A proposito di clima, razzismo e aria condizionata

 Questo editoriale è uscito venerdì 24 luglio 2015 sul Corriere del Veneto.

 

C’è un uomo che da troppi giorni, ormai, tutti stiamo venerando nostro malgrado, involontariamente o inconsciamente. Si chiama Willis Haviland Carrier, e nacque a New York nel 1876 e vi morì nel 1950. Alla maggior parte di voi questo nome non dirà nulla, e allora vi starete chiedendo perché mi stia prendendo la briga di dire una cosa del genere a nome di tutti. Semplice, perché il signor Willis Haviland Carrier è l’inventore dell’aria condizionata. Ecco, adesso, ogni volta che rientrate a casa in un bagno di sudore e la prima cosa che fate, da qualche settimana a questa parte, è impugnare il telecomando e fare partire quel flusso che in certi momenti ci sembra magico, se non addirittura divino, ringraziate il signor Willis Haviland Carrier. Perché è vero che l’aria condizionata consuma, che le nostre bollette saranno un salasso e che, soprattutto, la maggior parte dei condizionatori inquinano quasi quanto una motocicletta, ed è vero anche che le liti in famiglia non si contano fra chi è pro aria condizionata e chi contro (anche se le convinzioni di questi ultimi si stanno via via liquefacendo), è vero tutto questo, dicevo, ma come faremmo ormai senza aria condizionata? A nessuno piace dover dipendere da quello scatolotto sputa aria, e tutti non vediamo l’ora di riappropriarci di aria vera, frizzante, da respirare a pieni polmoni. Ce li sogniamo di notte, i boschi in montagna. Ma intanto dobbiamo sbarcare il lunario, e uscire anche in quelle ore che l’Arpav consiglia di passare in casa, come un coprifuoco, che poi di fuoco vero si tratta se pensiamo a quanto successo in quell’abitazione di Conegliano, dove il riflesso del sole in uno specchio ha dato fuoco a delle tende e l’intero palazzo è finito in fiamme. Poi, ci sono le vittime, e il pensiero che nel 2015, in Italia, in Europa, ovunque, si possa morire dal caldo, è qualcosa che facciamo fatica a capire, ad accettare.

Il governatore del Veneto parla da tempo di africanizzazione del nostro territorio, e non lo dice – ahimè – facendo riferimento al clima provocato da Caronte, l’anticiclone africano, ma da quella che secondo lui è un’invasione, quella dei profughi, dei migranti. Forse farebbe bene anche lui a preoccuparsi di questa africanizzazione, quella del clima, che ci sta costringendo a cambiare sul serio le nostre vite, alla quale dovremo abituarci, ricalibrando la nostra quotidianità a temperature che ci erano sconosciute. Un’africanizzazione che – per fortuna – non potremo fermare né con i muri, né con la veemenza di certe forze politiche. E magari sarà il caso, invece, di chiedere come poterlo affrontare, questo nuovo clima per noi insopportabile, ai nostri fratelli africani, che con le temperature di fuoco (e con il fuoco delle guerre e della fame che li spinge a fuggire) hanno a che fare purtroppo da sempre.

C’è infine da trarre una lezione, dal questa canicola permanente. Finora il clima, il caldo, per noi era solo sinonimo di ferie, di svago. Ora dobbiamo imparare a proteggerlo, a salvaguardarlo, a capire che è ora di invertire la rotta, ringraziando sempre, nel frattempo, Willis Haviland Carrier, ma con la speranza di essere costretti a usarla sempre meno, in futuro, la sua magica invenzione.

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