe è evidente, incolmabile, che nome e sangue nel calcio (come nella vita, del resto) non contano niente, che sei tu e basta e che lui, è solo tuo padre. Provate ad andarglielo a dire a quelli che ogni volta vi fanno aprire quello zaino e ve lo svuotano del suo contenuto davanti agli occhi e vi dicono guarda qui e qui e qui. Provate a tapparvi le orecchie, il giorno in cui quel padre, allenatore, vi manda in campo e non vi toglie più e tutti vi dicono che giochi solo perché tu sei suo figlio. Vi basta? Quanti di noi farebbero immediatamente domanda per il concorso alle poste?

Jordi no, ha giocato facendo finta di niente (ma facendo finta, comunque), e si è imposto per quello che è: un buon giocatore, spesso decisivo, ma che a ogni errore, però: zzzip, la cerniera dello zaino di papà. Hiddink, il c.t. della nazionale, lo convoca per gli europei, ma gli olandesi non ci cascano, è o non è un grande amico di papà Johan? E Jordi deve fare finta, ancora una volta: di non chiamarsi Cruijff, intanto. Gli altri sulle magliette hanno scritto Kluivert, Bergkamp, Seedorf, lui no, solo Jordi, come se fosse uno spagnolo che ha sbagliato squadra e girone, ché la Spagna gioca in un altro, non in questo. E poi quel numero, il 14, che dopo suo padre è diventato il simbolo dei grandi. Platini, per esempio. Dei grandi, appunto, E Jordi sa di non esserlo. Eccolo allora correre per gli stadi inglesi con un per niente mitico numero 17. E’ con quel numero sulle spalle che segna il gol decisivo alla Svizzera, un bel gol, certo: controllo di destro sul vertice dell’area, qualche metro verso il centro, palla sul sinistro, tiro e gol. Però niente a che vedere con quelli di papà, ha detto uno dei maniaci dello zaino. Ma neanche quest’Olanda è come quella di papà e Jordi lo sa. E allora là in mezzo merita proprio di starci, di giocarci un ruolo importante, Jordi Cruijff, il figlio di Johan.



Dal libro Impassibili e maledette, le invenzioni di Andrea Pirlo, Limina 2010 e Terra Ferma 2014.
  Nell’epoca del look curato e attento che i calciatori esibiscono ormai dentro e fuori dal campo, Andrea Pirlo spicca per la sua normalità. Curato e attento in questo caso devono essere intesi con un’accezione negativa. Curato e attento come opposto di naturale, di semplice. In mezzo a tatuati di ogni genere e volgarità, in mezzo a calciatori che prima di un calcio d’angolo, di una punizione, non fanno che aggiustarsi il nastro ferma capelli, o il cerchiello, attenti a uscire dallo spogliatoio imbrillantinati e con le sopracciglia scolpite nei modi più ridicoli, lasciando il sospetto che dello staff di tante squadre facciano parte ormai anche il coiffeur e l’estetista, in mezzo a tutto questo (che altro non è che il ritratto di gran parte dei giovani italiani di oggi), Andrea Pirlo si pone in un altrove di naturalezza. Unico vezzo, fin da giovanissimo, i capelli leggermente lunghi, stile anni Settanta, e anche per questo, allora, ogni volta che lo vedo, mi viene in mente l’Olanda del 1974. Quella che faceva così (a memoria, senza supporto di alcun motore di ricerca): Jongbloed, Suurbier, Krol, Neeskens, Rijsbergen, Jensen, Haan, Van Hanegem, Rep, Cruijff, Rensembrink. Ci sarebbe stato bene, Andrea Pirlo, faccia impassibile, come quella di Johann Neeskens o di Arie Haan, con i capelli lunghi e naturali, come quelli di Ruud Krol, e le sue geometrie precise e profonde, come quelle di Johan Cruijff. E con il numero 21 sulla maglia arancione. Nulla di strano per una formazione che aveva in porta un tizio che entrava in campo con un coniglio di peluche come portafortuna e il numero 8 sulle spalle di una stravagante maglietta gialla: Jan Jongbloed. Rivoluzionò il ruolo del portiere. Eravamo abituati a portieri statici, vestiti di nero e con l’immancabile numero 1. Lui, sovvertì le consuetudini, abituato a stare più fuori dai pali che sulla linea di porta. Sì, fu il pioniere di un nuovo modo di fare il portiere, anche se era piuttosto mediocre. Ma in quell’Olanda lì, organizzata in campo come mai prima di allora, gli avversari si avvicinavano a fatica all’aerea. Raramente arrivavano al tiro. Così anche uno come Jongbloed poteva fare la sua figura, nonostante lo scarso talento. Ci si innamorarono tutti, della Nazionale olandese, quelli della mia generazione, adolescenti ribelli, all’epoca. Mancavano tre anni al 1977, ma quella è un’altra storia.

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