Antonio Tabucchi, un anno dopo

Questo articolo è uscito lunedì 18 marzo 2013 sul Corriere della Sera.


Linda richiude Di tutto resta un poco, il nuovo libro di Antonio Tabucchi e, con lo stesso sorriso del giorno in cui lo conobbe nella sua casa di Parigi, dice: «Che uomo generoso». Io lo so, l’ho sempre saputo, questo libro ne è la testimonianza lampante, ma lei lo dice con una spontaneità, accompagnata da un gesto così naturale, che la generosità di Antonio Tabucchi mi appare in un’altra luce. Generosità umana, certo, di quelle sempre presenti e pronte, forti e decisive. E una generosità letteraria, affatto disgiunta dall’altra, anzi, ma che ora, qui, in un bar di Alcamo, diventa così evidente, nel momento in cui Linda, la mia compagna, mi ridà il libro con un gesto complessivo, come se la generosità di Antonio stesse tutta lì, in quel passaggio da una mano all’altra, mani che si sfiorano. Chiunque abbia conosciuto Antonio Tabucchi, le sa, queste cose. E le sanno anche i suoi lettori. Una generosità, la sua, che vorresti davvero fosse contagiosa, replicabile, da poterla offrire agli altri così come faceva lui, attraverso di sé e i suoi libri. La generosità di un maestro, che aveva sempre da insegnarti, anche quando non c’era. No, aspettate. Va declinata al presente, questa cosa: che ha sempre da insegnarti, anche ora, che non c’è. Continuo a parlarci spesso, con Antonio Tabucchi. Ogni giorno, direi, come ha appena fatto Andrea Bajani nel suo bellissimo libro Mi riconosci (Feltrinelli). E lui continua a farmela, quella domanda. Impertinente, se fatta da chiunque altro. Te la fa anche in modo burbero, quando serve. «Stai scrivendo?», chiede, e al punto di domanda segue sempre quella pacca di rimprovero preventivo – pamm – sulla schiena. E poi «dài, racconta». Potrei raccontarti del vento di scirocco, qua fuori, stanotte, Antonio, raffiche di vento irregolari sotto – o dentro? – il cielo stellato di Sicilia, dove sono venuto a parlare di te a degli studenti del liceo scientifico e classico Ferro di Alcamo, e avessi visto le loro facce, quando l’altro giorno ho scritto alla lavagna quella tua frase che sta nella quarta di copertina del tuo ultimo libro. Come se avessi girato un interruttore. E le domande sono partite a raffica. “La letteratura è sostanzialmente questo: una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero al potere, qualsiasi esso sia”. L’estate scorsa avevo chiesto loro di leggere Notturno indiano. A ragazzi di sedici, diciassette anni. Troppo presto?, mi sono chiesto. Macché. Ti sarebbero piaciuti, Antonio, questi ragazzi, la risposta più bella a tutti i cliché sulla Sicilia che portiamo dentro di noi. Ora la conoscono anche loro, la tua generosità di narratore. E tu non li abbandonerai più, lo so. Poi, con Tabucchi, si poteva anche girargliela, contro, la domanda impertinente. E lui ti rispondeva. Nei dettagli, spesso. Ed era bello andarsene sapendo quale sarebbe stato il prossimo libro di Antonio Tabucchi.
Stringo fra le mani Di tutto resta un poco, guardo l’eco del sorriso sul volto di Linda che ha appena detto «Che uomo generoso». E so che quel “poco” è così tanto da riempire vite intere. Antonio Tabucchi l’ha riempita, la mia, come amico, come maestro e come scrittore.
Perché, se di tutto resta un poco, spesso, a volte, quel poco basta e avanza.

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