Lo scandalo Mose un anno dopo

Un anno fa, come oggi, mi trovavo a Parigi. Mi ci trovavo per lavoro, come oggi. Perché, oggi, chi lavora per e con la cultura in Italia, ha pochissime possibilità. Una di queste è esportare, quando riconosciuti, il suo sapere e le sue competenze altrove. Cosa che faccio tre o quattro volte all’anno. Un anno fa, oggi, scoppiava lo scandalo Mose. E oggi, un anno dopo, in piena campagna elettorale, è doveroso tornare a ricordare quella giornata. Sottolineando la lettura bizzarra che tanti veneziani continuano a fare di quello scandalo, ritenendo più compromessa la giunta comunale uscente anziché la Regione Veneto.

Sì, è rimasta questa percezione bizzarra che gran parte dei veneziani hanno di quanto successo un anno fa, oggi. Deve esistere un bug, un inciampo che non è chiaro se riguarda il percorso, le varie tappe in cui un’informazione arriva fino a noi, o se invece quel bug, quell’inciampo è qualcosa di presente dentro di noi, l’incapacità ormai manifesta di andare fino in fondo, di approfondire, di saper dare la giusta lettura alle cose. La cosa accade, viene raccontata, e c’è ormai sempre modo, grazie soprattutto alla rete, di approfondire, di arricchire la notizia per conto nostro, abbiamo tutti gli strumenti, insomma, per arrivare all’esatta scansione dei fatti. E invece. Invece si propagano strani riverberi mediatici che ci arrivano frammentati, incompleti, che trovano spazio dentro al nostro immaginario e vi si installano – sbagliati – definitivamente. Si tratta di percezioni bislacche che si propagano in giro spesso stonate, a volte stravolte. Alla fine si impone una narrazione priva degli elementi necessari capaci a condurci alla completezza e, alla fine, alla verità.

Questa strana percezione sembra avere cancellato una parte della vicenda Mose – quella più determinante, decisiva – e conservato un’altra, apparentemente utile a qualcuno, impostasi non si capisce bene come, e che ha riempito il dibattito lungo gli interi dodici mesi che ci dividono dal 4 giugno 2014. Infatti sembrano diventati del tutto irrilevanti a livello elettorale le vicende che hanno coinvolto nello scandalo Mose una buona quantità di protagonisti della Regione Veneto. Li ricordo, perché, grazie alla bizzarra percezione propagatasi lungo tutto il territorio comunale e non solo, sembrano essere stati dimenticati: l’arresto di colui che ha governato per quindici anni il Veneto, Giancarlo Galan; l’arresto dell’assessore in carica della giunta Zaia: Renato Chisso, e poi funzionari vari e imprenditori che hanno sempre gravitato nell’orbita regionale, intesa come Regione Veneto. Quel che è rimasto invece scolpito nelle menti veneziane, è stato l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni. Va sottolineato che, oltre a lui, nessun membro della giunta, o del consiglio comunale, e nessun funzionario di Ca’ Farsetti è stato nemmeno lontanamente sfiorato dall’inchiesta. Nessun altro. Eppure. Eppure mentre giustamente Felice Casson ha parlato di effetto Mose come conseguenza dello scarso risultato colto dal centrosinistra veneziano al primo turno delle elezioni amministrative, nessun effetto ha toccato il governatore Zaia che, al contrario, ha moltiplicato i voti già ottenuti cinque anni fa. Bizzarra percezione da parte dell’elettorato, no? Perché se nell’immaginario, come scrissi un anno fa per il quotidiano Le Monde, l’arresto del sindaco incide in maniera profonda, perché si va a toccare il cuore ideale della città, dall’altra è incomprensibile che tutto il resto sia sparito, e che, in particolare, tutto il resto non sia più prossimo al candidato sindaco del centrodestra che a quello di centrosinistra. Strano no?

Così, quella mattina del 4 giugno di un anno fa, sconvolto, scrissi a Philippe Ridet, il corrispondente da Roma di Le Monde, che mi chiese di scrivere une tribune, come la chiamano loro, per il quotidiano del giorno dopo. Incollo qua sotto il testo in italiano. Questo invece è il link della versione francese.

