Bruxelles, la prima volta

Bruxelles, come Parigi, è una delle mie città dell’anima. Città che amo e dove vivono persone a me molto care. Ci sono andato per la prima volta il 18 ottobre 2004, invitato per tre settimane come scrittore in residenza dalla Fondazione Passa Porta in un appartamento di rue Antoine Dansaert, proprio di fronte Place de la Bourse. Durante il viaggio da casa a Bruxelles ho scritto questo testo, inedito in Italia e pubblicato in fiammingo sul supplemento letterario del quotidiano belga De Standaard. Avrebbe dovuto essere l’inizio di un piccolo libro, da stampare contemporaneamente in tre edizioni (italiano, francese, neerlandese). Un taccuino di viaggio composto anche da foto e disegni del mio primo soggiorno a Bruxelles (seguito poi da altri lunghi periodi negli anni successivi), uno dei tanti miei libri abbandonati alle soglie della pubblicazione.Pubblicare qui queste pagine, oggi, ha il significato intenso e profondo che ognuno di voi può intuire.

  L’aereo sono riuscito a fotografarlo, anche se non si potrebbe. Ho tenuto il telefonino come se lo stessi spegnendo o digitando un sms e ho fatto clic. Nella foto si vede la scaletta, un pezzo di muso e la gente che sale (una con un giubbotto color ghiaccio, gli altri tutti in scuro e oltre le loro teste la scritta Ryanair, in blu, sulla fiancata dell’aereo). Volevo mandare quell’immagine – l’immagine della mia partenza per Bruxelles – a un’amica. Un mms che è partito dalla tasca dei miei jeans mentre salivo, cercavo un posto e lo trovavo vicino all’ala sinistra. Il metal detector stavolta, poco fa, non ha suonato. Temevo addirittura i bottoni dei jeans, la montatura degli occhiali. Certo non è stato piacevole, poco dopo, doversi togliere la cintura e reinfilarla ai pantaloni davanti alla poliziotta addetta al monitor che però aveva gli occhi sulla radiografia del mio zaino.
Finestrino, dunque. Una fortuna in questi voli della Ryanair, dove non esiste prenotazione. Devi fare come in gita scolastica. Buttare lo zainetto e occuparlo (l’ho visto prima io!), il posto che vorresti. Mica l’ho fatto, però. Finestrino sì, allora, ma sopra l’ala. E l’ala, vederla vibrare, in volo, ti suggerisce che nello scontro con l’aria, lei, l’ala, una sua fragilità potenziale la possiede tutta. Con quelle leggere vibrazioni ti sussurra che lei sta lì grazie a innumerevoli combinazioni in equilibrio tra loro.

Poi, quando tutti sono a posto, inizia la liturgia mimica delle hostess, che nessuno guarda mai. Nessuno sta ad ascoltarla, Inga, al microfono, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, che dà le istruzioni. Intenti, tutti, a distrarsi il più possibile dal decollo di questo Boeing 737-800 della Ryan-Air, 95 euro andata e ritorno per e da Charleroi, anche se quando prenoti la prima volta sei convinto che atterrerai a Bruxelles.

Decolliamo, e in pochi minuti, su in alto, mentre l’aereo vola sopra le nuvole, tutti dormono. Io non ci riesco mai. Né in aereo, né in treno, forse perché non mi va di perdere nemmeno un momento del viaggio. Dello spostamento. Voglio viverlo tutto, io, il percorso. Qualunque percorso. Soprattutto quando è inedito, nuovo, come questo verso Bruxelles, la mia prima volta.

Io non dormo. Guardo le nuvole. E le nuvole, guardate dall’alto e a seconda dell’incidenza del sole, sembrano di volta in volta ghiaccio, gelato fior di latte, zucchero a velo, batuffoli di cotone, zucchero filato, nebbia, nuvole. E allora sono ghiaccio quando guardi quelle più lontane e meno accennate, meno bombate. Sono gelato fior di latte quelle non così lontane dall’aereo e dalle curvature dense e irregolari. Sembrano zucchero filato quando le vedi dritte, sotto l’aereo, venir su come a ciuffi, più sfilacciate delle altre. Sono batuffoli di cotone quelle più arrotondate, raggomitolate, quasi, qua, sotto l’aereo e per vederle bene dovresti sporgerti dal finestrino, fosse possibile. Diventano invece zucchero a velo se, in lontananza, si rigonfiano verso l’alto e assumono forma di dolci. Un pandoro. Una torta della nonna. Sono finalmente soltanto nuvole, invece, quasi alla fine, quando l’aereo sta per entrarci dentro e un attimo dopo, attraversandole, ti sembreranno essere nebbia. 

