Si yo fuera Maradona, Manu Chao a Padova


“Buenasera Padova, que pasa por la calle”, e tutto incomincia, contemporaneamente a un brivido lungo la schiena di molti. E il caldo o l’umidità, o quel refolo improvviso, questa volta non c’entrano. Con questo saluto, poco dopo le 21 del 25 giugno 2012, Manu Chao apre il concerto allo Sherwood Festival. La data va scritta per esteso, poiché si tratta di un piccolo evento. Manu Chao ritorna con una sua tournée in Italia dopo undici anni. Una data che si lega ad alcune giornate fra le più tragiche della Storia del nostro Paese. Quei giorni del G8 2001 a Genova. Buenasera Genova, que pasa por la calle, disse la sera del 18 luglio 2001 a Piazzale Kennedy, davanti a un pubblico come quello di oggi. E quello che successe per la “calle”, lungo le strade di Genova (e non solo, pure dentro una scuola, la Diaz, raccontata nell’importante e ottimo film omonimo di Daniele Vicari, e alla caserma Bolzaneto), è cosa nota. Come tutti coloro che erano lì nei giorni del G8, anche Manu Chao ne uscì sconvolto e per un po’ se n’è stato in disparte. Soprattutto, niente più concerti in Italia. Il brivido lungo la schiena, oggi, corre sulla pelle di quelli che stavano lì, il 18 luglio 2001, e sono tornati questa sera. Pochi. Gli anni, undici, sono una generazione intera, e forse ci sono madri e padri, questa sera, ad aver affrontato quel magone – che non possono non essersi portati dentro fin qui – e mostrare ai figli il cantante della protesta di quei giorni, il suo poeta. Un magone che anch’io mi sono portato fin su, sulla collinetta artificiale ai bordi del parcheggio dello stadio Euganeo,


dove da anni si svolge lo Sherwood Festival. Inconsapevole di star ricreando le dinamiche di quella sera del 18 luglio 2001. Me ne sono accorto solo quando si sono accese le luci del palco, partita la musica, poco prima del Buenasera Padova, che poi ha pure una piccola variante perché quando lo ripete dice Buenanotte, e in effetti sì, è davvero più buio, oggi, questo mondo. Anche undici anni fa vidi il concerto di Manu Chao dall’alto, e dalla stessa distanza. Perché i suoi concerti sono uno spettacolo complessivo, pensavo già allora, dove non puoi guardare solo la cornice del palco. I concerti di Manu Chao sono completati dal suo pubblico, e se non vuoi esserne protagonista, allora devi metterti quassù, e guardare l’insieme. Un insieme che, nonostante gli anni, sa bene che cosa vuol dire questo concerto, oggi. Tanti brani sono gli stessi di undici anni fa. Pure lui sembra rimasto quello di allora, con questa cosa che i cinquantenni, oggi, sembrano aver trovato il modo di tener tirato una sorta di freno a mano
dell’invecchiamento. Ma poi non è del tutto così.


Ascolti le note, balli, anche, ma a ripensarci, molto è cambiato in questi anni. Il mondo intero, che Manu Chao e i migliaia che a Genova parteciparono al Social Forum, sapevano avrebbe imboccato questa deriva disastrosa, non avesse – il mondo sì – tirato il freno a mano. E non l’ha fatto. Ecco, forse è per questo che l’arrangiamento diverso dei suoi brani storici ti dà come l’impressione di quella vaga rassegnazione che attanaglia tutti, ormai. Ma qua intorno e là sotto, sembrano non accorgersene, alla fine. C’è Manu Chao, stasera. E si balla e si canta. E “si Yo fuera Maradona”, sai che roba, sarebbe stata la mia vita.

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