Ritornare a Parigi (uno)

  Sto per ritornare a Parigi. Parto questo pomeriggio, ma ho voglia di scriverne subito, da Venezia, da casa. Questi miei andirivieni parigini sono diventati una consuetudine. Tre, quattro volte l’anno, e ogni volta dai dieci ai quindici giorni, per degli atelier di scrittura organizzati dall’associazione culturale Anteprima e la Mel, Maison des Ècrivains et de la Littérature, a cui di volta in volta si aggiungono convegni, conferenze, seminari (questa volta, domani, al cinema Panthéon, una tavola rotonda su Pasolini dopo la proiezione della versione restaurata del film Accattone, insieme a Hervé Joubert-Laurencin et Philippe-Alain Michaud autori di Accattone de P. P. Pasolini, scénario et dossier, pubblicato dalle Éditions Macula), ma anche, certo, visite ai musei e incontri con i tanti amici che ormai ho in quella città. Ma se è diventata una consuetudine, allora perché scriverne proprio oggi? Potrei rispondere dicendo che su Parigi c’è sempre qualcosa da scrivere, e non è certo la prima volta che lo faccio (c’è anche un ebook, nell pagina dei libr@, una serie di articoli scritti per il quotidiano L’Humanité nel 2010, scaricabile gratuitamente qui).

Ne scrivo oggi perché è la prima volta che ritorno a Parigi dopo il 13 novembre 2015.

Il 13 novembre ero rientrato a Venezia da pochi giorni, e molti credevano fossi ancora lì e si sono preoccupati per me, quella sera. Come ho scritto, non mi sono sentito affatto fortunato a essere rientrato da poco, ad averla scampata, come mi ha scritto qualcuno. Avrei voluto essere lì, accanto ai miei amici parigini, condividere con loro dolore e paura, domandarmi insieme a loro perché, consapevole non esista risposta. Qualche giorno prima di quel venerdì 13 novembre 2015 avevo lasciato una città che sembrava avere riassorbito le ferite di gennaio, le stragi a Charlie Hebdo e all’Hyper Casher, ferite che già a fine febbraio dello scorso anno, quando ci ritornavo per l’ennesima volta, erano quasi assenti, invisibili. Ero rimasto colpito da questo senso di citoyenneté a noi sconosciuto, a questo desiderio irrinunciabile di viverla, la propria città. Un sentimento, mi dicono, rimasto intatto anche dopo il 13 novembre 2015. Ecco, è quel sentimento che vorrei raccontare in questi giorni, dal punto di vista di uno che poche ore dopo le stragi al Bataclan e al XIeme arrondissement e allo Stade de France, ha scritto Je suis parisien. Vivere Parigi all’interno del suo stato d’emergenza permanente, con un parlamento che vuole inserire quell’emergenza nella costituzione, e con la consapevolezza – credo – che il sentimento parigino abbia davvero poco a che vedere con una quotidianità in stato d’emergenza.

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