  Il Boeing tocca terra puntuale, alle 9.55, all’aeroporto di Charleroi. Inga, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, dal microfono saluta tutti e dà appuntamento al prossimo volo. Fuori, temevo di smarrirmi e invece seguo le informazioni che a bordo la voce di Inga aveva scandito in francese e fiammingo – a sinistra, appena usciti, avanti centro metri – e il pullman è lì, bianco e una enorme scritta che si ripete su tutti i lati Brussels South, direzione stazione di Bruxelles Midi. Dieci euro e in quaranta minuti sei arrivato.

Ultimamente mi diverto a cercare qualcuno (cosa? chi?) attraverso il bluetooth, quel sistema che mette in connessione i nostri aggeggi tecnologici. So che esiste una comunità in rete che teorizza la comunicazione anonima a distanza di pochi metri. Si possono cioè mandare messaggi via bluetooth da un telefonino a un altro che sia in un raggio di qualche decina di metri. Non sai chi sia. Del resto, il termine tecnico è accoppiamento. I due telefonini devono prima riconoscersi e poi accoppiarsi. Proprio come le coppie, nella vita. Il telefono che mi appare ora sul display è un Nokia 6310i. Quelli della comunità consigliano infatti di dare al proprio telefonino un nick che ne caratterizzi il proprietario. Alla stazione di Pescara, giorni fa, mi è apparso sul display, mentre cercavo, Mahatma. Era di un ragazzo che studiava su una panchina, in attesa del treno. Era l’unico là intorno. Mi sono mentalmente congratulato con lui per la scelta, e per ciò che quella scelta porta con sé. Chiamare il proprio telefonino con il nome di colui che vorresti essere. Identificarti con qualcuno o un pensiero, un ideale. Ché oggi ideale, in Italia, è parola da non dire, pena il ridicolo. Per questo allora avrei voluto mettere El Che o Subcomandante, come nick al mio Sony Ericsson Z1010 che ho invece chiamato Sony Ericsson Z1010 e basta. Anonimo come il Nokia 6310i che deve appartenere alla ragazza seduta un paio di posti davanti a me. Gliel’ho visto usare, poco fa. Sta leggendo un libro in fiammingo, del titolo si vedono solo due parole: HET RECHT.

Le prime immagini belghe, mentre il pullman ha messo in moto, sono soltanto italiane. Cartelloni pubblicitari: il circo Buglione (e l’assonanza con Buttiglione, accidenti, mi ammanta per qualche secondo di una profonda vergogna triste) la pubblicità dell’acqua San Pellegrino, quello di un altro circo, il Roncalli. Come se fossi ancora in Italia, insomma, addirittura con l’insegna di un club juventino, appena entriamo a Bruxelles e un altro manifesto che annuncia un concerto di Lucio Dalla, di un bel po’ di tempo fa, credo, tanto è sbiadito. Per sentirmi in Belgio mi concentro allora sull’HET RECHT della ragazza. Soltanto al terzo manifesto del circo che incrociamo, mi accorgo che Buglione è in realtà Bouglione, alla francese. 

