Quella mattina prima dell’alba

Il 7 dicembre 2013 il Corriere del Veneto ha pubblicato questo mio articolo.


Nelson Mandela puoi portartelo dentro in tanti modi. Le voci di Peter Gabriel e Bruce Springsteen e tutti gli altri nel Mandela Day. Oppure le sue parole nel libro Lungo cammino verso la libertà. O, ancora, l’immagine più forte, netta: lui che esce dal carcere nel 1990, dopo 27 anni, ripreso da lontano, in diretta tv. Con quella sua andatura che in seguito avremmo imparato a conoscere bene. Inconfondibile, una danza. Quella stessa andatura che aveva quella mattina all’alba di una dozzina di anni fa, all’aeroporto Marco Polo di Venezia. Passo a prenderti domattina, verso le cinque. Ne vale la pena, fidati, mi disse Gianfranco Bettin, e poi mi disse perché. Avremmo incontrato Nelson Mandela, che poco dopo guardavo seduto in una saletta riservata dell’aeroporto Marco Polo, in attesa del suo volo. Gli uomini della sicurezza fecero avvicinare solo il prosindaco di Mestre. Io me ne restai in disparte, a qualche metro. Quanto bastava per essere perfetto testimone. Soprattutto di quel sorriso che a un certo punto mi rivolse. Dall’impermeabile blu si intravedeva una di quelle sue camicie variopinte. A gaurdarlo così, mai e poi mai avresti detto che quell’uomo di 82 anni se ne portava dentro quasi trenta di galera. Era emozionante starsene a osservare quel suo sguardo che andava lontano. Che sapeva andare “oltre”. Per ventisette anni, era riuscito a guardare oltre le sbarre, il filo spinato, le pareti di cemento. Nel periodo che già nel 2001 stavamo attraversando, ti faceva star bene trovarti davanti a uno come lui. «In un’epoca come questa – gli disse Bettin – il mondo ha bisogno di voci come la sua». «Eh, la mia ormai è una voce sottile. Il volume è troppo basso», e sorrise, sottolineando forse un doppio senso: quello dell’età da una parte, e dall’altra il fatto che voci come la sua, rare e uniche, faticano a farsi sentire. Perché molti – troppi, da sempre – non vogliono ascoltare. Una voce che anche quella mattina, in quel breve incontro, ha parlato ancora «di pace e di giustizia da tenere indissolubilmente insieme». E ha continuato: «Più preziosa di tutto però è la pace, e le città come Venezia sono dei ponti tra civiltà e culture, ponti di pace. Bridges of peace and peace is freedom».
Un incontro breve, poche parole. Pochi gli sguardi, miei, concentrato a non farmi sfuggire un solo attimo. Ma era quel tono di voce, quella sua faccia a renderle “altro”, le sue parole, come staccate – purtroppo – astratte da questo mondo, da quell’epoca che poi è ancora questa.
Durò poco. Strinse la mano al prosindaco, guardò verso di me, sorrise, salutò e si girò verso la moglie. Uscirono.
Fuori, la prima luce della mattina. Per un momento – solo un momento – guardare gli aerei in pista, in quel 2001, non me li fece sentire come strumenti di morte, ma semplici aggeggi fatti per spostarti, per conoscere. E arrivare fino in Sudafrica, magari, laddove la storia, in pochi anni, aveva fatto passi da gigante e la nostra, quella del mondo, allora come oggi, rischiava e rischia di farne altrettanti. Ma in senso inverso. Si allontanò dentro l’alba, Mandela, e glielo sussurro oggi, il mio saluto, “Grazie per averci regalato la tua vita, Madiba. È stato un privilegio esserti contemporaneo”.

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