Tabucchi su Internazionale

È sempre piacevole, quando possibile, il venerdì mattina, iniziare la giornata sfogliando Internazionale, il settimanale che raccoglie il meglio della stampa mondiale, un riassunto di approfondimenti che negli anni ha fatto di questa rivista un punto di riferimento per chi voglia davvero informarsi, per chi voglia conoscere notizie che i nostri giornali non pubblicheranno mai.

Diventa un venerdì mattina bellissimo, il primo di primavera, quando dentro al numero di oggi, il 1094, scopri che c’è un racconto inedito di Antonio Tabucchi, trovato da sua moglie, Maria José de Lancastre, in uno dei taccuini dello scrittore. È un racconto incompiuto, scritto da Tabucchi poco prima di morire, che termina con l’articolo determinativo “Il” dopo un punto, e ti lascia un vago senso di tristezza, subito attenuato dalla gioia della lettura di quelle nuove pagine, che raccontano il suo Portogallo («L’ Algarve non esisteva, voglio dire che esisteva geograficamente, ma non ci andava nessuno, e del resto chi poteva andarci?, per arrivarci dovevi attraversare il Tago in traghetto, se avevi la macchina, e poi infilarti in uno stradone che attraversava l’ Alentejo e poi in stradine sperdute per passare le montagne di Monchique, e poi arrivavi alle spiagge dell’Algarve, bellissime, dove non c’era nulla e nessuno, qualche raro villaggio di pescatori, una capanna di foglie qua e una là, lontane su quei sabbioni»). La voce inconfondibile di Tabucchi, che racconta una storia di parole, un professore di linguistica che porta alcuni dei suoi studenti sulle montagne del nord del Portogallo, a bordo di un pullmino prestato dalla Croce Rossa portoghese ed è l’inizio degli anni settanta, ancora nel pieno della dittatura salazarista, col paese in guerra, Ultramar, di là dell’oceano, in Mozambico, Angola, Guinea portoghese. Il professore e i suoi studenti vanno a caccia di parole e fonemi ormai perduti, di labiali e di liquide. In poche pagine Tabucchi ti fa attraversare un paesaggio inedito, perché «a pensarci bene, quel Portogallo faceva una tenerezza alla quale era impossibile opporsi, perché era tutto così innocente, e così vero».

Ho passato questo venerdì mattina leggendo questo nuovo racconto di Antonio Tabucchi. Mentre il mondo era con il naso all’insù per ammirare l’eclissi di sole, io ero con lo sguardo all’ingiù a leggere ancora altre parole di uno scrittore che non bisogna smettere di leggere e di rileggere. Ho letto queste sue nuove parole con avidità e nel frattempo, fuori, l’eclissi si è compiuta, io l’ho lasciata passare leggendo il racconto E alla fine arrivò settembre, di Antonio Tabucchi. 

L’eclissi, la guardo in questa foto, scattata da mio fratello.

 

 

 

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