Due taccuini rossi, anzi tre

Notte insonne a Parigi, conseguenza di quella che da queste parti chiamano la grippe, l’influenza, e allora, tutti quei tweet che in questi giorni conitnuano a celebrare un romanzo francese, anzi, parigino, tweet firmati da persone – lettori, lettrici – di cui mi fido, mi spingono a provarci, lo leggo. In tutta sincerità, la trama di La donna del taccuino rosso, pubblicato da Einaudi, è di quelle che da sempre mi tengono lontano da questo genere di romanzi:

Una boccetta di profumo Habanita, una bottiglia di Evian da mezzo litro, un fermaglio per capelli con un fiore di stoffa azzurro, una ricetta strappata da qualche rivista, tre sassolini colorati, quattro vecchie fotografie, un romanzo di Patrick Modiano… Quante cose possono stare nella borsa di una donna? Quanti sogni, desideri e paure può svelare il suo taccuino? Il contenuto di una borsa ritrovata può raccontare tutta una vita a chi sa ascoltare.

Così, alle due di notte, a Parigi, nello studio dove i miei amici Daniela e Jean-Claude mi ospitano quando vengo qui aimage tenere il mio atelier di lettura e scrittura creativa, mi dico ma sì, dai, leggiamolo. Dicono sia così avvincente. E mi avvince eccome. Una doratrice che viene aggredita e derubata davanti a casa, un libraio che il giorno dopo ritrova la sua borsa per caso, Parigi, Patrick Modiano, i libri, fra cui alcuni di autori che adoro (Jean Echenoz, Antonio Tabucchi, Jean-Philippe Toussaint). Avvincente sì, nel senso che fin da subito non puoi fare a meno di continuare a leggere per capire come l’autore risolverà il prossimo snodo, come articolerà il successivo tassello, perché ovviamente il libraio cercherà in ogni modo la proprietaria della borsa, fino addirittura a tendere un agguato (innocuo, per carità) al povero Modiano, che aveva firmato la copia del suo libro contenuto dentro la borsa. E snodi e tasselli si susseguono con una prevedibilità sconcertante. E forse sta davvero qui la forza del successo di questo romanzo, nella sua prevedibilità, nel suo procedere come tutti vorremmo accadesse sul serio. È un romanzo dall’enorme contenuto consolatorio, da leggere sorseggiando una tisana addolcita col miele. Il plaid sulle ginocchia e la mente a quella volta, sì, a Parigi. Ah, che romantica città.

Già, in un’epoca di precarietà complessiva, di crisi collettiva, forse oggi è di queste storie che i lettori hanno bisogno. Consolatorie, prevedibili, tenere, zuccherose. Boh.

Ma se fosse proprio di un taccuino rosso, di cui sentite la necessità, meglio rivolgerisi allora a quello di Paul Auster, pubblicato anch’esso da Einaudi, il Taccuino rosso, di un grande scrittore. Un libro che racconta la scrittura come  fosse un racconto.

Il taccuino rosso nella foto, è il mio. Comprato qua a Parigi, cartoleria L’Écritoire, a due passi dal Centre Pompidou. Ci sono appunti di quattro anni. Me lo rubassero, nessuno ci capirebbe un fico secco. 

 

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