Condizionati

Questo articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 22 giugno 2012.


Cammini per Venezia, in questi giorni, magari la sera, e non è più soltanto il rumore dei tuoi passi, a sorprenderti, e nemmeno lo sciabordio dell’acqua dei canali sulle rive. E neppure l’eco di un gol di Balotelli agli Europei. No. C’è anche un inconfondibile ronzio. Meccanico, innaturale. Un rumore costante. Ovattato. Notte e giorno. Un rumore che poco ha a che fare con i suoni veneziani, ma che ormai fa parte del nostro quotidiano, non appena arriva l’estate e le temperature si alzano. Nelle altre città fatichi a sentirlo, sovrastato dai motori. Sono le quattro del pomeriggio, a Venezia, fuori c’è una temperatura percepita (perché è quella che conta, dicono) di 37 gradi. Dentro, il ronzio meccanico dell’aria condizionata garantisce alla casa e alla stesura di questo testo una temperatura di 22-23 gradi e, soprattutto, poca, pochissima umidità. Certo, so benissimo che fra poco, quando uscirò, lo choc sarà forte, aprirò la porta e sarà come andare a sbattere contro a un termosifone incandescente, e presto incomincerò a sudare ben più di quelli che sono in giro fin da stamattina e si sono abituati, ormai, al caldo torrido dell’anticiclone africano. Però vuoi mettere. La schiena asciutta, le tempie fresche, i polsi agili sulla tastiera, il respiro regolare e non affannato. Tutto sotto condizionamento, certo, lo so. Condizionati da questi aggeggi che, a guardarlo, il mio, produrre tutta questa freschezza, mi domando da sempre se non si tratti di un’invenzione di Mago Zurlì o di Mandrake. Consapevole, un attimo dopo, di quanto io stia contribuendo – ora, in questo istante – al buco dell’ozono, all’inquinamento in generale. E al consumo smodato di energia. In un periodo di crisi, poi. Già. Ma quanti di voi stanno – ora, in questo istante – leggendo questo testo rinfrescati dal ronzio di un condizionatore? E poi, ve lo siete mai chiesti come facevamo fino a qualche manciata di anni fa? Ricordo giornate di caldo atroce, tali e quali a oggi. Eppure al massimo i miei facevano girare un ventilatore. Com’è che non sopportiamo più l’afa? E, d’inverno, il freddo? Ci siamo costruiti una vita a venti gradi, costante, senza più estati o inverni. Ci siamo adeguati a una comoda e irrinunciabile (sì, ammettetelo, irrinunciabile) temperatura di crociera. E forse le mezze stagioni non esistono più perché si sono sentite offese, indignate dall’essere state replicate e perpetuate da aggeggi meccanici velenosi e dall’aspetto sgradevole. Siamo noi, la mezza stagione. Dentro ai nostri confortevoli appartamenti, dentro ai nostri eleganti uffici. E in macchina, in treno, al ristorante, al bar. Mezza stagione, perfetta, sempre. E guai se c’è uno spiffero. E povero controllore se l’aria condizionata è fuori uso. Ecco. Credo di aver detto tutto quel che dovevo, ed è tempo di uscire. Varrebbe la pena non smettere di scrivere solo per poter stare sotto condizionamento ancora un po’. Perché ecco, sì, un’altra anomalia veneziana: gli imbarcaderi e i vaporetti non ce l’hanno, l’aria condizionata.
www.robertoferrucci.com

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