Libri, librerie e gli italiani

Questo mio articolo è uscito sul Corriere del Veneto, un paio di settimane fa.

Gli italiani che leggono sempre meno, librerie che chiudono a grappoli ovunque e città da decine di migliaia di abitanti prive ormai anche di una cartolibreria qualsiasi. Ministri della Repubblica che si vantano di non leggere libri, ché tanto non serve a niente, scuole che cadono a pezzi, insegnanti accusati di inculcare valori sbagliati agli studenti. È l’Italia di oggi. Le librerie che resistono sono quelle delle grandi catene. Supermercati del libro dove, come in ogni supermercato, trovi il prodotto-libro di grande consumo. Luoghi dove commessi anonimi, sempre indaffarati a sistemare scatoloni e scaffali, non ti invitano certo a chiedere consigli, e alla fine, se va bene, te ne vai con un dvd o un accessorio ics, nulla a che vedere con il libro. E quando scrivi, quando i libri li fai, tutto ciò è frustrante. E se poi hai la fortuna di essere tradotto in qualche altra lingua, ti accorgi che vivi in un paese dove il libro – ha ragione quel ministro – è un oggetto inutile, superfluo. Ovunque esistono istituzioni di sostegno al libro e agli autori. Qui l’abbandono è totale. A Venezia nel giro di pochi anni hanno chiuso quattro librerie, ognuna carica di storia e di prestigio. Hanno chiuso davanti all’indifferenza di tutti (salvo la Libreria Mondadori, che forse per via di un nome determinante nell’Italia di oggi, qualche attenzione dalle istituzioni l’ha avuta). Le piccole librerie che restano vivono alla giornata ma, pur nelle mille difficoltà, hanno il ruolo fondamentale di mantenere vivo il rapporto fisico, tattile, con il libro. Devono continuare a essere non soltanto dei punti vendita, ma dei luoghi di ritrovo, di scambio di idee e di pensieri attraverso incontri, letture, presentazioni. E privilegiare i piccoli editori. Perché anche gli editori, i grandi in particolare, hanno responsabilità enormi. In questi giorni sto leggendo un libro pubblicato dall’Einaudi, collana Supercoralli, la più prestigiosa. Ogni volta che giro pagina, gli angoli di quella precedente si arricciano verso l’interno, come se una fonte di calore fosse accesa nei pressi, o se la pagina successiva avesse delle calamite nascoste nella granatura. La carta, giallina e rugosa è troppo sottile. Se la annusi non sa di nulla. Mi alzo, vado a prendere da uno scaffale un romanzo di una trentina di anni fa, stessa collana, diverso l’autore. Lo apro, lo avvicino al naso, l’odore della carta si mescola ancora con quello della colla, come appena uscito dalla tipografia, le pagine molto meno sgranate, quasi lisce, color perla, sottili, ma di una consistenza che al tatto ti dà un senso di eternità e i trent’anni passati sono allora un battibaleno. Guardo il nuovo volume dell’Einaudi (ma potrebbe essere Mondadori, Feltrinelli, Bompiani) e mi è improvvisamente chiara la vittoria dell’ebook sul libro di carta: sono gli editori stessi ad abdicare al libro. Soprattutto gli editori più grandi e di maggior prestigio. Mandano in libreria volumi costosissimi la cui qualità intesa come oggetto è sempre più scadente. Solo i piccoli editori sono rimasti a tenere duro. Scelgono con coerenza le carte, le colle, continuano a fare di un libro un vero e proprio manufatto, impareggiabile anche dall’ebook più sofisticato e pieno di trovate multimediali. E non si tratta di un problema di carta, perché anche e soprattutto con la riciclata si possono fare degli oggetti-libro bellissimi. Ma nonostante tutto una certezza esiste: ci sarà sempre chi, anche se pochi, pochissimi, i libri continuerà a scriverli, chi li pubblicherà e, soprattutto, chi si ostinerà a leggerli.

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