Il giorno che incontrai Antonio Tabucchi

Questo mio ricordo di Antonio Tabucchi, è uscito sul Corriere della Sera del 26 marzo 2012. Ci conoscemmo più o meno in questo periodo, inizio primavera del 1990. Non c’era modo migliore di salutarlo così, Antonio Tabucchi, raccontando quel pomeriggio, l’inizio di una lunga e profonda amicizia, basata su incontri spesso casuali, scandita da dinamiche che non posso che definire romanzesche e che un giorno, forse, varrà la pena raccontare.


Era un pomeriggio di inizio primavera, proprio come oggi. Un appuntamento con Daniele Del Giudice alle Zattere, a Venezia, per parlare della mia tesi, che stavo scrivendo su di lui e Antonio Tabucchi. Arrivai e vidi che non era solo. Seduto accanto c’era proprio Antonio Tabucchi. Lo avevo visto solo in foto, ma non potevo sbagliarmi. Gli occhiali tondi, i baffetti. Avrei balbettato, lo sapevo. Daniele agitò la mano, mi avvicinai. I saluti, la sedia, Tabucchi sorrise e ripresero a parlare. L’accento toscano confermava l’identità del suo ospite. Li guardavo, aspettavo, ma non accadeva nulla. Il disagio durò a lungo. Dopo secoli, Daniele si girò: “come va la tesi?” Continuava a non presentarmi a Tabucchi, che intanto mi guardava, perciò risposi e aggiunsi d’un fiato “e sono contento che ci sia qui anche il signor Tabucchi”. Fecero una faccia. Poi, con un sorriso Daniele disse “Ma quale Tabucchi, questo è Michele, lavora qui, alle Poste, viene da Grosseto”. E aggiunse, guardandolo, che avevo ragione, un po’ a Tabucchi ci assomiglia. “Me lo hanno già detto”, gli diede manforte il suo amico. Mormorai delle scuse. E i due, dopo avermi detto figurati – si figuri, mi disse il sosia di Tabucchi – ripresero a parlare fra loro. Non durò a lungo: scoppiarono a ridere, a scompisciarsi quasi, e Michele allungò la mano e disse “piacere Roberto, sono Antonio Tabucchi”.
Fu questo il mio primo incontro con Tabucchi. Lo resero letterario, tabucchiano, giocandoci, quei due. Ce ne sono stati altri, di incontri, e sempre pieni di coincidenze e casualità. Ha voluto scrivere la prefazione alla versione francese del mio romanzo, Cosa cambia. Da lui ho imparato tanto. Soprattutto, che uno scrittore deve avere il coraggio di essere libero.

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