La Lega e la nebbia

Questo mio articolo è uscito il 29 novembre 2011 sul Corriere del Veneto.

“Nebbia in Val Padana”. Per quanti anni, la sera, alla radio, o in televisione (il colonnello Bernacca a Che tempo fa), hanno pronunciato quella frase? Era la frase di chiusura, l’ultima informazione prima dei saluti. Non ho mai capito se perché meno importante di altre o perché se così, pronunciata alla fine, restasse più impressa a chi avrebbe dovuto guardarsene, il giorno dopo, dalla nebbia. Fatto sta che la nebbia in Val Padana è come la pioggia a Bruxelles, o il vento a Calais. Oggi le previsioni si danno in maniera diversa e la nebbia in Val Padana ha perso la solennità di quando chiudeva il bollettino meteorologico. La settimana scorsa Venezia è stata isolata per due giorni interi, a causa della nebbia. Addirittura le grandi navi, quelle che violentano la laguna e il bacino San Marco, sono state costrette a proseguire per Trieste, e i vaporetti sono finiti nel caos (pur essendo muniti di sofisticati radar). La nebbia e l’identità veneta. O padana, come direbbe qualcuno. Qualcuno che, in questi giorni, non fa che sbandierare l’identità da proteggere. Non possono concepire che dei bambini nati in Italia da genitori stranieri che lavorano, che pagano le tasse, bambini che vanno a scuola, che parlano la nostra lingua meglio di noi, possano diventare cittadini italiani. È intollerabile, questo, per i leghisti. Inconcepibile. Ecco. La nebbia in Val Padana è la nostra vera identità. Per la Lega, del resto, l’identità non va oltre al mantenere e ostentare, quando non parlano in dialetto, la cadenza esasperata e un po’ ridicola dei luoghi d’origine, sia essa veneta, lombarda o piemontese. Oltre a questo non vanno, perché non c’è nessun oltre dove andare, riguardo all’identità che loro hanno in mente. Ci si barrica dentro a un altrove linguistico che esclude prima di tutto noi stessi. Un’identità che assomiglia a Fort Apache, chiusa, arroccata, arricciata su se stessa, laddove, al contrario, la nostra identità spicca proprio quando viene messa a confronto con altre, in un dare e avere che, va da sé, è ricchezza. Ecco. Per questo la nostra unica e vera identità è la nebbia in Val Padana. La nebbia è un contenitore, che attutisce e tiene lontano. È un mantello che protegge, e ci identifica (“Solo la nebbia, avete solo la nebbia”, cantano spesso al San Paolo di Napoli, quando affrontano una squadra del nord). Ma è anche miopia, impossibilità di guardare avanti, tocca tenere d’occhio soltanto i propri piedi, l’orizzonte è escluso. Siamo nati e cresciuti dentro la nebbia, dunque. Una nebbia che sa tanto di romantico, certo, che è il trionfo di acquerellisti e di fotografi e di sospiri, anche. Ma che poi offusca, ottunde, obnubila. Non voler vedere che il mondo è cambiato e che l’Italia per quel che riguarda i diritti civili è indietro di decenni, significa avere la nebbia dentro di sé. E non c’è niente di peggio di una mente annebbiata, che non sa guardare il presente, e non vuol saperne del futuro. La nebbia, in Val Padana, è permanente, anche col sole.

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