Marco Van Basten, cinquanta

Oggi Marco Van Basten compie cinquant’anni. Poche settimane fa il Corriere della Sera mi ha chiesto di scrivere un testo su di lui per il supplemento culturale La Lettura. Può sembrare strano che ti chiedano di scrivere di un calciatore su delle pagine letterarie. Ma ci sono giocatori che vanno al di là del calcio, che arrivano ben oltre i limiti ovvi imposti dall’industria del pallone. Si insediano dentro ad altri immaginari, più variegati, più completi. Toccano corde inaudite, quelle stesse che dentro di te hanno saputo toccare – che so – Michelangelo Antonioni, Franz Kafka, Piet Mondrian, Italo Calvino, Bob Dylan, e così fra loro c’è anche Marco Van Basten, oltre magari a Björn Borg e Eddy Merckx. Non so se questo articolo può essere un degno regalo a questo grande campione per i suoi cinquant’anni. Di sicuro, mentre lo scrivevo, ho provato un autentico sentimento di riconoscenza.

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In tanti ce le ricordiamo ancora quelle poche parole, pronunciate da Marco Van Basten in italiano, con qualche inciampo e le consonanti aspre di chi ha come lingua madre il fiammingo. Disse: La notizia è corta, semplicemente ho deciso a smettere di fare il calciatore, tutto lì. La notizia semplice e corta metteva fine a quasi tre anni di attese, di poche partite giocate e di tante operazioni alla caviglia destra e alle susseguenti convalescenze e riabilitazioni. Quella notizia semplice e corta mise fine anche alla mia, di attesa, a un paradosso immaginario, a un’iperbole passionale, a una dichiarazione d’amore assurda ma necessaria. Pochi mesi prima avevo scritto che pur di poterlo rivedere in campo ero pronto all’espianto della cartilagine della mia caviglia (destra o sinistra poco importava, tanto per scrivere stai prevalentemente seduto, a volte disteso, raramente in piedi) per donarla a Marco Van Basten, se fosse stato possibile. Ma non lo era. E poi si trattava di un paradosso che serviva a sottolineare il dispiacere. Perché per noi appassionati, quel lungo periodo in cui il centravanti del Milan Marco Van Basten giocava a singhiozzo, fu una pena. Giocava una partita e poi era costretto a saltarne manciate intere. Non aveva ancora ventinove anni e però aveva già incantato tutti, era un centravanti con momenti di classe alla Pelé, l’intelligenza di Cruijff, il tocco di Maradona, e giocava a testa alta come Gianni Rivera o Franz Beckenbauer. Mai viste queste doti tutte insieme concentrate in un centravanti classico, apparentemente tutto fisico. E proprio Maradona, in quei giorni, parlò per tutti noi, scolpì in un ideale pantheon del calcio le parole che tutti avevamo dentro: Me viene la voglia de piangere quando se trata de un giocatore come lui, che non può giocare più. È stato il giocatore più elegante che ho visto en vita mia. E poi chiuse con durezza, con una di quelle frasi che solo Maradona: Se Dio non lo ha fato giocare più sarà perché non vuole che ci siano più goli beli.
E oggi quei goli beli te li vai a rivedere su youtube. Quello al Santiago Bernabeu, contro il Real in Champions in tuffo di testa, che sarebbe bastato solo il gesto, non il gol, per imprimersi nel nostro immaginario, e poi quello contro l’Unione Sovietica, a Monaco, finale dei campionati europei del 1988, l’unico trofeo vinto dall’Olanda, un tiro al volo da una posizione dove hai una probabilità su cento di fare gol, le altre novantanove di essere – trattandosi di una finale – deriso per l’eternità. Per noi iscritti al suo club, quello è il gol più bello della storia del calcio. Punto. E quei gol, quei gesti, hanno in sé uno sviluppo, una trama, hanno un contesto, prendono forma dentro a un paesaggio, sono il risultato di vicende portate avanti dal protagonista e da altri personaggi. Vorresti, insomma, che quei gol stessero nello scaffale della tua libreria, accanto a Kafka e a Conrad, a Calvino e a Tabucchi.
Quando – semplicemente – si ritirò, quella scelta così inevitabile e definitiva ci tolse qualcosa da dentro, dal profondo di un sentimento a volte difficile da comprendere per chi non ama il gioco del pallone. Perché quello è il momento in cui tu appassionato ti accorgi che il poster si stacca dal muro della tua cameretta e se ne va per la sua strada, come chiunque, campione e no. Ti accorgi che il mito che ti ha guardato per anni dalla parete di fronte al letto ha anche lui le sue magagne, le sue debolezze. È la fine della fiction, ti accorgi che non esistono eroi, e per fortuna. Capisci che esistono solo storie, e che è bello scriverle, leggerle. Qualcuno ci ha anche provato, con quei titoli un po’ così, quelle definizioni sbrigative, “Il cigno di Utrecht”, “il campione di porcellana”. Quando poi invece basterebbe il suo nome, magari quello registrato all’anagrafe: Marcel Van Basten, autore e personaggio al tempo stesso, campione assoluto e però sempre con una luce un po’ grigia dietro lo sguardo, come dev’essere il cielo sopra Utrecht, per la maggior parte dell’anno, perché poi il tuo paesaggio te lo porti dentro ovunque e per sempre.
Dopo il ritiro si prese un bel po’ di anni sabbatici, prima di fare l’allenatore. Aspettò, forse per insicurezza, forse per modestia, perché anche il più grande – ma sì, diciamolo – centravanti della storia del calcio può essere insicuro e modesto. E modesti sono stati anche i risultati in panchina, per Marco Van Basten. Eppure non c’è tifoso milanista che non abbia desiderato vederlo prima o poi alla guida del Milan. A ogni cambio di allenatore, il primo sostituto possibile era sempre lui. Il curriculum era quello che era, ma dentro di noi – non solo nei tifosi e appassionati, ma anche negli addetti ai lavori – c’era questo sentimento da una parte di riconoscenza e dall’altra di certezza. La certezza che il Milan fosse l’unica sua vera casa, l’unico posto dove avrebbe potuto stare, vincere. Ci scrivevamo tutti il nostro romanzo, insomma, salvo poi uscirne in fretta, sopraffatti dalla logica. Ma senza abbandonare la speranza. Perché c’era sempre il retropensiero a lavorare: ecco, ci dicevamo, metti che porti l’Heerenveen in Champions League, o che vinca il campionato olandese con l’AZ Alkmaar, poi magari è il momento buono.
E allora fa male, oggi, forse più male di quando abbandonò l’attività agonistica, leggere che deve lasciare la panchina per qualcosa di ben più serio di una caviglia che scricchiola. Tachicardia, stress, depressione. E adesso, ahimè, non posso mettere nulla a disposizione di Marco Van Basten, se non queste righe, se non la riconoscenza e quel retropensiero, che non ci abbandonerà mai. Perché quando questo momento passerà, Marco Van Basten ritornerà ad allenare e noi milanisti – ma non solo – ricominceremo a essere come al solito vagamente consapevoli che prima o poi entrerà a San Siro con quella sua inconfondibile allure, e andrà a sedersi su quella che è la sua panchina. E allora non finiremo mai di scriverlo, questo romanzo, la storia di Marco Van Basten, che toccava il pallone come nessuno mai, e che dietro lo sguardo ha la luce un po’ grigia del cielo di Utrecht.

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