Il tornado a Venezia

Questo reportage è uscito il 13 giugno 2012 sul Corriere della Sera.


Quella pennellata di verde scuro era da sempre un punto d’appoggio per la coda dell’occhio degli abitanti di Sant’Elena. Ogni volta che scendevamo dal vaporetto, quel pezzo di bosco accompagnava il nostro passaggio, era la cornice del nostro paesaggio. Ieri mattina, pochi secondi, e quel pezzo di pineta in punta dell’isola è sparito. Raso al suolo. Sradicato. Una tromba d’aria, passata sopra Sant’Elena, in mezzo alle nostre case, annunciata da un sibilo atroce, potente, e tutto che sbatte, ma in quel modo indescrivibile, mai sentito prima. Violento. Gli scuri da ancorare, le finestre da chiudere prima che vadano in frantumi e sembra che a risucchiarle verso l’esterno sia un tornado, o una tromba d’aria, e mentre lo pensi ti dici che sì, non può che essere una tromba d’aria, questa roba qui, anche se è la prima volta che ti ci trovi in mezzo. Ecco, è questo, quel che devono aver provato gli abitanti di Sant’Elena quell’11 settembre 1970, quando un tornado sollevò per aria un vaporetto, davanti all’isola, e lo fece ricadere giù rovesciato.


Furono ventuno i morti, quella volta. Ieri, appena usciti dalle case, titubanti, impauriti, abbiamo tutti in mente quell’episodio di quarantadue anni fa. Dev’essere per questo che siamo calamitati lì, di fronte all’imbarcadero di Sant’Elena, dove sta il cippo che ricorda le vittime del tornado. Il vortice, questa volta ha fatto solo danni materiali. Il chiosco dell’Actv scoperchiato, qualche ramo spezzato qua e là, tanti vasi decollati dalle finestre e ora in frantumi sui masegni. Già ci consoliamo. Poi è una signora, che ha l’età per ricordare bene quel giorno del 1970, che esclama: “La pineta!”, e scoppia in lacrime. Là, in punta, la pineta non c’è più. Il magone, dentro, monta man mano che ci avviciniamo. È come se il tornado ci avesse sradicato un pezzo d’anima. Solo chi abita a Sant’Elena può capire che cosa significhino questi alberi. E lì, davanti al disastro, un sussulto: i pini marittimi sono spogli, come se fossero stati sradicati in inverno e non un mattino di fine primavera. Foglie e rami, spariti, scagliati chissà dove, a chilometri da qui.


Se esistono poche, pochissime foto della tromba d’aria del 1970, per questa esisterà un archivio sterminato. Stanno fotografando tutti, coi telefonini e le macchine fotografiche. Turisti (pochi) sbalorditi, abitanti (molti) disperati. Le tracce dei danni conducono verso lo Stadio Penzo. La casa dell’Unione Venezia, campione d’Italia di serie D, ha la porta della tribuna laterale divelta e dentro, danni un po’ dappertutto. Gli spalti, però, sembrano aver resistito. Sul canale di fronte, dei ragazzi, da un’imbarcazione, cercano di svuotare con un secchiello un’altra barchetta semiaffondata. Più in là, il diporto velico, con tanti alberi a vela in posizione sghemba, anomala. Arrivano i tecnici del Comune. Controllano albero per albero Molti si sono spostati, inclinati. Dovranno essere abbattuti. E i tecnici, non appena si accorgono di un albero danneggiato hanno un’espressione di sconforto, gesti di stizza. Come se percepissero il sentimento di chi abita qui. Il viale che porta alla chiesa di Sant’Elena è ostruito dagli alberi abbattuti dal vento. In giro, i vigili del fuoco controllano le case, i cornicioni, perlustrano. In lontananza, il cielo sta tornando nero, si sentono dei tuoi. Ora basta, però, mormora una signora, alle mie spalle, rivolta a qualcuno, lassù.

E ci meritiamo pure i grillini

Questo articolo è uscito sul Corriere del Veneto del 15 maggio 2012.


