Cent’anni di solitudine

In questi giorni sembra che ognuno senta la necessità di dire la sua su Gabriel Garcia Marquez. Ed è naturale che sia così, quando si tratta di uno scrittore i cui libri, la loro lettura, sono risultati decisivi nella tua formazione, nella tua vita. È successo anche a me, quando ho letto, ventenne, Cent’anni di solitudine. Ricordo bene l’emozione, di pagina in pagina, la sensazione – netta – di essere dentro alle pagine di un capolavoro già allora considerato un classico. Era un tascabile Feltrinelli bello grosso e al terzo o quarto Aureliano Buendia, dopo qualche decina di pagine, mi sono fermato, sono tornato indietro e al comparire di ogni componente dei Buendia, ho tracciato su un foglio l’albero genealogico della dinastia. Quella decisione non mi permise soltanto di avere chiaro il succedersi delle generazioni, ma anche – credo – un aiuto più concreto a stare dentro a quelle pagine con attenzione e partecipazione. Mi spinse inoltre, a prendere degli appunti.

Non posso dire che quel libro mi ha cambiato la vita: trovo questa affermazione sempre un po’ esagerata, quando la sento pronunciare a chiunque, che un libro, una canzone, un film, possano cambiarti la vita. Di sicuro, Cent’anni di solitudine è uno di quei libri dai quali esci con un sacco di cose in più dentro di te. Ecco, è uno di quei libri che ti cambiano il tuo approccio di lettore, ti fa fare qualche passo avanti, diventi più esigente. Credo che la vita possano cambiartela solo le persone, gli incontri, gli amori. E un giorno l’ho incontrato Gabriel Garcia Marquez. Nel 1992, alla Mostra del Cinema di Venezia e no, non fu uno di quegli incontri che ti cambiano la vita. Faceva parte della giuria e io lavoravo per Tele Capodistria, l’emittente slovena per la comunità di lingua italiana. Era da poco iniziata la guerra nella ex Jugoslavia e io ero autore di una trasmissione di “cultura giovanile” (così era presentata nei palinsesti) e raccoglievo interviste a personalità della cultura perché aiutassero a farci capire cosa stava accadendo nel cuore dell’Europa, a poche decine di chilometri in linea d’aria da dove eravamo. Non so dove trovai il coraggio per avvicinarmi a lui, sulla terrazza dell’Hotel Excelsior. In tasca avevo la mia sgangherata copia di Cent’anni di solitudine, ormai tenuta insieme con lo scotch. Dentro, il foglietto con l’albero genealogico dei Buendia.

Lo vidi venire verso di me. Pensai a una cosa tipo ora o mai più. Il cameraman e il tecnico audio erano seduti a un tavolo poco più in là e aspettavano un mio cenno. “Buongiorno signor Garcia Marquez, mi scusi”, gli dissi in italiano. Lui si fermò, mi guardò, gli spiegai perché lo avevo fermato e lui indicò una signora alle sue spalle e aggiunse: “Chieda alla mia segretaria che stabilirà la tariffa per l’intervista”, e se ne andò. Forse sorrise, anche, non lo so, perché nel frattempo io ero un turbine di emozioni e di pensieri. Non potevo credere che il Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, l’autore di quel romanzo immenso che avevo in tasca e che speravo quel pomeriggio di riportare a casa con la dedica, non potevo credere chiedesse di essere pagato per un’intervista. E poi glielo avevo spiegato bene cosa fosse Tele Capodistria, non certo la BBC. Insomma, non serve che vi dica nei dettagli come mi sentivo. Diciamo che in quel momento ero l’uomo più deluso del mondo. Deluso e tradito. Ma non volevo crederci. Certo, mi dicevo, sai quanti lo vogliono intervistare? Quanti come me lo avranno già fermato in questi giorni? Poi però c’era anche quella risposta brusca. Il cameraman e il tecnico mi vennero incontro. Mi chiesero, e io dissi che bisognava prendere appuntamento, il giorno dopo. Non raccontai a nessuno quell’episodio. Per settimane mi portai dentro una delusione indicibile. Fino a quando, non so bene dove, lessi un articolo dove si diceva che Garcia Marquez stava finanziando la nascita di una tv indipendente in Colombia, e specificava appunto che la raccolta di fondi riguardava tutta una seria di iniziative fra cui anche le interviste allo scrittore. Che sollievo. In un attimo tutte le caselle ritornarono la proprio posto, e quasi mi sentii in colpa, perché immagino che la cifra che Marquez e il suo staff chiedevano corrispondesse alle possibilità della testata che lo intervistava. Potevo ritornare a dire di averlo comunque incontrato, Gabriel Garcia Marquez, di avergli stretto la mano, e di averci scambiato anche qualche parola. E ridiventò l’autore immenso di Cent’anni di solitudine.

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