Venezia si autodistrugge (due)

Scandalo Mose. Poche ore dopo gli arresti avvenuti la mattina del 4 giugno 2014, ho scritto questa tribune per il quotidiano francese Le Monde. Mi trovavo in Francia già da due mesi e la notizia fu un pugno allo stomaco.

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Da una decina di giorni, agli italiani qui in Francia, non sembra vero. Dalla sera dei risultati delle elezioni europee, ci sentiamo ripetere: bravi, beati voi. Ancora ieri, conversando con lo scrittore Jean-Philippe Toussaint, che da anni era abituato a sentirmi elencare i disastri della politica italiana, il tema era questo: l’Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, ha visto il successo di un partito né populista, né xenofobo, né antieuropeo, ma di un vero partito democratico, che sceglie il proprio segratario e i candidati alle liste elettorali con le primarie. Una novità assoluta e sorprendente, in un Paese devastato dal berlusconismo. Sì, una soddisfazione inedita, lo riconosco, pur con tutti i distinguo che si possono fare sul Partito Democrtico e su Matteo Renzi. Una soddisfazione che, evidentemente, non poteva durare.
Non credo sia possibile immaginare cosa può aver provato, ieri mattina, un veneziano come me, alla lettura di un sms secco, stentoreo, due parole: arrestato Orsoni. Giorgio Orsoni è il sindaco di Venezia, del Partito Democratico, alla guida dal 2010 di una giunta di centro-sinistra. Arrestato. Il sindaco per la cui elezione anch’io mi ero speso pubblicamente. Dopo la sorpresa, e la speranza si trattasse di uno scherzo, il dolore. Un dolore lancinante, che davvero mai avrei pensato di provare per una cosa del genere. Perché in Italia queste cose sono all’ordine del giorno, te le aspetti. Ma a Venezia no. Venezia è la città dell’immaginario, della fantasia, anzi, Venezia non è nemmeno una città, è la città invisibile di Italo Calvino, è un’idea, è la bellezza resa possibile e vivibile. E quando vivi dentro alla bellezza, è impensabile possa esserci pure la corruzione. Non bastavano le grandi navi che violano le fragili acque di fronte San Marco, né l’invasione sempre crescente e caotica del turismo di massa. Ora questo scandalo, legato al Mose, la discussa e discutibile grande, grandissima opera di dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dalle acque alte, ma che per ora ha solo devastato la laguna e – oggi – il senso morale e etico della città. Uno scandalo che era nell’aria, ma non in queste proporzioni: il sindaco, un ex ministro di Forza Italia, un assessore regionale dello stesso partito, un generale della Finanza, e un’altra trentina di persone. Nel giorno dell’inaugurazione della Biennale Architettura, poi, dove Venezia diventa capitale mondiale della cultura. Non riuscivo ad alzarmi dal letto, ieri mattina. Lo sconcerto. E un inevitabile senso di vergogna, anche. Perché non bastano il dinamismo e la gioventù di Renzi per cancellare i disastri italiani. Ci vorranno decenni. E non appena la lancetta si sposta pur lentamente, ma con piacere, in avanti, tac, scatta all’indietro. Ricomincia tutto daccapo, tutto come al solito. Poi però mi dico che no, che anche questo, forse, fa parte del cambiamento. Potrebbe, almeno. Potrebbe, se i partiti capiranno che è finalmente arrivato il momento di fare pulizia, e farla da soli, senza aspettare che siano sempre i giudici a intervenire, pur giustamente. Capire che non si può e non si deve più affidare un’opera pubblica (forse la più costosa opera pubblica d’Europa, sette miliardi di euro) a un unico concessionario, il Consorzio Venezia Nuova. Sì, forse è anche questo, il cambiamento, mi sono detto, e allora ho trovato la forza di scendere dal letto, e di scrivere queste righe. Per provare a capire, per cercare di rincuorarmi, per ribadire ai miei amici francesi che sì, comunque qualcosa sembra proprio stia cambiando, in Italia, ma che ci vorrà ancora tempo, tanto tempo, e ci saranno ancora altri colpi al cuore come questo, peggiori di questo. Ma che Venezia resterà comunque Venezia, bellezza e fantasia. Anche senza il Mose, e tutto lo schifo che ha portato con sé.

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