i Libr@ (anche in pdf!)

I libr@ sono libri che esistono solo per gli amici e i lettori. Li riceveranno tramite email, o potranno scaricarli gratuitamente da questa pagina. I destinatari, a loro volta, sono liberi di inviarli a chi vorranno. Sono libri di poche pagine, a volte testi che ho scritto per i giornali, conferenze, appunti. A volte inediti. Sono libri che non potrebbero mai prendere la via della stampa, mai diventare volumi veri e propri. Né potrebbero essere inseriti in eventuali raccolte. Almeno per ora. Per questo, pur stando, io, dalla parte del libro fatto di pagine, di inchiostro, di colla, ho scelto questa forma digitale. La periodicitá sarà variabile. Probabilmente all’inizio le pubblicazioni saranno frequenti, poi si diraderanno per via della mia innata pigrizia, o per mancanza di tempo. Sono io a farli, oltre che a scriverli (e si vede, no? La grafica un po’ sgangherata, confusa). Dovessero mancarvi, non esitate a sollecitarmi. Provvederò. Ma, alla fine, non vorrei essere troppo invadente. Quindi fatemi sapere. Infine, per una corretta lettura dei libr@, è indicato l’utilizzo dell’iPhone o dell’iPad, o anche dell’iPod (sembra una cantilena, lo so) dove sia installata l’applicazione gratuita iBooks, solo quella. Buona lettura a tutti, rf

P.s. Mi dicono che il libr@ si può leggere anche su computer con Adobe Digital Edition.

A grande e insistita richiesta da parte dei lettori sprovvisti di iPad, ho preparato il primo Libr@ anche in pdf (un lavoraccio!). Trovate il link qua sotto. Buona lettura.

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A Steve Jobs


Sto isolato in un altrove, a scrivere. I miei attrezzi sono una penna, un quaderno e l’iPad. Spesso, la notte, a letto, rileggo quel che ho scritto sull’iPhone. E cancello, e correggo. E poi salvo quelle parole su iCloud. Su una nuvola. Queste righe, le sto scrivendo, di getto, sull’iPad, pochi istanti dopo aver letto della morte di Steve Jobs. Ho letto delle dichiarazioni, in rete, fra cui quella del Presidente Obama. Suonerebbero altisonanti, riferite forse a chiunque altro. Non a Steve Jobs. Perché lui ce l’ha davvero cambiata, la vita. Qua sotto al terrazzo dove sto scrivendo, sta passando adesso un ragazzo, fa jogging, e ha addosso le cuffiette bianche. L’ultima immagine che ho di ieri sera, è quella di una ragazza seduta la tavolino di un bar, che digitava su un macbook bianco. Esagero anch’io, forse, ma io lo so, so bene che i miei libri, la mia scrittura sarebbero stati diversi, se non ci fosse stato Steve Jobs. La musica che produce mio fratello non sarebbe stata la stessa, se non ci fosse stato Steve Jobs. Mia madre e mio padre hanno incominciato a mandare sms e a navigare in rete soltanto dopo aver ricevuto in regalo l’iPhone. E questo vale per milioni di persone al mondo. Lui, l’uomo che ci ha resi più liberi, è morto il giorno in cui in Italia viene votata una legge che prevede il carcere per i giornalisti se, liberamente, dovessero pubblicare certe notizie. Un segno, verrebbe da dire. Ma viene da dire anche che proprio grazie alla rete, agli iPad, agli iPhone, grazie alla nuvola di Steve Jobs, i reazionari fuori tempo usciranno comunque sconfitti.
Sono milioni, ora, le persone al mondo che lo stanno ricordando. Io lo faccio nell’unico modo che conosco. Attraverso alcune righe di Sentimenti sovversivi.

Quando ci sono arrivato, la prima volta, mi sono reso conto che se nella tua vita sono tante, di solito, le case che hai abitato, che abiti, e che abiterai, mi sono accorto che, fra queste, da una parte c’è la casa dello stare, dall’altra la casa dell’essere. Quest’ultima, è meglio non coincida con casa tua. È piuttosto un sentimento. Senti che questo è il luogo. Non necessariamente dove vivere ma, di sicuro, dove ritornare quanto più di frequente possibile. Perciò sono di nuovo qui, e non ricordo più che volta è questa. La quinta, la sesta, non so. La prima volta che ci sono arrivato non è stata solo una percezione visiva, dunque, ma un vero sentire. Questa è la casa, ho pensato subito, non per forza mia, la casa, né raggiungibile a piacimento, condivisa con decine di altri scrittori prima di me, altrettanti dopo di me, invitati a fare dentro a questo appartamento, o su questa terrazza, proprio quello che sto facendo io, adesso, vedete, l’iPad piazzato sopra al tavolino ripulito e ordinato, un taccuino pieno di appunti, una penna, una caraffa d’acqua e un bicchiere.

