Jesus, morto nel giorno della memoria

 Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 2 febbraio 2016.


 C’è un romanzo di Jean-Claude Izzo, Il sole dei morenti, pubblicato da e/o, dove a un certo punto si legge: “Si alzò a fatica, trascinandosi fino alla fine del binario. Sgusciò dietro la fila di sedili di plastica, si sdraiò su un fianco, il viso verso il muro, poi si tirò il bavero del cappotto sulla testa e chiuse gli occhi. L’inverno che aveva dentro se lo portò via”. Basta sostituire sedili di plastica con panchina e muro con siepe, Parigi diventa Venezia, la metropolitana si trasforma nei Giardini di Castello, ma l’inverno è lo stesso e questa volta si è portato via Jesus Angel de Prada Alonso, un nome che non accosteresti mai a un clochard. È morto di freddo il 27 gennaio, giornata della Memoria, in quelle coincidenze che la vita sa raccontare meglio di qualunque scrittore, perché anche i clochard, durante la guerra, finivano nei campi di sterminio nazisti.Quella mattina in tanti siamo passati accanto alla panchina, a quel giaciglio improvvisato, dicendo a noi stessi che sì, dài, stava dormendo, che – sì dài, ovviamente – stava smaltendo la sbronza della sera prima. Così come facciamo per i migranti, evitiamo di chiederci o di immaginarci le loro vite, quali esistenze li abbiano condotti a scelte estreme. Racchiuderli in un’entità astratta, generica, ci rassicura, ci consola, ci assolve. Ora, col senno di poi, ora che conosciamo il suo nome, che ci siamo passati accanto come se nulla fosse, la vergogna ci assale. Ma è una vergogna a tempo, con data di scadenza immediata. Poche ore, o forse solo il tempo di scrivere queste righe e di leggerle, e già non ci ricorderemo più di lui, sarà solo una vaga immagine, che continueremo a tenere ai margini della nostra memoria, un cliché, quella di un uomo e i suoi cartoni, un uomo emblema, non un nome e cognome, perché i clochard sono solo dei clochard, e hanno nelle nostre menti tutti la stessa faccia anonima, da tenere distante da noi, lontana, ai margini. Ma nella mia memoria c’è un ricordo che resterà. Un clochard spagnolo, forse lo stesso Jesus Angel de Prada Alonso, forse no, che una mattina, in autobus a Mestre, vedendomi giocare a Parchis sull’iPad, comincia a cantilenarmi in piena cadenza castigliana dicendomi che noi italiani non possiamo sapere che cosa significa il Parchis e comunque che è proprio uno scandalo giocarlo su quel “coso”. Ha ragione, balbettai io, ma lui era arrivato alla sua fermata. Alla sua residenza di cartone, e scese. Continuo a pensare avesse voluto dirmi altro, con quella ruspante veemenza: il Parchis è un gioco basato sul portare a casa, al centro del tabellone, le tue quattro pedine, in salvo, evitando di essere “mangiato” da quelle avversarie.

Sì, leggere o rileggere Il sole dei morenti di Jean-Claude Izzo, potrebbe essere un modo per ricordarlo, Jesus Angel de Prada Alonso, riportarlo al centro dai margini, in salvo dentro la nostra memoria, lui e tutti coloro che, quando li incrociamo, releghiamo con cura nella coda dell’occhio, timorosi non solo di guardarli, ma di vedere dentro ai loro sguardi quello stesso sgomento, quello stesso smarrimento che è dentro ciascuno di noi.

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