Lo sperpero funziona in Italia e a Venezia

Breve ragionamento del giorno (e mezzo) dopo il primo turno delle elezioni per il sindaco di Venezia. Quasi trenta veneziani e mestrini su cento sono rimasti sedotti dalla rigogliosa, faraonica, immorale campagna elettorale dell’uomo d’affari Brugnaro. C’è da scommettere che a quei trenta su cento, se ne aggiungeranno altri al ballotaggio. Bisogna fare in mondo che non siano venti e fargli così superare la soglia fatidica. Perché dev’essere chiara una cosa: qui non si tratta di alternanza, non si tratta “che ora tocca al centrodestra”. Brugnaro non ha niente a che fare – lo ripete lui stesso – con la politica. Lui è un uomo d’affari. Quello e solo quello sa fare. E vuole continuare a fare. È talmente chiaro. Che cosa volete che ne sappia, lui, di wellfare, di istruzione, di cultura, di ambiente, di tutte quelle cose che non portano denaro subito, ma ne porterebbero e a tonnellate in tempi brevi. Il solo investimento, per gente come lui, è nel concreto, nel solido e solito: cemento, infrastrutture, opere. Possibile non sia chiaro che hanno mandato avanti la sua faccia, il suo denaro, la sua demagogia, ma che dietro ci sta proprio tutta quella gente che ha sempre ruotato attorno a grandi opere e altre robette simili? Possibile non sia evidente che dietro al sorriso fucsia, come lo chiamano loro (e che, lo ripeto, arriva dritto dal Partito dell’Amore di Moana e Cicciolina), si nasconde la pochezza di programma, di idee, e allora via di aperitivi e concertini? Altro che nuovo, altro che alternativo: quel 28% è stato sedotto con gli spritz, i gadget, attraverso l’effimero. E noi italiani adoriamo le apparenze, e detestiamo la sobrietà. Dicono che Brugnaro ride sempre e Casson mai. Ma li considerate così, voi, due candidati, li valutate in questo modo? Conta il sorriso – e la potenza economica – e non il percorso di due vite, di due percorsi esistenziali che, siamo seri, non ci dovrebbe nemmeno venir in mente di mettere a confronto? Quindi non si tratta di destra e sinistra, non si tratta di alternanza, ma di fermare il partito degli affari che darebbe il colpo di grazia a una città che non lo merita. O meglio: che forse non lo merita. Perché se poi ci scegliamo Brugnaro, il primo che dopo poche settimane viene a lamentarsi verrà respinto a calci nel sedere.

È stupefacente, dunque, che questi aspetti siano stati messi all’indice da pochi, da pochissimi. E che ancora oggi si assista a dichiarazioni soft da parte della coalizione di centrosinistra, che se vuole riportare ai seggi tutta quella parte del suo elettorato che è rimasta a casa, deve cambiare linguaggio, deve dire le cose come stanno,  stanare la pochezza e i giganteschi conflitti d’interesse dell’avversario, e farlo subito e durate tutte queste due settimane che ci separano dal ballottaggio. Ogni giorno, ogni minuto. Poi, dopo, sarà il momento dell’autocritica. E ce ne sarà tanta, da fare. Dopo, non adesso e, soprattutto, non a Felice Casson.

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