7 aprile 2014, parlare di un libro a Marsiglia.

20130213-225847.jpgPuò un libro essere un sentimento? Sì, non soltanto un racconto di sentimenti, storia d’amore o di amicizia, non soltanto capace di dare la temperatura dei sentimenti oggi (sovversivi o decisivi che siano), ma un sentimento completo, fatto di carta e di pagine, di colla e – in questo caso – di foto e di disegni. Se si tratta di Autonauti della cosmostrada di Carol Dunlop e Julio Cortázar, sì, può. Di questo libro ho già parlato in un lungo articolo pubblicato su La Lettura, il supplemento del Corriere della Sera. Per via di quell’articolo, Pascal Jourdana, direttore letterario di La Marelle qui a Marsiglia, dove sono in residenza, ha voluto invitarmi a una tavola rotonda che fa parte di un convegno diviso in tre parti e dedicato al centenario della nascita di Julio Cortazar. Il viaggio in autostrada dei due autori partiti da Parigi, si chiude a Marsiglia e non poteva essere che questo, allora, il posto dove parlare di questo libro-sentimento.

È stata una tavola rotonda intensa, animata da Pascal, con Sylvie Protin, traduttrice e studiosa di Cortazar e direttrice scientifica del convegno, lo scrittore Pierre Menard e Stéphane Hébert, il figlio di Carol Dunlop, che all’epoca del viaggio, il 1982, era appena tredicenne e fu autore dei disegni del libro. Sua madre morì pochi mesi dopo e Stéphane non volle più saperne di quei disegni, di quel libro, e nemmeno della letteratura, dell’arte. Oggi fa l’avvocato di cause aerospaziali fra Zurigo e Londra e solo da pochi mesi si è riavvicinato a quel libro — il suo libro — e alla madre scrittrice. E a Julio Cortázar, ovviamente. È stata una grande emozione conoscerlo, ascoltare la sua storia e i suoi dubbi di oggi. Ed è stato emozionante e imbarazzante, al contempo, parlare di sua madre e di quel libro bellissimo accanto a lui. Che ci ha ascoltato e ha raccontato di come, tornati dal viaggio, Carol e Julio gli chiesero di leggere il manoscritto e di fare i disegni, che lui fece, anche se era estate, stavano al mare, e lui avrebbe preferito nuotare anziché “fare i compiti”. Poi ha aggiunto che lì, in mezzo a noi addetti ai lavori, si sentiva un intruso. Allora ho preso il microfono e gli ho detto che no, caro Stéphane, tu sei co-autore di questo libro, inimmaginabile senza i tuoi disegni. E proprio no, tu non sei affatto un intruso. Noi, invece, magari.

E alla fine, senza pudore, gli ho chiesto di aggiungere un disegno in più, per me, nell’ultima pagina di Autonauti della cosmostrada.

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