Sottomettersi a Houellebecq

Ho finito di leggere – ma quanta fatica! – l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, La sottomissione. Ne scrivo perché ancora mi domando, in particolare dopo questo libro, cosa ci trovino di così “grande” dentro alle pagine di questo scrittore. E dato che a riconoscerne la grandezza sono spesso persone che stimo molto, amici, scrittori, critici, ho fatto ancora uno sforzo.

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Vorrei partire dall’aspetto più importante per un romanzo, la scrittura. Un grande scrittore deve essere capace di sorprendermi a ogni pagina, deve rendere memorabile – a volte – anche il nulla. Deve essere capace di farmi stare sulla pagina non solo attraverso colpi di scena o trovate stravaganti, ma farmi star lì per come riesce a mettere insieme le parole, e la trovata allora può essere anche solo una semplice descrizione. Il romanzo di Houellebecq è scritto nella maniera più piatta possibile. Mai uno slancio, mai un giro di frase capace di tirarti dentro e di portarti altrove. Al contrario. Il tema fanta-politico (la vittoria in Francia nel 2022 di un partito islamico che trasformerà del tutto la società francese) costringe l’autore a fornirci di continuo elementi di fanta-storia, e lo fa attraverso dei lunghissimi e noiosissimi dialoghi che si trasformano in quelli che un mio amico scrittore individua come il nemico assoluto di chi scrive: gli spiegoni. Che cosa sia uno spiegone, credo sia superfluo dirlo. I lunghi dialoghi di fanta-politica, sono fra l’altro mal gestiti, perché capita spesso, al lettore, di perdere il filo, di non capire più chi sta parlando, anche perché il tono di queste conversazioni è sempre monocorde, piatto, come la scrittura complessiva del libro.
E poi c’è la storia, del tutto inverosimile. Ma, come giustamente fa notare qualcuno, anche 1984 di George Orwell era del tutto inverosimile. Sì, vero. Ma Orwell non ha scelto un tema delicato per l’epoca in cui ha scritto il libro. In questo caso, scegliere come tema di sfondo quello che ormai da una quindicina d’anni è “il” tema mondiale, suona come una strizzatina d’occhio. Come se autore e editore avessero deciso, un giorno, che sì, era arrivato proprio il momento di provarci.
Dunque la scrittura di questo romanzo non sorprende, mai, ma la vera sorpresa è il successo di La sottomissione qui in Italia. Perché oltre al fatto che per capirci comunque qualcosa è necessario avere una discreta conoscenza del panorama politico e sociale della Francia di oggi, quando nel libro non si parla di politica (e di sesso, ma questo lo vediamo più in là), si parla, e molto, di letteratura francese. E non di Proust o dei Poeti Maledetti o di Baudelaire, di cui qualcosa possiamo tutto sommato attingere da lontane reminiscenze liceali, bensì di Huysmans (argomento di tesi prima e di studi poi dell’io narrante docente universitario), di Guénon, di Lorrain, roba per ultra specialisti, insomma. Eppure, il romanzo è da un mese in vetta alla classifica. Sorprende, anche per via di un altro aspetto. Nell’inverosimile salita al potere della Fratellanza musulmana, il cuore della questione è il ruolo della donna. Nel giro di poche settimane dalla vittoria alle elezioni, le donne spariranno dai luoghi di lavoro, risolvendo in questo modo del tutto l’annoso problema della disoccupazione. Il che accade tranquillamente, senza alcuna protesta, nulla. Certo, si tratta di finzione. Ma la grandezza di uno scrittore la vedi anche in questo, nella capacità di trovare una soluzione all’improponibile. Qui, la cosa è solo detta, registrata. Il protagonista se ne va per qualche settimana lontano da Parigi, e quando torna, le donne sono sparite dai luoghi di lavoro. Come se si trattasse più di un gioco di prestigio che di una trovata romanzesca. E il risultato è di evidente sciatteria. Un romanzo che – fossi una lettrice – avrei buttato ben prima della fine. Il protagonista ha storielle con le sue studentesse (una in particolare, Myriam, ebrea, che con la famiglia abbandonerà la Francia per Israele poco prima delle elezioni, ovviemente), e tutto corrisponde ai più classici cliché, compreso il ricorso a delle escort. Anche in questo, nessuna sorpresa, nessuna soluzione romanzesca da grande scrittore. Al contrario. Irritante, offensivo, misogino.

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Eppure, il critico Antonio D’Orrico, che parla di capolavoro, ha scritto: “… la magistrale ironia di un autore capace di performance di fattura sublime, che ribaltano il punto di vista comune. Pezzi così: «Vestite durante il giorno con impenetrabili burqa neri, di sera le ricche saudite si trasformavano in uccelli del paradiso, si agghindavano con guêpière, reggiseni trasparenti, perizomi ornati di pizzi policromi e gemme; esattamente al contrario delle occidentali, che, raffinate e sexy durante il giorno perché era in gioco il loro status sociale, tornando a casa la sera si afflosciavano, abdicavano stremate a qualsiasi prospettiva di seduzione indossando tenute comode e informi». Ci capirò poco io (o forse la grandezza sta in “ornati di pizzi policromi”? Boh), ma questa performance di fattura sublime, oltre a essere di una ovvietà sconcertante, si commenta da sola. No? Ed è soltanto uno di quei passaggi che alla fine farà capire al lettore che la vera causa del disastro dell’occidente è la donna e il suo ruolo nella società. La soluzione sarà la poligamia e le donne chiuse in casa a soddisfare i mariti. Irritante, davvero. Eppure, sentirete più di qualcuno dire che proprio in questa capacità di provocare, di indignare, sta la grandezza di Houellebecq. Sarà.
Infine, l’ultima evidenza: se riuscirete ad arrivare fino in fondo, non potrete non notare quanto sbrigativa sia l’ultima parte. Esauriti gli spiegoni, in poche pagine e in tutta fretta, l’autore risolve la questione come previsto fin dall’inizio. Non vi svelo come, tranquilli, anche perché non c’è nulla da svelare e di questo libro ho parlato già fin troppo, per la gioia di chi potrà dire che la grandezza di Houllebecq sta nel far parlare dei suoi libri sempre e comunque. Già, forse. Però a me pare poco. Davvero poco.

Anzi no, chiudo citando la fine della recensione di Sylvain Bourmeau, critico di Mediapart: ““Ciò non mi impedirà di dire a Houllebecq, la prossima volta che lo incontrerò, quanto il suo ultimo romanzo sia pericoloso, perché contribuisce, come tante altre cose qui in Francia, piccole e grandi, sempre brutte, pesanti, a rendere la vita un po’ più sgradevole a tutti quelli che hanno un nome arabo o la pelle nera”.

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