Sulla videotastiera dell’iPad, liscia, lucida, le dita non picchiettano sui tasti, ma li sfiorano, ci scivolano sopra, e lettera dopo lettera, tasto dopo tasto, sono delle carezze a far scaturire le parole. Scrivere accarezzando le parole, chi l’avrebbe mai detto. Un oggetto che, subito, appena lo vedi, sembra la lavagnetta di quando eravamo bambini (fatta di ardesia, come i tetti delle case da queste parti, la stessa dei tetti del Petit Maroc, lavagna diffusa di scrittura potenziale). Quella lavagnetta con i gessetti colorati su cui – regalata a Natale o al compleanno – hanno preso forma le invenzioni più effimere della nostra vita, disegni e testi della durata di un attimo, il tempo di crearne uno, guardarlo, ammirarlo (non era così spiccato, allora, lo spirito critico) e, subito, cancellarlo. Guai a metterti in testa di scriverci una storia, là sopra. Nessuna pagina da far scorrere, solo l’infinita variante di uno stesso incipit. E usata così, adesso, guardata mentre scrivo, inclinata dalla custodia, sembra trasformarsi in una Lettera 22 piatta e liscia, macchina per scrivere del domani. La tecnologia che ti porta avanti partendo dal passato, e che ti fa stare nel presente come hai sempre desiderato. E avrei voluto scrivere una storia d’amore, quando ho iniziato questo libro, la prima volta che sono arrivato qui. Ma oggi è impossibile, credo, per uno scrittore italiano, scrivere una storia d’amore, riuscire ad astrarsi da un insopportabile senso di repulsione per il proprio paese. La quotidianità ti incalza metro dopo metro, sta in agguato a ogni angolo, provi a scartarla ma lei ti insegue, ti penetra dentro, non ti lascia scampo. Com’è possibile, oggi, mi domando, inventarsi dei personaggi che vivano e che agiscano in un altrove asettico, immuni dal marciume che ci sta attorno, che ci sovrasta, che si è insinuato dentro ciascuno di noi?.

Poi, alla fine, l’ho scritta, la storia d’amore, sulla lavagnetta di Steve Jobs. Grazie di tutto, Steve.

Location:Mediterraneo

Il ponte dell’Accademia

Questo mio articolo è uscito il 5 agosto 2011 sul Corriere del Veneto.

Ci vediamo all’Accademia, dicono spesso i veneziani. E non si tratta di darsi appuntamento davanti alle Gallerie, bensì sul Ponte. Sopra, o ai suoi piedi. Se il Ponte di Rialto è il luogo turistico per eccellenza, e perciò luogo impensabile come rendez-vous per i residenti, se il Ponte degli Scalzi è il ponte di chi ha fretta di raggiungere la stazione (ed è una sorta di Tourmalet, tanto è irto, imponente, scomodo) e se quello di Calatrava è il ponte dei pendolari, il Ponte dell’Accademia è il più sentito e amato dai veneziani. Questo, forse, proprio per via della sua eterna provvisorietà, oltre che per quella fragilità evidente, sensibile. Veneziana. Ma non solo. Il modo in cui è fatto, la sua particolare pendenza ti consente uno sguardo prolungato verso chi viene in senso contrario al tuo. Sia in salita che in discesa. Così, un giorno, ho capito perché il Ponte dell’Accademia mi piace così com’è e, come tanti altri veneziani, vorrei non fosse sostituito. Perché un giorno, su quella struttura di legno e ferro, sopra i centoquattro gradini, equamente suddivisi da una parte e dall’altra, un giorno in cui la luce del sole, da occidente, tagliava diagonalmente l’aria, trascinando con sé, nel suo percorso sempre più basso, le ombre grigio scuro dei passanti, io, che avevo vent’anni e volevo fare lo scrittore, mi sono accorto di quel signore quando ci trovammo a una trentina di gradini di distanza l’uno dall’altro. Venti metri circa. L’uomo indossava un completo di lino azzurro, una camicia bianca senza cravatta, scarpe nere. I risvolti della giacca erano molto larghi, come le punte del collo della camicia e come non se ne vedono più in giro, anche se verso la metà degli anni ottanta poteva ancora capitare, specie addosso a un signore di sessant’anni. Le braccia dietro la schiena, saliva lento, la figura eretta.
Trenta gradini, venti metri circa. Questione di secondi. Secondi di cui mi sono impossessato completamente, con precisione, con decisione, senza tralasciare il minimo dettaglio. Era Italo Calvino. Dal taschino della camicia si intravedeva un astuccio per occhiali. Nero. I miei da sole, invece, mi permisero di mantenere fino alla fine gli occhi su di lui senza che se ne accorgesse. Il viso aveva l’espressione che sempre gli avevo visto in fotografia e qualche volta in televisione: le labbra ferme in una posizione di quasi sorriso, e lo sguardo di chi sembra sempre da un’altra parte, ma non solo o, forse, non proprio così. Si trattò di pochi secondi in tutto. Soltanto quando ho svoltato a destra per entrare all’imbarcadero, ho alzato gli occhi verso il ponte, ma lui era sparito. Certo, vale solo per me, questo aneddoto, ma chissà quanti sono i veneziani che hanno ricordi importanti legati al nostro ponte in legno. Precario, certo, provvisorio da sempre, eppure così connaturato al paesaggio veneziano, al suo territorio. E al nostro immaginario, anche, quello più intimo, quello che nessuno, mai, vorrebbe veder sparire.