La Rochelle, Université d’été del partito socialista francese, 27 agosto 2011, duecento ragazzi dai 15 ai 19 anni ascoltano e partecipano per oltre due ore a una tavola rotonda sulla xenofobia in Europa. Fra i tre relatori ci sono anch’io, invitato a raccontare la Lega Nord. Peccato che all’epoca non sapessi nulla di diamanti in frigo e lauree in Albania. Quei ragazzi si stavano preparando alla campagna elettorale delle primarie e a quella successiva delle presidenziali. Avevano il terrore si ripetesse il 2002, quando Le Pen andò al ballottaggio con Chirac. Eppure, nel 2002 erano bambini. Sì. Ma il Ps non ha cancellato la memoria. Nessun francese ha mai osato. Fra loro, quei ragazzi e gli adulti del Ps si chiamavano compagna e compagno. Davano del tu al futuro Presidente François Hollande e a Martine Aubry, la segretaria del partito. Insieme a loro, l’ultima sera, hanno alzato il pugno e cantato l’Internazionale. E nessuno in Francia si è scandalizzato, nemmeno a destra. Perché fa parte della loro Storia. Semplicemente. Quei ragazzi, ho pensato, hanno delle radici formidabili alle quali basarsi per partire. Quei ragazzi, nei mesi successivi, sono stati fra i protagonisti della campagna elettorale. Alcuni di loro li ho incontrati di nuovo a Parigi, qualche giorno prima delle elezioni. Mi dissero che la Le Pen era sottostimata dai sondaggi. Che molti fra gli elettori che avevano incontrato nei porta a porta glielo avevano detto: al primo turno voteremo Le Pen, al secondo Hollande. E così è stato. Quei ragazzi, oggi, dopo la festa, saranno i protagonisti del changement, fondato, innanzi tutto, su principi e valori. Molti di loro sono iscritti o si iscriveranno, come tanti loro coetanei di destra, a Science Po e all’Ena, dove si studia la politica, e saranno i dirigenti di domani. Una settimana dopo La Rochelle, fui invitato alla Festa provinciale del Pd. Tanti tricolori e basta. Nulla che evocasse provenienze. Né del Pci, né della Dc. Rimozione forzata, radici sradicate, e da tempo ormai. C’era solo un giovane democratico che, al racconto della mia esperienza a La Rochelle, mi riempì di domande. Poi, gliene ho fatte io a lui, ventitreenne, laureando in giurisprudenza. Ti confronti mai coi dirigenti del partito? Mai. Che ti fanno fare? Poco, fotocopie, soprattutto. Chiaro no? Eccolo il successo di Grillo. Quando tu butti a mare la tua Storia, le tue radici, quando addirittura le nascondi e sembri vergognartene perché uno per anni non ha fatto che urlare “comunisti, comunisti, comunisti”, e tu subito a dire “chi? Io? Io no!”, oggi ne paghi le conseguenze. Beppe Grillo non è altro che la conseguenza di quel berlusconismo che prima ha spinto la sinistra al suicidio, poi ha devastato il Paese, ora ha fatto implodere la destra, e infine ha lasciato ai giovani di oggi come unico appiglio possibile, il Vaffa di Grillo, la sua pericolosa demagogia da quattro soldi. Un disastro, ma forse ancora riparabile, visto che, abbiamo scoperto, la Storia non basta nasconderla sotto al tappeto. E la sinistra, quando torna a fare la sinistra – raramente e qua e là – vince. Perché solo qui in Italia abbiamo sposato senza battere ciglio – o forse per mancanza di intellettuali di valore – quella ridicola tesi che voleva il superamento di destra e sinistra. Andate a dirlo negli altri Paesi. Vi guarderanno come degli imbecilli, perché solo degli imbecilli possono in quattro e quattr’otto buttare al cesso la propria Storia, i propri simboli e fare finta di niente. Questo è successo in Italia in questi ultimi anni. Uno sfacelo. E così, la sera della sua elezione, alla Bastille, gli elettori di François Hollande, hanno cantato insieme a lui Bella ciao e Bandiera rossa. Roba che si evita accuratamente alle feste del Pd. E allora, come volete si possa concludere: vaffa, direbbe il comico.