Guerra civile

Ieri sera, come ogni anno, la città di Venezia ha ricordato l’assassinio dei sette martiri, nell’omonima riva non lontana da San Marco. Sette partigiani fucilati il 3 agosto 1944. In riva, ieri, nel momento della celebrazione, sotto al sole delle 18 la temperatura percepita era di quasi quaranta gradi. Eppure, una trentina di persone erano lì, a ricordare, a mantenere viva la memoria. Composte, attente, partecipi. Certo, come sempre mancavano i giovani. quattro, cinque quelli presenti. Ma poco importa. Quello che ai miei occhi, in un primo momento, sembrava una specie di choc, di contrasto, si è via via trasformato in forza, in energia. In una delle giornate più deliranti e pericolose della storia recente del nostro paese, dove sono volate parole di un’insensatezza pericolosissima, nel giorno in cui un ex ministro (della cultura, fra l’altro, il che la dice lunga sul grado, la considerazione e il concetto di “cultura” di quel tipo di persone, di “politici”) minaccia la guerra civile. Nel frattempo, il suo capo, un delinquente pregiudicato, ricatta la nazione. In quella stessa giornata, a Venezia, una quarantina di persone ferme sotto al sole opaco di umidità si sono date appuntamento per ricordare un martirio per la libertà accaduto sessantanove anni fa. Un contrasto forte fra un’Italia virtuosa, radicata nella sua Storia, consapevole dell’importanza della memoria, aderente e rispettosa della Costituzione nata dal quello e moltissimi altri martirii, messa di fronte all’Italia sguaiata, volgare, arrogante e finora solo verbalmente violenta costruita in questi ultimi tre decenni da un disegno politico-mediatico ormai chiaro a tutto il mondo. Fuorché a una decina di milioni di italiani. Ieri sera, quelle quaranta persone in Riva dei Sette Martiri erano il segno di un paese che forse non è ancora del tutto perduto. Non ancora, anche se tira una brutta, bruttissima aria. E il caldo non c’entra, stavolta.

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