Perle fucsia 3. Il sindaco e i giornalisti

  Questo mio articolo è uscito ieri, 1 agosto 2015, sul Corriere del Veneto, a proposito della risposta scomposta del sindaco di Venezia a una domanda, a suo avviso scomoda, di un giornalista della Rai di Venezia. È solo l’ultima delle sue “uscite” a dir poco maleducate verso i giornalisti veneziani che “osano” fargli delle domande ovvie, doverose e a cui il sindaco – ogni sindaco del mondo – ha il dovere di rispondere, argomentando e, certo, contraddicendo, ma stando sempre nel recinto del garbo, del rispetto.
Nel riquadro, le reazioni – poco istituzionali – del sindaco ieri su twitter, rivolte al giornalista della Rai – secondo lui in malafede, ovviamente – e a me. Farebbero ridere, non arrivassero, appunto, dal sindaco della mia città, che è Venezia, e non Sucate. Ultima annotazione. Sul sito del sindaco appare puntuale, ogni giorno, la rassegna stampa degli articoli che lo riguardano. Sistematicamente, i miei, e sono già quattro o cinque da giugno a oggi, non appaiono nell’elenco. E questo la dice lunga…

Articolo uscito sul Corriere del Veneto l’1 agosto 2015.

  Chissà che cosa devono avere pensato, l’altra sera, tanti telespettatori mentre guardavano il Tgr del Veneto. In molti devono essere saltati sulla poltrona nel sentire il sindaco di Venezia rispondere a una innocentissima domanda del giornalista – “che si fa?”, riferita al taglio di 200 euro sullo stipendio dei dipendenti comunali – con un tono a dir poco veemente. “Faccia lei allora l’intervista, dica lei che cosa si fa. Se i soldi non ci sono più… lei che sa… vedo che è abbastanza comunista anche lei, lo dica lei allora cosa fare. La città è stata depredata. Non ci sono più i soldi. Andate a cercarli da quelli che c’erano prima. Non si sono accorti che stavano rubando?”. Bene ha fatto il Tgr a mandare in onda il siparietto del sindaco, che – forse – rivedendosi, avrà modo di capire che il giornalismo, quello vero, quello con la schiena dritta, è proprio questo, che fa domande e che poi riporta anche le reazioni scomposte di quei politici che invece vorrebbero aver a che fare solo ed esclusivamente con delle testoline che fanno sempre di sì, che non contraddicono mai, che riportano e basta. È un costume della politica italiana, quello che vuole i giornalisti addomesticati, malleabili, in una parola: innocui. Vorrebbero, ma chi fa giornalismo sul serio, per passione e talento, non si piegherà mai. Dev’essere proprio per questo che il sindaco, per la prima volta a Venezia e non solo, ha reso inaccessibili varie stanze del municipio, che è la casa del cittadino, non la sede della nuova azienda del sindaco-imprenditore. È un’altra anomalia tutta nostra, quella di restare sedotti dagli imprenditori che entrano in politica e ricreano, all’interno delle istituzioni che sono l’anima e la casa della democrazia, le stesse dinamiche attuate nelle loro aziende. E in azienda, si sa, non vige certo la democrazia, per ovvi motivi. Ed ecco allora le zone rosse, e addirittura i vigili, che dai piani alti di Ca’ Farsetti, riprendevano con le videocamere i dipendenti che manifestavano all’esterno. Per quale motivo? Qualunque sia la risposta, l’atto resta inquietante e incomprensibile. Quando arriverà il giorno in cui anche i politici italiani sapranno finalmente di non essere dei nomi e cognomi propri, ma i nostri rappresentanti? Quando capiranno che quando parlando, parlano a nome di tutti noi e non a nome loro “perché le elezioni le ho vinte io e tu te la mangi” (parole testuali del sindaco di Venezia rivolte a un cittadino che lo contestava). No, non funziona così la politica. E non si aggredisce verbalmente un giornalista che ti fa una domanda scomoda e non gli si dà dell’abbastanza comunista perché ti ha chiesto “che fare?”, sofisticato riferimento (involontario?), da parte del sindaco, al libro fondamentale di un comunista vero, Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin. Perché è troppo facile fare una campagna elettorale fastosa, piena di promesse. Il difficile viene adesso, che tocca fare. E se non ci riesci, tocca prendertela solo con te stesso, non con chi sta facendo, e bene, il proprio mestiere, anche se lo fosse davvero, “abbastanza comunista”.

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