Ritornare a Parigi (due)

In aereo è come se niente fosse. I borbottii sono tutti dedicati al ritardo di un’ora e mezza, dovuto a problemi tecnici (che quando ti dicono così non sai bene cosa pensare, e se sì, ti viene da pensare al peggio, al fatto un aereo è un assemblaggio di pezzi, e basta che soltanto uno di questi pezzi…).

Le due ragazze ai posti A e B, qui accanto a me, sono convinte che voleremo prima sopra al mare e poi sopra la Spagna. Evviva la geografia. 

Poi succede che uno si sente male e così si spengono i motori, torna la scaletta, il tizio scende, verrebbe da pensare “poveretto”, solidarizzare con lui, non fosse che fa parte di un gruppetto di giovinastri (più verso i quaranta che i trenta) in evidente addio al celibato, già con un notevole tasso alcoolico in corpo  e allora le maledizioni hanno un certo senso in questo caso. Mi hanno sempre fatto tristezza  queste goliardie, i divertimenti a comando, i festeggiamenti obbligatori. È anche per questo, fra l’altro, che sono in fuga dal Carnevale di Venezia. E allora, pensando a quel gruppetto di maschi in addio al celibato –tocca dirlo: evviva la “famiglia tradizionale”, no?

  Esco dal ritiro bagagli e noto con piacere che Schengen è intatta, funziona ancora, dall’aeroporto Charles de Gaulle si esce dritti, senza nessuno ostacolo. Devo percorrere tre, quattrocento metri lungo il corridoio che dal termina 2D porta al 2F, dove c’è la stazione dei treni. Lungo tutto il tragitto, nessuna presenza militare o di polizia, niente nella hall della stazione e nemmeno all’ingresso dei binari. A bordo della RER B, che porta a Parigi centro, soltanto passeggeri, l’unica cosa che inquieta è il segnale della chiusura porte, che in queste carrozze nuove scatta sibilante e prolungato, e solo passeggeri anche a Saint-Michel Notre Dame, dove scendo, e salgo apposta fino alla hall, per vedere se almeno lì, e anche qui nessuna traccia di divise. Giù di nuovo, un lungo tragitto sotterraneo fino a Cluny – La Sorbonne, a prendere la linea 10 direzione Boulogne, le porte delle carrozze vecchie di decenni, di quelle che si aprono con la maniglia a forma di manopola, la fai scattare all’insù e tac, sei dentro e dentro solo passeggeri, sia a bordo, sia fuori, a Michel-Ange Auteuil, dove scendo, scala mobile, due rampe, e finalmente respiro l’aria serale di rue d’Auteuil, il clochard che chiede l’elemosina, sullo scalino della banca, chiusa a quest’ora, sempre lì, immancabile, estate e inverno, e l’indiano, poco più in là, col suo minuscolo banchetto di frutta, dove non ho mai comprato nulla ma lui è lì, tutti i pomeriggi, e due metri dopo, sul marciapiede, l’adesivo verde scuro a forma di scarpa con lo stemma del Roland Garros, edizione 2014, sempre lì, indistruttibile, e poi il codice del portone che conosco a memoria, Daniela e Jean-Claude che mi accolgono, mi danno le chiavi del piccolo studio, accanto al pianerottolo, dove mi ospitano da anni e dove adesso sto ricopiando queste note e tutto sembra immutato, rassicurante, ogni cosa a suo posto, là fuori e qua dentro. Come se non fosse successo niente, e forse, dentro alle nostre quotidianità, dentro alle nostre esistenze – ce lo ripetiamo di continuo, se lo dicono i parigini – non è successo niente. Però è successo, invece, come se niente fosse.

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