Ritornare a Parigi (quattro)

  Lo stato di emergenza, l’état d’urgence, come lo chiamano qui, mi sorprende lunedì mattina appena svoltato l’angolo fra la rue d’Auteuil e la rue Erlanger, diretto verso il métro, fermata Michel Ange Molitor. Fino a poco prima ero convinto che questa mattina sarei andato prima in Place de la République, a rendere omaggio a quel memoriale spontaneo e ormai permanente dove la gente continua a trovarsi, a riunirsi, a raccogliersi fin dalla sera del 7 gennaio 2015, dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Sarei stato lì per un po’, avrei osservato gli altri, letto i messaggi, riconesso – come ormai facciamo abitualmente – immagini viste nei media alla realtà circostante, e poi mi sarei diretto verso i luoghi del 13 novembre, sempre con quel dubbio lancinante, quella contraddizione inevitabile: da una parte il desiderio di rendere omaggio, dall’altra il rischio di fare un percorso morboso, voyeuristico. Questo mi ero ripromesso di fare, poi invece ho deciso di prenderla più alla larga, di procrastinare, ancora, forse nell’attesa di risolverlo, quel dubbio, e mi sono detto che questa mattina farò il turista e me ne andrò a Montmatre, linea 10 fino a Sèvres Babylone e da lì la 12 fino ad Abbesses.

Giro l’angolo con la rue Erlanger e lo so bene che subito, al numero 9, di là della strada, c’è un asilo. Ogni volta che ci passo davanti vedo le decine di trotinettes, di monopattini legati con la catena alla ringhiera e questa mattina, sui marciapiedi di qua e di là, ci sono decine di mamme che aspettano l’uscita dei figli, “protette”, di là e di qua, da due militari in assetto di guerra, giubbotto antiproiettile e mitragliatore impugnato in quel modo che mentre ci passi accanto ti dici sempre che se dovesse partire un colpo, non avresti scampo. Sarà per via della subitaneità con cui quell’immagine mi si è parata davanti appena svoltato l’angolo, sarà l’incongruenza incommensurabile che esiste nell’accostare anche solo con il pensiero due militari in assetto di guerra e dei bambini dell’asilo, fatto sta che ne viene fuori – in me, ma non solo, credo – un’immagine di assoluta violenza. Estetica, etica, morale, una delle tre, tutte e tre, fate voi. Non so se ogni scuola, ogni asilo, siano piantonati regolarmente. So che che ci sono continui allarmi bomba nei licei (e pare che i responsabili siano degli adolescenti smanettoni che hanno creato addirittura una applicazione in grado di provocare tali allarmi, nulla a che vedere con il terrorismo, quindi), e so anche che qualcuno sostiene che fra gli obiettivi dei terroristi uccisi nell’assedio di Saint-Denis ci fosse un asilo. Giustificabile dunque, viene da dire. Istintivamente forse, sì. Ma l’impressione, di fronte a quest’incongruo quadretto all’angolo fra la rue d’Auteuil e la rue Erlanger, è che saremo costretti a rivedere del tutto i parametri educativi costruiti lungo decenni. Che saremo costretti a fare passi indietro fatali. In nome della sicurezza. Ma ne vale davvero la pena?

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