  Fotografo qualunque cosa col telefonino. Foto che verranno sfuocate, offuscate, mosse attraverso il vetro del pullman. Sono come preso da un raptus quasi “giapponese”. Di uno che ha appena messo piede in un posto dove avrebbe dovuto – e voluto – venire da sempre. Ero piccolino, infatti, attratto dall’Anderlecht e dal suo portiere Trappeniers, dallo Standard Liegi, dove a parare c’era invece Christian Piot, da Jacky Ickx e da Eddy Merckx, ovviamente. Da Roger De Vlaeminck e da Patrick Sercu, che una volta vidi venire insieme a prendere il giornale all’edicola sotto casa mia, in vacanza, a Jesolo. Scesero dalle loro preziose biciclette vestiti con la maglia stelleestrisce della Brooklin (la gomma del ponte), le appoggiarono agli espositori girevoli delle riviste straniere, comprarono uno L’Équipe, l’altro Le Soir, non ricordo chi L’Équipe e chi Le Soir e se ne andarono subito, ripiegando i giornali nelle grandi tasche posteriori delle maglie, quelle che in gara servono per metterci i panini e io mi avvicinai, ancora basito dalla visione, all’edicolante che mi disse che sì, venivano lì tutte le mattine, finito l’allenamento, che erano in vacanza pure loro e poi mi chiese perché non gli avevo chiesto l’autografo, e io, che mi sentivo male all’idea di domandare qualcosa a quei due mostri (qualcuno si ricorda come i due vincevano le volate?), replicai implorando di chiederglielo lui, per me, il giorno dopo. Nessuno di noi due sapeva che quello era il loro ultimo giorno di vacanza, e addio autografi. Qualche anno dopo ci fu una donna. Sempre a Jesolo. Una ragazzina, avevamo sedici anni. Si chiamava Krisia, di Kruibeke, vicino ad Anversa, il nome con quella meravigliosa K, la stessa del suo paese, e il cognome con qualche vocale doppia, ovviamente. Suo padre tifava per il Beveren e io per qualche mese, a Venezia, ho comprato tutti i lunedì Het laaste nieuws, il giornale che lui leggeva, per vedere cosa aveva fatto il Beveren. La sera prima del suo ritorno in Belgio mi lanciò dalla finestra della sua camera una foto formato tessera. Il suo sorriso è stato la mia Gioconda per ameno un paio di diari scolastici negli anni successivi. E c’è stato anche Ivo Van Damme, poi. I capelli lunghi, la barba. Sembrava più un cantante rock che un mezzofondista, e che mezzofondista: medaglia d’oro alle Olimpiadi. Divenne per me un mito a causa di Krisia, certo. Ma sarebbe comunque stato uno di quegli atleti capaci di attrarmi comunque. Quei tipi un po’ incongrui rispetto al proprio sport, come il tennista Björn Borg, il mio eroe assoluto, all’epoca. Piansi quando Van Damme morì in un incidente stradale. Giocavo a Subbuteo in quegli anni. Krisia (che intanto non avevo più sentito né ovviamente rivisto mi scrisse soltanto una volta, per dirmi che lì, nella sua piccola e per me affascinante Kruibeke, lei aveva un fidanzato), era stata nominata a sua insaputa presidente della mia squadra di Subbuteo, il Bevereke, colori sociali gialloblu, i preferiti dalla presidentessa (non Krisia, no, Ira Fürstenberg, l’attrice, presidentessa dell’unica squadra di calcio – vera, reale – nella quale ho giocato a tredici anni, la Strobl Mestre. Una volta entrò nello spogliatoio…), e Ivo Van Damme era il centravanti della nostra squadra di plastica. Capitano con la fascia nerogiallorossa, i colori dellla bandiera belga che gli dipinsi io attorno al braccio sinistro, con uno stuzzicadenti.

Il Belgio è stato dunque per me soprattutto una questione di suoni, quelle K e quelle X e quelle vocali doppie, che dal mio alfabeto erano – e sono – escluse. E poi l’amicizia, quasi ventennale, ormai, con Madeleine e Jean-Philippe Toussaint, l’autore de La stanza da bagno, di Fare l’amore, e di cui sono diventato il traduttore italiano. Mi hanno invitato un’infinità di volte. E io non so se sia stato per pigrizia, per mancanza di soldi, o per chissà che cosa. Perciò, il mio arrivo a Bruxelles, invitato in residenza di scrittura dalla fondazione Passa Porta, ha qualcosa di solenne dentro di me e quando il pullman accosta alla Gare Midi, saluto il conducente, tocco terra e “sono a Bruxelles”, dico fra me e me. Neanche fosse la luna.

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