Da una decina di giorni, agli italiani qui in Francia, non sembra vero. Dalla sera dei risultati delle elezioni europee, ci sentiamo ripetere: bravi, beati voi. Ancora ieri, conversando con lo scrittore Jean-Philippe Toussaint, che da anni era abituato a sentirmi elencare i disastri della politica italiana, il tema era questo: l’Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, ha visto il successo di un partito né populista, né xenofobo, né antieuropeo, ma di un vero partito democratico, che sceglie il proprio segretario e i candidati alle liste elettorali con le primarie. Una novità assoluta e sorprendente, in un Paese devastato dal berlusconismo. Sì, una soddisfazione inedita, lo riconosco, pur con tutti i distinguo che si possono fare sul Partito Democratico e su Matteo Renzi. Una soddisfazione che, evidentemente, non poteva durare.

Non credo sia possibile immaginare cosa può aver provato, ieri mattina, un veneziano come me, alla lettura di un sms secco, stentoreo, due parole: arrestato Orsoni. Giorgio Orsoni è il sindaco di Venezia, candidato del Partito Democratico, alla guida dal 2010 di una giunta di centro-sinistra. Arrestato. Il sindaco per la cui elezione anch’io mi ero speso pubblicamente. Dopo la sorpresa, e la speranza si trattasse di uno scherzo, il dolore. Un dolore lancinante, che davvero mai avrei pensato di provare per una cosa del genere. Perché in Italia queste cose sono all’ordine del giorno, te le aspetti. Ma a Venezia no. Venezia è la città dell’immaginario, della fantasia, anzi, Venezia non è nemmeno una città, è la città invisibile di Italo Calvino, è un’idea, è la bellezza resa possibile e vivibile. E quando vivi dentro alla bellezza, è impensabile possa esserci pure la corruzione. Non bastavano le grandi navi che violano le fragili acque di fronte San Marco, né l’invasione sempre crescente e caotica del turismo di massa. Ora questo scandalo, legato al Mose, la discussa e discutibile grande, grandissima opera di dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dalle acque alte, ma che per ora ha solo devastato la laguna e – oggi – il senso morale e etico della città. Uno scandalo che era nell’aria, ma non in queste proporzioni: il sindaco, un ex ministro di Forza Italia e ex governatore del Veneto, un assessore regionale dello stesso partito, un generale della Finanza, e un’altra trentina di persone fra cui politici, funzionari e imprenditori. Nel giorno dell’inaugurazione della Biennale Architettura, poi, dove Venezia diventa capitale mondiale della cultura. Non riuscivo ad alzarmi dal letto, ieri mattina. Lo sconcerto. E un inevitabile senso di vergogna, anche. Perché non bastano il dinamismo e la gioventù di Matteo Renzi per cancellare i disastri italiani. Ci vorranno decenni. E non appena la lancetta si sposta pur lentamente, ma con piacere, in avanti, tac, scatta all’indietro. Ricomincia tutto daccapo, tutto come al solito. Un incubo. Poi però mi dico che no, che anche questo, forse, fa parte del cambiamento. Potrebbe, almeno. Potrebbe, se i partiti capiranno che è finalmente arrivato il momento di fare pulizia, e farla da soli, senza aspettare che siano sempre i giudici a intervenire, pur giustamente. Capire che non si può e non si deve più affidare un’opera pubblica (la più costosa opera pubblica d’Europa, sette miliardi di euro) a un unico concessionario, il Consorzio Venezia Nuova. Sì, forse è anche questo, il cambiamento, mi sono detto, e allora ho trovato la forza di scendere dal letto, e di scrivere queste righe. Per provare a capire, per cercare di rincuorarmi, per ribadire ai miei amici francesi che sì, comunque qualcosa sembra proprio stia cambiando, in Italia, ma che ci vorrà ancora tempo, tanto tempo, e ci saranno ancora altri colpi al cuore come questo, peggiori di questo. Ma che Venezia resterà comunque Venezia, bellezza e fantasia. Anche senza il Mose, e tutto lo schifo che ha portato con sé.

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