Perle fucsia 1. La cultura sotto tiro a Venezia

 Ho scritto questo testo di notte, qui a Lisbona, la città di Antonio Tabucchi. Dopo il risultato del ballottaggio per il nuovo sindaco di Venezia, avevo deciso di lasciar perdere. Mi ero detto che se i miei concittadini veneziani avevano deciso di dare la città in mano a un affarista sgrammaticato, era affar loro, io, quel che potevo fare lo avevo fatto. Avevo cercato di far capire che non votare Casson non equivaleva a punire quegli incapaci del Pd veneziano. Gli incapaci del Pd veneziano se la meritavano, certo, una batosta, ma non la meritava Felice Casson e, soprattutto, non la meritava Venezia. Invece, un sacco di gente ha deciso di non andare a votare e così, con solo 54 mila voti su 211 mila, Brugnaro è diventato sindaco. Sfangatevela da voi, adesso, mi ero detto. E, soprattutto, non venite a lamentarvi con me. Ma poi ci sono state le sue prime decisioni, libri e biblioteche come bersaglio, e le sue affermazioni su Aldo Manuzio. Così, di notte, qui a Lisbona, ho spalancato gli occhi e mi sono messo a scrivere. La spinta, ancora una volta – io lo so – me l’ha data Antonio Tabucchi, che mi ha insegnato che uno scrittore ha il dovere di essere libero, ha il dovere di raccontare le cose che vede, e di farlo senza remore, senza autocensure. Così, in piena notte, al vento fresco dell’oceano di Lisbona, inquieto e indignato per quel che sta accadendo a Venezia, ho scritto questo articolo, uscito domenica 28 giugno sul Corriere del Veneto. (Intanto, apprendo con apprensione che Brugnaro ha deciso di tenere per sé l’assessorato alla cultura. È come se avesse nominato me, che non ho la patente, assessore ai trasporti). Ecco l’articolo uscito sul Corriere del Veneto domenica 28 giugno 2015 con il titolo Cultura, l’esordio di Brugnaro è inquietante.

Ancora non è stata formata la giunta, il nuovo consiglio comunale ancora non si è insediato, eppure il sindaco-imprenditore appena eletto, senza consultare nessuno, ha già preso due decisioni drastiche e assai discutibili, che la dicono lunga su quello che sarà lo stile del suo quinquennio di amministratore di Venezia. Il primo atto, preso in quattro e quattr’otto, come se fosse uno dei problemi più urgenti da risolvere, è stato ritirare i libri “gender” dalle scuole. Libri che non erano affatto finiti lì con una decisione altrettanto drastica, ma dopo anni di studi, di approfondimenti, di confronto fra studiosi, pedagoghi, insegnanti, psicoterapeuti. Un percorso serio e inevitabile per un tema come questo, che non può essere affrontato attraverso opinioni personali basate spesso solo su pregiudizi, luoghi comuni. Invece, affidandosi solo a questi, ahimè, il nuovo sindaco di Venezia ha deciso che il futuro educativo dei nostri figli lo decide lui, dall’alto solo della sua “esperienza” di non si capisce bene cosa. La Storia, quella con la S maiuscola, quella che si studia – appunto – a scuola, ci ha insegnato che quando sono i libri a essere messi all’indice, è un brutto, bruttissimo segno. E sarebbe stato meglio fermarla qui, questa riflessione, perché, nonostante quest’atto imperioso porti con sé tutti i segnali di una visione del mondo non solo discutibile, ma soprattutto preoccupante, la speranza era si trattasse di un atto istintivo, legato all’inesperienza al ruolo. Poi però è arrivata la seconda decisione presa con forza e, di nuovo, senza alcun confronto con le parti in causa: il licenziamento di diciotto persone che da dieci anni garantivano il funzionamento delle biblioteche comunali. In questo modo saranno cancellati servizi essenziali, gli orari di apertura al pubblico verranno seriamente ridimensionati. Un danno non quantificabile, perché la cultura, come tutti sanno, non si misura coi numeri. No, forse non tutti lo sanno, in effetti. In questo caso l’unico numero che conta, è quello dei diciotto licenziati: sai che danno rappresentavano per le casse comunali di una città come Venezia? Basterebbe un solo superstipendio di qualche dirigente, a garantire la loro occupazione, e il loro servizio alla comunità, tanto per dire. Libri e biblioteche, dunque, i primi obbiettivi del nuovo sindaco di Venezia. Perché proprio la cultura? Anche in questo caso la Storia, i libri di Storia, potrebbero darci una risposta. Una risposta inquietante. Però, è noto che due indizi non fanno una prova, ce lo insegnano i romanzi gialli, guarda un po’ “di genere”, che ora faremo più fatica a prendere in prestito nelle biblioteche comunali. Già. Non fosse che ce n’è un terzo, meno eclatante ma altrettanto preoccupante. Alla conferenza stampa sui cinquecento anni dalla morte di Aldo Manuzio, il primo editore della storia, quando la presidente dell’Associazione italiana biblioteche del Veneto ha definito Manuzio, «uno che amava le biblioteche, non il profitto», una definizione che dovrebbe lusingare ogni imprenditore, il neo sindaco ha reagito così: «Non mi piace quello che sta dicendo, Manuzio era un vero imprenditore, si tende sempre a demonizzare il profitto ma la cultura la fa chi ne produce». Ecco il terzo indizio. La prova di un attacco frontale alla cultura e all’educazione? Speriamo di no, ma pare di sì.

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